martedì 30 settembre 2008

LA SCUOLA COME TERRENO DI BATTAGLIA


Ancora ieri sera, ad ottoemezzo, D'Alema ripeteva i soliti argomenti ("la riforma della scuola proposta dalla Gelmini porterà al licenziamento di 80.000 insegnanti", "il maestro unico è un tornare indietro", "questo governo vuole distruggere la scuola pubblica") che la sinistra attuale e la CGIL stanno già agitando da tempo, ma ora ancor più intensamente in vista della prossima mobilitazione di piazza contro il governo (il 25 ottobre).

La scuola pare dunque rappresentare il terreno di scontro d'elezione scelto per ritrovare motivazione e consenso politico da parte dell'attuale opposizione, nei confronti di un governo che, pare, goda di un elevato consenso popolare (riforma Gelmini non esclusa).

Una scelta che probabilmente si rivelerà fallimentare. Sia nel merito che nella strategia.

Come ha rilevato Luca Ricolfi nella sua disamina attenta e ponderata del progetto di riforma proposto dalla Gelmini, contrariamente a quanto propagandato da taluni, "non è vero che saranno licenziati 87 mila insegnanti: la riduzione del numero di cattedre avverrà limitando le nuove assunzioni, la cifra di 87 mila insegnati in meno si raggiungerà nel 2012 e include nel calcolo le riduzioni già pianificate da Prodi (circa 20 mila unità, a suo tempo giudicate insufficienti nel Quaderno bianco sulla scuola pubblicato giusto un anno fa dal precedente governo)",
così come
"non è vero che, nelle scuole elementari, sparirà il tempo pieno e tutti i bambini dovranno tornare a casa alle 12,30: l’introduzione del maestro unico, con conseguente soppressione delle ore di compresenza, libererà un numero di ore più che sufficiente ad aumentare le ore di tempo pieno eventualmente richieste dalle famiglie. Né si vede su quali basi l’opposizione agiti lo spettro di una riduzione degli insegnanti di sostegno, o della chiusura delle scuole di montagna (nessuna norma della Finanziaria lo prevede, e il ministro ha esplicitamente escluso tale eventualità)"
(per chi fosse interessato all'intero articolo: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5043&ID_sezione=29&sezione=Editoriali ).

Dunque gran parte delle critiche della sinistra e della CGIL sarebbero infondate. Perché dunque allora la sinistra ha deciso di fare la sua battaglia proprio su questo? Una spiegazione prova a darla Angelo Panebianco sul Corriere della Sera:
"Proprio nel caso della scuola il Partito democratico sta fallendo il test sullo spessore riformista. Perché ha scelto ancora una volta (come faceva il Pci/Pds/Ds) di accodarsi acriticamente alle posizioni della Cgil, di un sindacato che, in concorso con altri, porta pesanti responsabilità per lo stato disastrato in cui versa la scuola, un sindacato interessato solo alla difesa dello status quo (come è successo, del resto, nel caso di Alitalia fin quando ha potuto). Prendiamo la questione del ritorno al maestro unico deciso dal ministro Gelmini. Sembra diventato, per la sinistra, sindacale e non, il simbolo del «vento controriformista» che soffierebbe oggi sulla scuola. Al punto che, come è accaduto a Bologna, si arriva persino a far sfilare i bambini contro il ministro (nel solco di una tradizione italiana, antica e spiacevole, di uso dei bimbi per fini politici). Si fa finta di dimenticare che la riforma della scuola elementare del 1990, quella che abolì il maestro unico, fu un classico prodotto del consociativismo politico-sindacale che caratterizzava tanti aspetti della vita repubblicana. Nel caso della scuola funzionava allora un'alleanza di fatto fra Dc, Pci e sindacati. L'abolizione del maestro unico fu dettata esclusivamente da ragioni sindacali". Secondo Panebianco, ora come scrisse allora (Corriere della Sera, 22 novembre 1989), «nonostante le nobili e altisonanti parole con cui l'operazione viene giustificata la ratio è una soltanto: bloccare qualsiasi ipotesi di ridimensionamento del personale scolastico come conseguenza del calo demografico e anzi porre le premesse per nuove, massicce, assunzioni di maestri. Non a caso sono proprio i sindacati i più entusiasti sostenitori della riforma (…) Questa classe politica ha sempre trattato così la scuola, incurante delle esigenze didattiche ma attentissima a quelle sindacali». (...) Per il futuro vedremo ma la verità è che, fino a questo momento, il ministro Gelmini ha fatto pochi errori. I provvedimenti fino ad ora adottati sono di buon senso e per lo più tesi ad arrestare il degrado della scuola. Ma, anziché riconoscerlo e dare il proprio contributo di idee e di proposte (come dovrebbe fare un vero partito riformista, ancorché dell'opposizione), il Partito Democratico preferisce ripercorrere l'antica strada: quella della "mobilitazione", della sponsorizzazione dei sindacati, anche quando questi difendono posizioni indifendibili."

Per l'articolo completo: http://www.corriere.it/editoriali/08_settembre_28/editoriale_riformismo_bocciato_panebianco_c530a266-8d2b-11dd-90cc-00144f02aabc.shtml

Vale a dire la strategia del PD è quella di sposare la causa del suo sindacato più rappresentativo, la CGIL, nella convinzione di poter trovare attraverso questo stretto sodalizio nuova energia, nuova linfa vitale, nuova forza di piazza (parte della quale persa dietro ad altri stimoli, come Di Pietro e Grillini), nonché un nuovo potenziale leader, Guglielmo Epifani, per un sofferente e confuso PD ed il suo sofferente e confuso leader, Walter Veltroni.

Una impresa che, viste le premesse, appare persa in partenza.

lunedì 29 settembre 2008

FALLO SIMULATO IN AREA DEL LODO?


Tratto dalla intervista al ministro Alfano pubblicata su La Stampa: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200809articoli/36866girata.asp


Signor ministro, ha sentito Berlusconi? Messa così, la sua dichiarazione («sono assolutamente convinto che il "lodo Alfano" passerà il vaglio della Consulta. Se non passasse, allora ci sarebbe da fare una profonda riflessione su tutto il sistema giudiziario e su tutto ciò che abbiamo visto accadere recentemente a Milano»; nda) è sembrata ai più una minaccia, anzi un ricatto, un voler interferire sulle decisioni dell’Alta Corte.

«No, nessun ricatto. Penso che Berlusconi abbia voluto semplicemente ribadire la propria fiducia sul buon esito della vicenda del lodo davanti ai giudici della Corte Costituzionale. E non mi sembra il caso che ci si cominci a strappare le vesti - come qualcuno in queste ore ha già cominciato a fare - a fronte di una ventilata “approfondita riflessione su come funziona la giustizia in Italia”. Questi catastrofisti, a volte, mi ricordano quei calciatori che “cascano morti in area di rigore” ma poi rimediano una punizione contro per fallo simulato».
Quindi l’intervento del presidente del Consiglio non è a gamba tesa?
«Assolutamente no e lo dimostra la cronologia dei fatti: la decisione dell’Alta Corte arriverà certamente dopo che noi avremo presentato alle Camere il nostro progetto di riforma costituzionale. Questo dovrebbe provare che non esiste alcuna volontà, diciamo, di condizionamento. Mi sembra perciò di poter affermare serenamente che in nessun modo si vuole che il giudizio della Corte possa interferire in qualche modo nel dibattito sulle riforme costituzionali. La discussione parlamentare precederà certamente la sentenza sul lodo».
Il progetto di riforma è stato modificato o resta nei binari finora dibattuti e contestati dai magistrati e dall’opposizione?
«Il tema centrale su cui poggia la riforma di rango costituzionale - quella sulla giustizia civile è altra cosa - è il conseguimento della parità fra accusa e difesa nel processo, che oggi vede penalizzati gli avvocati. Appaiono persino isolati fisicamente rispetto a giudici e pm che hanno fatto lo stesso concorso, frequentano gli stessi uffici e spesso fanno vita sociale comune, anche per tutelarsi rispetto al pericolo del condizionamento ambientale. Ecco, questo mi sembra il ritratto perfetto di una parità mancata tra protagonisti del processo: parità che era il principio fondante, tradito, del processo accusatorio».
Parità che intendete ripristinare trasformando i pm in avvocati dell’accusa.
«E’ stato Berlusconi a offrire per primo questa chiave semantica, parlando di avvocati della difesa e avvocati dell’accusa».
E quindi il passo successivo, che esula dal progetto di riforma costituzionale ma pure esiste come proposta ordinaria, di trasferire alla polizia giudiziaria prerogative che oggi sono dei pm. Si torna alle indagini gestite dagli apparati investigativi, come prima della riforma dell’89.
«Così andarono le cose dal 48 all’89 e non andarono male. D’altra parte è innegabile che il magistrato studia il diritto e fa un concorso per divenire giudice, non nasce poliziotto. La tecnica dell’individuazione della notizia criminis è in sè la caratteristica principale della polizia giudiziaria. L’investigatore offre al magistrato un prodotto, consentitemi il termine, semilavorato che il pm dovrà affinare e portare a dibattimento, qualora ritenga l’indagine sufficientemente forte».
Eppure c’è chi vede in tutto ciò il tentativo del governo di privilegiare la polizia giudiziaria, già sottomessa all’esecutivo, piuttosto che i pm ancora protetti dall’indipendenza dal potere politico.
«Ricordo, ancora ai catastrofisti, che l’idea di ripristinare in qualche modo la funzione della polizia giudiziaria non è sembrata scandalosa a gran parte dello schieramento parlamentare che comprende noi, il centro e parte della sinistra. Cito due per tutti: Vietti e Violante, che non stanno certamente con Berlusconi. Ripeto ancora: non c’è alcuna volontà di assoggettare i giudici all’esecutivo, anche perchè esiste l’alternanza e non oso pensare a cosa potrebbe portare un pm dipendente da una certa sinistra».
Ministro, l’altro tema caldo riguarda la separazione delle carriere dei magistrati. Avete avuto ripensamenti?
«Assolutamente no. Riteniamo indispensabile andare avanti sulla parità tra accusa e difesa e crediamo che la separazione sia una declinazione di questo principio. Noi non partiamo dalla separazione delle carriere - che preferisco pittosto definire come la nascita di un Ordine della difesa e dell’accusa - ma ci arriviamo per sostenere il raggiungimento di un giusto processo attraverso la parità dei ruoli nel processo».
Per finire, signor Guardasigilli, cosa direbbe ai numerosi magistrati che non si identificano nelle toghe rosse ma non condividono il programma del governo?
«Dico che nel tempo dell’alternanza e della indicazione diretta del premier esiste il dovere politico di portare avanti il programma sottoposto agli elettori. E dico inoltre che è giunto il tempo che i politici si interessino sempre meno delle sentenze e i giudici si astengano dall’interferire lungo il cammino dell’iter formativo delle leggi».

domenica 28 settembre 2008

LA VERA IMPRESA TITANICA DI VELTRONI


Racconta Veltroni ad Aldo Cazzullo sul corriere di oggi:"Guardi, qui in casa mia, su quei due divani là in fondo, si sono seduti Epifani e Colaninno, e hanno trovato l'accordo".
http://www.corriere.it/politica/08_settembre_28/veltroni_berlusconi_autorismo_cazzullo_959fcb64-8d1f-11dd-90cc-00144f02aabc.shtml

Finalmente è chiaro quale sia stato il ruolo di Veltroni nella trattativa: mettere a disposizione i divani di casa.

PS: Veltroni sta riuscendo nella titanica impresa di diventare più ridicolo del più ridicolo Berlusconi.

sabato 27 settembre 2008

BRANCA-EPIFANI ALLE CROCIATE


Ancora è vivo il ricordo delle gesta clamorose e sorprendenti (non firmo/ora firmo) della CGIL nella trattativa Alitalia-CAI. Tutto si può dire, fuorché la CGIL non abbia saputo avere un ruolo da protagonista: "non si muove foglia senza che la CGIL voglia". Ma è stato solo l'inizio. L'inizio di una grande ed agguerrita campagna di sfida che il più grande sindacato confederale italiano, la CGIL appunto, con alla guida il prode Guglielmo Epifani, si appresta a lanciare alla politica governativa. Una grande e giusta campagna sindacale, si dirà: in effetti la critica contingenza economica del paese sembrerebbe giustificarla pienamente. Ma quella che si prepara sarà veramente una campagna sindacale, cioè fatta nel puro e sincero interesse dei lavoratori, oppure gli interessi dei lavoratori non saranno altro che la giustificazione di una grande offensiva politica del braccio armato dell'attuale opposizione?

Di Alitalia se n'è gia parlato, come pure di qualche più che fondato dubbio sulla coerenza e sulla reale motivazione della linea seguita dalla CGIL nel corso della vicenda. A dar retta a quanto sostiene Veltroni (e con orgoglio), è bastato un suo diretto intervento su Epifani perché la CGIL si convincesse alla fatidica e sofferta firma a quell'accordo che prima non aveva voluto firmare (racconta Veltroni a Aldo Cazzullo: "Guardi, qui in casa mia, su quei due divani là in fondo, si sono seduti Epifani e Colaninno, e hanno trovato l'accordo"). Visto che l'accordo è rimasto sostanzialmente lo stesso, così come le condizioni della sua firma (mancato assenso di piloti ed assistenti di volo), era una scelta 'politica' (non di merito) il non volerlo firmare prima oppure è stata una scelta 'politica' (idem) il volerlo firmare poi? Comunque una scelta politica, in un verso o nell'altro, evidentemente ci deve essere necessariamente stata.

Chiusa, pare, la vicenda Alitalia, si vuole subito aprire un'altro fronte: la riforma della scuola. Il ministro Gelmini ed il suo progetto di riforma sono per la verità già da tempo sottoposti ad un fitto fuoco di sbarramento preventivo da parte dei sindacati della scuola. Sbarramento effettuato con tutti i mezzi, soprattutto le balle. Scriveva Luca Ricolfi su La Stampa del 25/09:
"E tuttavia, nonostante queste riserve, stento a capire l’incredibile pioggia di critiche, insulti, manifestazioni, sceneggiate, lezioni di pedagogia (e talora di democrazia) che sono state riversate sul neo-ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini non appena ha cominciato a occuparsi di scuola, e in particolare di quella elementare (per una rassegna consiglio di vistare il sito del Partito democratico e quello della Cgil-scuola, ora ridenominata Flc). Il mio stupore nasce da due ragioni distinte. La prima è che, andando a controllare le cifre (DL 112, art. 64, comma 6), si scopre che la maggior parte dei numeri spaventa-famiglie che sono stati agitati sono semplicemente falsi. Non è vero che il bilancio della scuola subirà tagli per 8 miliardi: il taglio del prossimo anno sarà inferiore a 0,5 miliardi (1% del budget), i tagli netti previsti per il triennio 2009-2011 sono pari a 3,6 miliardi spalmati su tre anni. Non è vero che saranno licenziati 87 mila insegnanti: la riduzione del numero di cattedre avverrà limitando le nuove assunzioni, la cifra di 87 mila insegnati in meno si raggiungerà nel 2012 e include nel calcolo le riduzioni già pianificate da Prodi (circa 20 mila unità, a suo tempo giudicate insufficienti nel Quaderno bianco sulla scuola pubblicato giusto un anno fa dal precedente governo). Non è vero che, nelle scuole elementari, sparirà il tempo pieno e tutti i bambini dovranno tornare a casa alle 12,30: l’introduzione del maestro unico, con conseguente soppressione delle ore di compresenza, libererà un numero di ore più che sufficiente ad aumentare le ore di tempo pieno eventualmente richieste dalle famiglie. Né si vede su quali basi l’opposizione agiti lo spettro di una riduzione degli insegnanti di sostegno, o della chiusura delle scuole di montagna (nessuna norma della Finanziaria lo prevede, e il ministro ha esplicitamente escluso tale eventualità). Ma c’è un secondo motivo per cui mi è incomprensibile lo tsunami anti-Gelmini di queste settimane: i critici danno per scontato che la scuola elementare così com’è vada bene, e che l’introduzione del maestro unico sia una scelta didatticamente sbagliata."
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5043&ID_sezione=29&sezione=Editoriali

Nonostante l'atteggiamento sostanzialmente favorevole di molti genitori e di qualche sparuto insegnante nei confronti di alcuni dei punti salienti della proposta di riforma della Gelmini, Epifani ha oggi ufficialmente dichiarato guerra:

«Se le cose non cambiano ci sarà lo sciopero generale di tutta la scuola». Lo ha detto il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, nel corso del suo intervento a Roma alla giornata di mobilitazione della Cgil contro la politica economica del Governo. Epifani ha poi sottolineato «di sperare che» un’eventuale iniziativa di questo genere «possa essere presa unitariamente». Lo sciopero - ha spiegato Epifani ribadendo di auspicare una decisione unitaria con le altre confederazioni - avrebbe lo scopo di «contrastare le politiche dei tagli e la controriforma del Governo». «Così non va» ha detto Epifani parlando dei servizi pubblici per i quali «paghiamo di più per avere di meno e favorire la sanità e la scuola privata». Il leader della Cgil ha criticato le recenti misure del ministro dell’istruzione Gelmini: «come si fa a dire che i bambini meno stanno a scuola e più imparano? Capirei per i liceali e per gli universitari ma in quale testo di pedagogia è stato prelevato questo concetto? È questa - ha concluso Epifani - la funzione della scuola primaria? Perchè distruggerla?».
tratto da La Stampa del 27/09/2008
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200809articoli/36833girata.asp

Ma non basta. Il fronte aperto da Epifani è ancora più esteso e più alto.

"Il segretario della Cgil è tornato poi a puntare il dito contro la proposta di Confindustria sulla riforma dei contratti perché determinerebbe per i lavoratori una perdita di salario reale dello 0,5% l'anno, che equivale all'8% in 15 anni. Parlando dal palco della mobilitazione della Cgil contro la politica economica del governo, Epifani annuncia che «un accordo adesso è più difficile». Il documento di Confindustria, aggiunge, «per noi proprio non va bene, gli ultimatum si sono rivelati fino ad ora inefficaci». (...) Più in generale Epifani ha chiesto una svolta di politica economica. «Dalle piazze parte un richiamo forte al Governo: si deve svegliare, alzare, capire quello che succede. Il Paese sta perdendo colpi e l'occupazione sta andando indietro. Governo svegliati perché una parte del Paese non ce la fa più». In particolare il segretario generale di corso Italia ha messo in evidenza i problemi legati a occupazione, salari, pensionati e anziani. «Con questa inflazione, a parità di salario, un lavoratore dipendente - ha lamentato Epifani - paga mediamente 300 euro in più di imposte e di Irpef».
tratto da sole24ore del 27/09/2008
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/09/epifani-scuola-confindustria.shtml?uuid=b5222f2c-8c84-11dd-b725-5a45df15cdfb&DocRulesView=Libero

Fermo restando che nessuno mette in discussione la libertà di Guglielmo Epifani di fare tutte le battaglie nelle quali crede, può taluno avere dei dubbi sul fatto che le sue velleità, più che sindacali, non siano essenzialmente politiche?






giovedì 25 settembre 2008

LA PANTOMIMA DELLA CGIL

"Compagni, non si firma."
"Bene, bravi!"

"Compagni, si firma."
"Bene, bravi!"


Dicono: ora si firma perché sono stati ottenuti significativi miglioramenti di quell'accordo.
Ah si? E quali sarebbero quei clamorosi cambiamenti del quadro di accordo stabilito con la CAI (alla prima stesura del quale aveva partecipato la stessa CGIL nella persona di Solari), tali da convincere la CGIL ora a firmarlo, contrariamente a quanto ritenesse giusto e corretto fare solo una decina di giorni fa, arrivando così ad un passo dalla ineluttabilità del fallimento definitivo di Alitalia?
# Il partner straniero di minoranza? Per la verità, di fatto, non c'è sottoscritto nell'accordo firmato alcun partner straniero (che dovrà scegliersi poi CAI), ma non se ne parlava fin dal principio della trattativa di questa prospettiva?
# Il numero di assunti e degli esuberi? No, sono gli stessi: 12.500 assunti e 3.250 esuberi.
# L'impegno sul riassorbimento degli esuberi?
La CGIL avrebbe ottenuto un 'impegno' da parte della CAI a riassorbire i lavoratori in esubero nel caso in cui dovesse occorrere nuovo personale. Un impegno, quindi, non vincolante e condizionato. Il che vuol dire che non ha ottenuto assolutamente nulla.
# Il 7% sugli utili per i dipendenti? Ma non era l'offerta fatta da Colaninno proprio allo scadere dell'altro termine di scadenza dell'offerta?
# Altri piccoli e non così significativi miglioramenti delle condizioni contrattuali (i primi tre giorni di malattia retribuiti,
i riposi sono pari a 30 giorni per trimestre, con un minimo mensile programmabile di otto, altre amenità circa le qualifiche, ecc.). E questi sarebbero i miglioramenti significativi tali da indurre il ribaltamento della propria posizione così clamorosamente sostenuta prima?


Ma ammettiamo, per assurdo, che ci siano ora effettivamente dei miglioramenti e dei 'chiarimenti' significativi da parte della CAI.
Non era Epifani che diceva: "dissentire per ampliare il consenso" (tra gli applausi sinceri e commossi della sinistra)? Come a dire: noi per correttezza, anche se abbiamo contribuito alla stesura e discussione di questo accordo, non possiamo mettere una firma per suggellarlo in quanto tale accordo comprende altri lavoratori (piloti ed assistenti di volo) i quali non sono rappresentati né dal nostro sindacato, né dagli altri sindacati confederali sottoscrittori.
Ottimo.

Ora invece firma. Perché?

PS: Riporto, come risposta a questa domanda, la franca e chiara risposta datami nei commenti al blog di Daw (http://daw.ilcannocchiale.it/comments/2037826) da parte di una tal anarchica che si firma Leonarda Cianciulli:

"Purtroppo, di fronte all'attacco mediatico la sinistra, che talvolta si risveglia dal coma, ha fatto la contromossa. In cambio di inezie ci comunica che grazie al caloroso abbraccio di zio uolter e alla responsabilità dei sindacati che non sono tanto caccabrutto, abbiamo salvato alitalia tiè. Perso per perso, salviamo la faccia."

mercoledì 24 settembre 2008

PERSONALE DI VOLO: E SE NON AVESSERO TUTTI I TORTI?

Leggendo lo 'sfogo' di un assistente di volo Alitalia raccolto da Claudio Cerasa e pubblicato sul Foglio (http://www.ilfoglio.it/soloqui/1078), qualche considerazione mi viene da fare: e se non avessero proprio tutti i torti? Se fosse vero che i loro privilegi, seppur ci siano, non rappresentano né l'unico, né il principale problema della gestione catastrofica dell'attuale Alitalia? E se non avessero tutti i torti, come mai non c'è stato nessuno (a cominciare dai loro sindacati, ai quali non sarebbe mancata l'opportunità di farsi sentire sui media, visto che non si occupano d'altro che di Alitalia) in grado di far conoscere le loro vere ragioni ed i loro legittimi motivi della protesta? Riporto uno stralcio, quello a mio parere più significativo, di questo 'sfogo':

"Spiegateci perché non avete scritto che negli ultimi anni la nostra compagnia ha avuto una produttività superiore del venticinque per cento rispetto a quella di Lufthansa; dell’undici per cento rispetto a quella di Air France; e dell’otto per cento rispetto a quella di Iberia? Spiegateci perché non avete scritto che Air France ha 246 dipendenti per ogni aereo, che la British ne ha 158, che Lufthansa ne ha 152 e che Alitalia invece ne ha soltanto 62. Spiegateci come fate a dire che, dalle nostre parti, il numero dei dipendenti è, come scrivete voi, ‘eccessivo’. Come no. ‘Eccessivo’. E se vi dicessi che l’Alitalia per il suo personale spende la metà di tutte le altre compagnie europee? E se vi dicessi che l’Alitalia per il suo personale ha spese pari ha 15,6 euro ogni 100 euro che incassa? Se vi dicessi che la British per il suo personale di euro ne spende 27 ogni 100, Iberia 25, Lufthansa 23 e Air France 31? Vede, qui ci sono i signori che dicono di fare i sindacalisti che non capiscono che, se li prendiamo a fischi, è perché non è possibile rappresentare un dipendente senza sapere nulla dei nostri contratti. Che c’entra Bonanni con gli assistenti di volo? Che c’entra Epifani? Noi lo sa che a Fiumicino abbiamo strappato le tessere della Cisl, della Cgil e della Uil? E lo sa perché? Perché nessuno ha fatto nulla per noi. Perché i sindacati che vorrebbero rappresentarci così tanto non hanno firmato un contratto che dovevano firmare cinque mesi fa con Air France; perché i sindacalisti si sono addormentati quando l’azienda andava a farsi benedire e perché oggi, gli stessi che sulle prime pagine dei giornali si presentano come i salvatori della patria non riescono a trovare un accordo con chi, in un modo o in un altro, ci potrebbe comunque salvare."

venerdì 19 settembre 2008

SE NON E' COLPA DEI SINDACATI... E' COLPA DEI DIPENDENTI ALITALIA

Sono molti i sondaggi proposti o pubblicati su quasi tutti i quotidiani nazionali. In tutti emergono alcuni elementi più o meno costanti: che la maggioranza dei cittadini è oramai convinta che il fallimento di Alitalia sia inevitabile, che non sia auspicabile un ulteriore intervento dello stato e che il principale responsabile del probabile fallimento di Alitalia, almeno della sua fase finale, siano soprattutto le sue componenti sindacali, in primo luogo quelle degli assistenti di volo e dei piloti.

Da cosa deriva questo atteggiamento così negativo nei confronti dei sindacati e dei dipendenti Alitalia?

Certo la vertenza dei dipendenti Alitalia è stata per molti aspetti paradossale. Intanto perché fatta proprio da parte delle categorie di lavoratori considerate, almeno finora, certo non tutte, tra le più privilegiate, più ricche e con condizioni lavorative migliori. Poi per la fermezza e determinazione nel voler difendere proprio quelle condizioni lavorative considerate privilegiate. Tuttavia la cosa più assurda ed incomprensibile è stata la loro manifestazione pubblica e plateale di soddisfazione (almeno apparente) al momento della comunicazione del ritiro dell'offerta CAI: certo non è facile capire chi, mentre sta per perdere il lavoro, il suo stipendio, sta vedendo fallire la propria azienda, a fronte di chi gli offre la possibilità di mantenere il proprio lavoro (sia pure con significative variazioni e riduzioni di stipendio) e crea le condizioni affinché la sua azienda possa quantomeno intanto sopravvivere, béh, non trova di meglio che scandire "meglio falliti che con questi banditi".
Le uniche possibili spiegazioni di un tale atteggiamento potrebbero essere: 1) "siamo convinti che ci sarà un altro acquirente"; 2) "siamo convinti che il governo verrà in nostro aiuto"; 3) "anche a costo di nostre pesanti conseguenze personali, questo affare ad imprenditori che noi riteniamo solo speculatori, non lo permetteremo"; 4) "in ogni caso a noi ci va di lusso, perché anche in caso di fallimento almeno avremo cassa integrazione e liquidazione garantita in base allo stipendio attuale" (questo punto vale solo per i piloti). In tutti questi casi (nel caso 1) e 2) passando per poveri illusi, nel caso 3) idealisti incoscienti e nel caso 4) irresponsabili egoisti e cinici) non ne risultano comunque uscire bene.

Molti hanno tentato di giustificare il duro ed intransigente atteggiamento dei sindacati con le critiche alla cordata CAI, considerata essere un semplice gruppo di speculatori che, profittando della situazione di Alitalia e dei vantaggi offerti loro dal governo per la sua acquisizione, non avrebbero altro obiettivo di rientrare, con cospicuo ricavo, del loro investimento non appena se ne creeranno le condizioni (la vendita delle loro quote).
Ebbene, se si trattasse di pura speculazione, perché CAI avrebbe fatto cadere l'offerta? E perché non si farebbero avanti ora altri speculatori, magari dall'estero? La verità è che questa Alitalia è una grana che non vuole nessuno, nemmeno (e soprattutto) gli speculatori. L'Alitalia ha attualmente 2 milioni di euro di perdita al giorno. Chi potrebbe prendere Alitalia e mantenerla così com'é (come sembrerebbero pretendere i sindacati, almeno come retribuzioni e numero di posti di lavoro)? Chi ci investirebbe una lira, considerata anche la negativa congiuntura internazionale? In ragione di queste considerazioni è apparsa dunque eccessiva anche la perentoria pretesa da parte dei sindacati di mettere bocca sul piano industriale: come può chi rappresenta quei lavoratori che stanno per essere licenziati dalla loro azienda in prossimità di fallimento, mettere paletti e condizioni sul piano industriale stabilito e scelto da chi si è impegnato su quel piano investendo propri soldi (circa 1,4 miliardi di euro) e la propria capacità imprenditoriale?

Ma il capolavoro dei sindacati è stato non accettare una offerta 'irricevibile' in quanto prevedeva troppi esuberi (almeno 3000) e condizioni contrattuali 'inaccettabili', con ciò ottenendo il risultato che si arrivi con ogni probabilità al licenziamento di tutti i lavoratori (20.000) e alla perdita di tutti i contratti.
Poi qualcuno dice che il sindacato ha fatto solo il suo mestiere: tutelare i lavoratori. Più tutelati di così si muore.


PS: segnalo sempre su questo tema l'interessante post di Barbara Di Salvo dal titolo significativo: "Kamikaze"

http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=22868&Itemid=9

giovedì 18 settembre 2008

ALITALIA ADDIO


Dunque il salvataggio di Alitalia sarebbe ufficialmente fallito.
L'offerta della cordata CAI ha trovato l'intransigente rifiuto da parte di alcune delle principali categorie sindacali dei piloti e degli assistenti di volo. Che hanno dimostrato in questa loro ferma intransigenza molto coraggio.
Di questo coraggio avranno ancor più bisogno a partire da oggi.
Nella speranza che quel coraggio non fosse invece solo irresponsabile errore di valutazione.


La CAI era una cordata di privati che ha ritenuto di poter rilevare la parte migliore della nostra compagnia di bandiera confidando in un possibile rientro. Per la posizione di rifiuto netto della sua proposta da parte di alcuni sindacati, ha scelto, legittimamente, di togliersi dalle scatole. Tuttalpiù avrà perso un possibile affare.

Ma i dipendenti Alitalia tutti? Siamo sicuri che tutti loro fossero così convinti della giustezza di mandare tutto all'aria e siano persuasi che ci siano speranze migliori per il loro futuro? E chi debbono ringraziare costoro per tale regalo (il fallimento)? Berlusconi? O i loro sindacati irremovibili?

Se una trattativa in corso fallisce la colpa è di chi la fa fallire, non di chi aveva creato le condizioni di trattare. Si dirà che non fosse una trattativa accettabile. Forse per questo qualcuno ha esultato per il suo fallimento. L'importante è che non debba avere a pentirsene molto presto.

Quanto al consenso di questo governo, la mia personale impressione è che non ne risentirà troppo negativamente, in quanto anche in questa circostanza la grande maggioranza degli italiani credo abbia apprezzato comunque l' impegno ed il tentativo di questo governo e, visto il comportamento delle parti in causa, fosse arrivato a vedere oramai come una dolorosa ma inevitabile necessità il fallimento di questa Alitalia.

LA DIATRIBA DELL'ANTIFASCISMO


Fascismo ed antifascismo penso siano tra i termini attualmente più inflazionati e dei quali se ne fa un uso più improprio.

Oramai quasi a chiunque si può dare del 'fascista' (inteso come termine offensivo nei confronti di chi è ritenuto autoritario, intollerante e violento), così come tanti soggetti di destra, cioè dello schieramento politico opposto a quello dell'antifascismo ortodosso, possono sinceramente e legittimamente professarsi 'antifascisti', se se ne accetti l'accezione del termine estesa a tutti coloro i quali si riconoscano ed abbiano comportamenti coerenti con il presupposto del valore irrinunciabile della democrazia, del rispetto delle idee e delle libertà individuali altrui (a prescindere dallo schieramento politico di appartenenza).

Tuttavia, mentre gli ortodossi dell'antifascismo sono talora, di fatto, più 'fascisti' di coloro ai quali danno del fascista (oltre ad aver difficoltà ad equiparare i comportamenti 'fascisti' dei regimi comunisti con quelli dei regimi fascisti veri e propri), i convinti fascisti, che non si sono mai rinnegati come tali, non accetterebbero mai di essere definiti antifascisti: si può dunque sostenere che i fascisti convinti abbiano almeno il merito, rispetto agli antifascisti ortodossi, di non alimentare la confusione su questa diatriba.

Diatriba che si sta facendo col tempo sempre più stucchevole e noiosa.
Buon segno: probabilmente si stanno creando le condizioni per poterne parlare solo seriamente e con cognizione di causa, non più per slogan o in base a tabù.

martedì 16 settembre 2008

IL SENSO DEL COSTO DEL SALVATAGGIO ALITALIA

L'obiezione principale al tentativo di salvataggio della nostra compagnia di bandiera (sia pure in forma di costituzione di una nuova società, ma il senso è quello), è l'eccessivo costo che questo comporterebbe per il paese (oltre a quelli già sostenuti finora), soprattutto in considerazione delle obiezioni politiche che erano state mosse contro l'altra operazione (la vendita di Alitalia ad AirFrance-KLM) tentata dal precedente governo e poi comunque fallita, che tuttavia avrebbe anche consentito l'alienazione dei precedenti debiti accumulati della compagnia. L'attuale operazione CAI sarebbe quindi vista da taluni come un 'regalo' ad alcuni imprenditori, quelli della cordata, che avrebbero l'opportunità di far nascere una nuova compagnia liberata dai precedenti debiti (essenzialmente accollati ad una 'bad company' e quindi, in ultima analisi, allo stato).

Effettivamente, grosso modo, le cose sono esattamente in questi termini.

Tuttavia va considerato che tale 'regalo' è stato ritenuto giusto e valido dall'attuale governo in base ad un (sia pur presunto) interesse nazionale superiore e comunque per una precisa scelta politica (sia pure discutibile: l'opportunità per un paese come il nostro di non avere un controllo straniero della quota principale del proprio traffico aereo, interno ed internazionale ). Tale scelta politica, tra l'altro, essendo in linea con quanto hanno fatto quasi tutti i paesi europei con le proprie compagnie di bandiera (Francia, Spagna, Portogallo ed anche Inghilterra).

Tale 'regalo', cioè, potrebbe alla lunga rivelarsi essere un buon servizio al paese. Anche
il salvataggio della Fiat, ad esempio, è stato sicuramente, dal punto di vista dei costi sostenuti dal paese per poterlo consentire, un 'regalo' innanzitutto all'azienda, ma è stato anche una operazione utile al sistema paese (e non sono cose che accadano solo in Italia, semmai in altri paesi lo sanno fare meglio e con più efficacia). Certo si dovrebbe fare un bilancio tra vantaggi e svantaggi, ma non è corretto analizzarne solo i costi. In ogni caso sono valutazioni squisitamente politiche, che, sia nel caso di Fiat ieri, che di Alitalia-CAI oggi, io personalmente condivido.

Daltronde anche la sanità pubblica è un costo oneroso per lo stato. Potremmo dire che per tale ragione vada abolita?

lunedì 15 settembre 2008

FINI TAGLIA I PONTI COL PASSATO, E FA BENE

«Sono convinto non da oggi che la destra italiana debba senza ambiguità e reticenze dire che si riconosce in alcuni valori certamente presenti nella Costituzione: la libertà, l'uguaglianza e la giustizia sociale. Valori che hanno guidato e ancora guidano il cammino della destra e che sono valori di ogni democrazia e che a pieno titolo sono antifascisti. La destra deve ribadire in ogni circostanza questi concetti, proprio per superare il passato, non per archiviarlo, ma per costruire una memoria che consenta al nostro popolo di andare avanti»
«I resistenti stavano dalla parte giusta, i repubblichini dalla parte sbagliata. È doveroso dire che, se non è in discussione la buonafede, non si può equiparare chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta di uguaglianza e libertà e chi, fatta salva la buonafede, stava dalla parte sbagliata»
«Chi è democratico cioè si riconosce nei valori della libertà, dell'uguaglianza e della giustizia sociale è antifascista, ma non tutti gli antifascisti in Italia erano democratici perchè chi aveva come modello l'Urss di Stalin era a pieno titolo antifascista ma non a pieno titolo un democratico».

A proposito di queste importanti e significative affermazioni fatte da Gianfranco Fini nel corso della riunione (Atreju 2008) dei giovani di AN (alcune delle quali riproposte nel video:
FINI: LA DESTRA SI RICONOSCA NELL' ANTIFASCISMO - Video politica LA7.it )
riporto per intero un articolo di blog che mi sento di condividere completamente:

scritto da Marco Cavallotti
Legnostorto, 14/09/2008

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Fini ha dato un altro strappo. Ora i nostalgici del ventennio sono in grande agitazione, si scatenano i simpatizzanti della destra-destra, quelli che rimangono attaccati come cozze alle discussioni tra "antifascisti" che per la democrazia prendevano a modello Stalin, e anticomunisti che vedevano la libertà nella Repubblica di Salò. Fini procede come un tritasassi, e pur con le semplificazioni un po' manichee, pur con le dimenticanze e le preterizioni alle quali costringono i discorsi riportati in piazza e dalla stampa, sembra voler affrancare definitivamente il suo partito dal vincolo storico con il fascismo ereditato dal Msi. Che si tenti di costruire in Italia una destra non fascista o postfascista mi pare solo un bene per tutti. Come mi pare che sarebbe un bene per tutti che certe bolse vulgate trionfali sulla Resistenza, certe censure e certe gravi, vergognose, prolungate omissioni rimangano ormai retaggio di quei nostalgici che hanno imparato la storia dai manuali del Pci. Per le nuove leve della sinistra-sinistra, quelle che ora giustificano il terrorismo perché la società non li accoglie e non li capisce, fascismo e antifascismo sono ormai contenitori vuoti e senza reali collegamenti al passato, da riempire con contenuti scelti di volta in volta a piacere.
Certo, colpisce il fatto che Fini non si sia ricordato nemmeno questa volta che una "destra" non totalitaria, non "antidemocratica", come dice lui, ci sia e sia stata sempre presente fra i principali nemici di entrambi i totalitarismi, cresciuti a destra e a sinistra: si tratta del pensiero liberale, mai pensiero di massa in Italia, ma vettore di fondamentali valori sparsi spesso tra personalità militanti in varie formazioni politiche. È anche un po' ridicolo che per farsi capire meglio il leader di An insista con le graduatorie del "male", dimenticando che ci fu allora ben "di peggio" – anche solo calcolando col pallottoliere il numero dei morti –, e che non si può mai mettere un limite alle follie umane. Ma in fondo se Fini sapesse e ricordasse anche questo finirei per trovarmi d'accordo con lui…
Qualcuno troverà che l'abbandono delle trincee in difesa dell'onore dei vinti possa dare uno spazio spropositato a coloro che vollero arrogarsi – molto impropriamente – il merito di vincitori. Io non penso che sia così: non mancano ormai le opere serie che riconsiderano il ventennio, la guerra e quel che ne seguì con un certo equilibrio: basta leggerle. Ma non tutti lo vogliono fare: il che significa che ormai la retorica a senso unico dell'antifascismo piazzaiolo e strabico – quel tipo di antifascismo che giustamente Fini definisce "non democratico" – è diventata un irrinunciabile paravento dietro al quale nascondere il nulla. Noi speriamo che a Fini ed ai suoi non serva un simile nascondiglio.

http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=22831

LA VERA TRATTATIVA DEVE ANCORA COMINCIARE


Le ultime notizie della trattativa in corso per la nascita della nuova compagnia aerea nazionale, sembrano registrare un inizio di accordo con i sindacati generali, ma solo per ciò che concerne i lavoratori di terra e della manutenzione. Insomma, probabilmente, non siamo ancora nemmeno all'inizio della vera trattativa, quella sola che può portare a sbloccare la situazione: la trattativa con i piloti.

1) i piloti hanno una professione di alta specializzazione (non si fa un pilota dall'oggi al domani);
2) i piloti hanno un lavoro di altissima responsabilità (portare per aria centinaia di persone e riportarle a terra pilotando aggeggini da milioni di euro ciascuno)
3) formare un buon pilota richiede molto tempo, soldi ed investimenti;
4) l'unico modo di sostituire in tempi rapidi un pilota è sostituirlo con un altro (di un'altra compagnia o militare);
5) nessun paese moderno può pensare di poter rinunciare, da un giorno ad un altro, al proprio traffico aereo;
6) in pratica non c'è modo di poter fare a meno di un accordo coi piloti.

Per tutte queste ragioni è ovvio che il peso contrattuale dei piloti sia cruciale e fondamentale: nessuna compagnia aerea può essere concepita senza di loro (anche gli aerei si affittano, tutti gli altri ruoli sono molto più facilmente sostituibili).

Se poi c'è la consapevolezza che c'è la necessità di arrivare ad una conclusione della trattativa in tempi molto ristretti ed è cosa nota l'esplicito impegno politico preso dal governo per trovare una soluzione positiva, il loro peso cresce.

Fino al punto di poter far crollare tutto.

Sapranno o vorranno i piloti evitare di arrivare a quel punto?

La mia impressione personale è che abbiano comunque voglia di giocarsela fino in fondo ed al limite.

Speriamo che sappiano fare bene i propri calcoli.
Per loro, ma soprattutto per il paese.

sabato 13 settembre 2008

IL SENSO DELLA REALTA' ALITALIA


Direi che, a proposito della vicenda Alitalia, molti stiano perdendo il senso della situazione e della realtà:

1) la crisi del trasporto aereo è internazionale e riguarda tutte le compagnie, anche quelle low cost come Ryan Air, a dispetto dello straordinario successo registrato da quest'ultima solo fino a poco tempo fa.

2) la proposta AirFrance, aldilà della 'cinica opposizione elettorale' (citando Bersani) di Berlusconi, aveva alcuni presupposti pregiudiziali essenziali, dei quali il consenso sindacale ne era uno fondamentale; ebbene la decisione di far cadere la proposta d'acquisto da parte di AirFrance è coincisa col fallimento dell'accordo con i sindacati dei lavoratori di Alitalia, la cui intransigenza, visto l'andamento anche della trattativa attuale (per non dimenticare l'opposizione al piano Mengozzi del 2003), non può essere certo attribuibile semplicemente alle 'elettorali' esternazioni di Berlusconi.

3) la proposta d'acquisto di AirFrance, già complessa ed al limite di previsione di rientro di utile per la compagnia francese, si basava sul costo del greggio fissato a 86$ al barile; con l'aumento vertiginoso a 130$ dei mesi successivi (e la previsione di possibile ulteriore crescita), è evidente che quella proposta d'acquisto non sarebbe potuta essere mantenuta (già in partenza non tutti in AirFrance-KLM erano convinti sull'opportunità di procedere nell'operazione di acquisizione di Alitalia).

4) aldilà dell'aspetto 'elettorale', l'affermazione dell'importanza strategica del trasporto aereo per un paese industriale e turistico come il nostro, sostenuta da Berlusconi, è un qualcosa di reale e fondato, per il quale vale la pena, da parte del governo e della collettività, assumersene anche un costo oneroso. Così è stato in Francia con AirFrance nel 1994, così è stato in Spagna con Iberia, così è stato in Portogallo con la Tap. Dunque, in questo, noi non saremmo stati una anomalia. E ci possono essere degli importanti rientri nel tempo, come infatti è avvenuto in Francia con la sua compagnia di bandiera (a patto di fare un buon piano industriale, ovviamente). A questo proposito è molto interessante questo interessante articolo scritto da Bruno Trévidic su Les Echos, ripreso dal sole24ore:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2008/09/alitalia-rassegna-stampa-estera.shtml?uuid=d30d9a06-7e5d-11dd-af0d-18a3890c8d4c&DocRulesView=Libero&fromSearch

5) che l'operazione CAI abbia aspetti non proprio cristallini dal punto di vista procedurale e sostanziale è un qualcosa che va considerato, tenendo tuttavia presente i ristrettissimi (quasi nulli) margini di tempo che si avevano a disposizione, in ragione dei limiti (quasi nulli anch'essi) di disponibilità di cassa di Alitalia: non c'è né tempo, né modo, né candidati per avere una alternativa d'acquisto ed evitare il fallimento (già è partita la procedura d'infrazione da parte delle autorità europee per i 300mila euro
concessi in extremis dal precedente governo Prodi).

6) condurre la trattativa sui nuovi contratti come è stato fatto da parte sindacale, volendo partire cioè dai contratti e dalle condizioni di lavoro precedenti, con la ferrea intransigenza soprattutto da parte dei piloti ed dagli assistenti di volo, non è altro che voler pretendere l'impossibile.

7) se la situazione dovesse precipitare (ancora io mi auguro che ciò non accada), i costi ricadrebbero sull'intero paese, così come le responsabilità di questo fallimento non potrebbero che essere attribuite a tutte le classi dirigenti che si sono alternate almeno negli ultimi 10-15 anni alla guida della compagnia e del governo. Non è dunque ammissibile, parafrasando Bersani, la 'cinica critica elettorale' che l'attuale opposizione sembra già si stia preparando a fare.


PS: quello che temo, è che ci sia, soprattutto da parte dei piloti, la consapevolezza del fatto che non si possa rinunciare da un momento all'altro al traffico aereo di un paese come il nostro, e che, più o meno legittimamente, possano dunque ritenere di avere, almeno nel breve periodo, nonostante la criticità della situazione attuale, il coltello dalla parte del manico e dunque ancora margini di trattativa per spingersi con le loro richieste.
E questo complica notevolmente le cose al governo...

giovedì 11 settembre 2008

SIAMO TUTTI COMPLOTTISTI. O NO?


link per la fonte della immagine:
http://www.worldpublicopinion.org/pipa/articles/home_page/535.php?nid=&id=&pnt=535&lb=

Sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio (dal quale è tratta la figura sopra) effettuato dal World Public Opinion sulle percentuali attribuite dagli intervistati in 17 nazioni nel mondo sui presunti responsabili dell'attentato dell'11 settembre 2001. Il sorprendente risultato di tale sondaggio (International Poll: No Consensus On Who Was Behind 9/11) dimostrerebbe che un intervistato su due, complessivamente, nel mondo, non si ritiene convinto che il responsabile di tale attentato sia stato Al Qaeda, dando credito dunque alle ipotesi complottiste (Stati Uniti stessi, Israele, altri) o non sapendo dare una risposta certa (quest'ultimi rappresentati da DK nella figura). Nella figura riportata sopra è possibile vedere le percentuali relative ai singoli paesi. In Italia, come nel resto d'Europa, la percentuale scende ad uno su tre.

Effettivamente, il dato appare sorprendente.

Certo i complottisti sono stati mediaticamente più ricercati ed hanno goduto di maggiore visibilità, se non altro per la maggiore "intriganza" (dunque relativo interesse di share) delle loro tesi rispetto alle più "banali" argomentazioni di chi si limitava a razionali e più ovvie spiegazioni dei fatti.

Certo la quota degli "antiamericani", cioè di chi vede negli USA soprattutto una superpotenza militare (e di servizi) cinica e bara, non è affatto esigua, soprattutto nei paesi arabi, certo, ma anche qui da noi in Italia ed in Europa.

Tuttavia, anche in base al semplice buonsenso, ma soprattutto a seguito di un minimo approfondimento delle tesi e delle controtesi complottistiche (vedere il sito di Paolo Attivissimo: http://undicisettembre.blogspot.com/ ), direi che i dubbi sul complotto relativo all'11/09, in realtà, hanno una consistenza piuttosto limitata e sembrano poter attecchire e permanere solo in ambienti culturali ristretti e marginali (come mi pare giusto che sia).

Dunque i miei dubbi più consistenti, alla fine, rimangono proprio sul modo in cui è stato presentato il risultato di questo sondaggio:
a ben vedere, in effetti, risulta che la percentuale di quanti credono alla tesi ufficiale (Al Qaeda responsabile) è nettamente maggioritaria: in Europa circa il 60% (in Italia 56%). C'è poi un abbondante 20% che non si sbilancia (probabilmente più per prudenza e confusione che per dubbio motivato) ed una rimanente parte (circa un altro 20% e passa) che attribuisce ad altri (Stati Uniti stessi, Israele, o altri) la responsabilità dell'attentato.

Insomma, messa così la questione sembra prendere un aspetto meno eclatante.

mercoledì 10 settembre 2008

IL FASCISMO MALE ASSOLUTO?


Cosa significa "male assoluto" riferito al Fascismo?
Che peggio del fascismo non c'è stato nulla?


Se questa è l'interpretazione che se ne vuol dare, è una affermazione non corretta.
Perchè è essenzialmente ciò che si adduce a giustificazione di tale affermazione, vale a dire le leggi razziali e la compartecipazione all'olocausto del popolo ebraico da parte del regime Mussoliniano a rappresenare indubbiamente un "male assoluto". Tuttavia attribuirne la prerogativa ed identificarlo addirittura storicamente con il Fascismo è sbagliato: in primo luogo perché ciò ha rappresentato una tardiva derivazione, una assimilazione passiva (sia pur non per questo meno colpevole) dell'ideologia razzista anti-semita del Terzo Reich (come sostiene lo storico Renzo De Felice nella sua "Intervista sul fascismo", "il fascismo fece propria la dottrina razziale più per opportunità politica – evitare una difformità così stridente all’interno dell’Asse – che interna necessità della sua ideologia e della sua vita politica"); in secondo luogo perché di tragedie di questo tipo, cioè sterminazioni pianificate e sistematiche di gruppi, razze od etnie, storicamente ce ne sono state molte altre, anche più recenti, e dunque non possono essere considerate una caratteristica propria ed esclusiva del Fascismo.

Più in generale, ogni grande ideologia porta con sé necessariamente grandi rischi: perché tende a prendere il sopravvento sul libero arbitrio, ma soprattutto sul valore della persona. Dietro ai grandi drammi della storia, infatti, come guerre e stermini, per lo più motivati da interessi economici, l'ideologia ha costituito la loro legittimazione, la leva che ha mosso (o almeno dato loro una giustificazione teorica) gli atti più efferati e disumani. Così è stato col nazismo (e col fascismo per derivazione), con i regimi comunisti (lo stalinismo o il regime di Pol Pot), con ogni forma di dispotismo (che ha comunque alla sua base una ideologia, sia pure in forma di culto personale), ma anche con gli estremismi religiosi (la sharia o l'inquisizione cattolica dei secoli passati). Così è stato per la "pulizia etnica" condotta più recentemente (1999) in Kosovo dai serbi di Milosevic.

Il "male assoluto" non può essere considerata dunque una qualità propria e specifica del Fascismo, almeno non più di tanti altri regimi autoritari, antidemocratici e lesivi delle libertà individuali, anche se il regime Mussoliniano ne ha rappresentato comunque storicamente una espressione.

In ogni caso rimane difficile distinguere le aberrazioni dei regimi di vario tipo, solo che ci si ponga dal punto di vista delle loro vittime.



PS: a proposito del rapporto tra Fascismo e anti-semitismo:

Il fascismo ebbe tra i suoi sostenitori tantissimi ebrei.
Nella famosa riunione in piazza San Sepolcro a Milano (23 marzo1919), fra i 119 fondatori del fascismo ci sono anche cinque ebrei, ed è uno di loro (Cesare Goldman) a procurare la sala all'associazione industriali dove Mussolini tiene a battesimo il movimento. Tra i "martiri fascisti" che muoiono negli scontri con i socialisti fra il 1919 e il 1922, figurano tre ebrei: Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo. Più di 230 ebrei partecipano alla marcia su Roma nell’ottobre del 1922 e risulta che a quella data gli iscritti al partito fascista o a quello nazionalista (che poi nel 1923 si fondono) siano ben 746. A Fiume con D'Annunzio ci sono ebrei, fra cui Aldo Finzi che diviene poi sottosegretario agli interni di Mussolini e membro del Gran Consiglio (allontanato dal Regime, entrerà poi nella Resistenza e morirà alle Fosse Ardeatine), mentre Dante Almansi ricopre addirittura sotto il fascismo la carica di vice capo della polizia. Guido Jung è eletto deputato fascista e viene nominato ministro delle Finanze dal 1932 al 1935. Maurizio Rava è nominato vicegovernatore della Libia, governatore della Somalia e generale della milizia fascista. Tanti altri ebrei, pur occupando posti di minore importanza, contribuiscono all’affermazione del fascismo, come il commendator Elio Jona, finanziatore de Il Popolo d’Italia, e come gli industriali lombardi di origine ebraica che, per paura del comunismo, sostengono finanziariamente il movimento.
Lo stesso Benito Mussolini conta fra i suoi amici esponenti dell’ebraismo quali la russa Angelica Balabanoff, Cesare Sarfatti e Margherita Sarfatti, per lungo tempo amante del duce, condirettrice della rivista fascista "Gerarchia" e autrice della prima biografia di Mussolini dal titolo Dux, tradotta in tutte le lingue, che contribuisce significativamente a propagandare il fascismo a livello mondiale. Nei primi anni Venti per il fascismo il problema ebraico non esiste, anzi Mussolini – quando ciò corrisponde ai suoi fini politici – non manca di corteggiare le comunità israelitiche, come testimoniano le sue parole sul Popolo d’Italia del 1920: "In Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla religione, alla politica, alle armi, all’economia... la nuova Sionne, gli ebrei italiani, l’hanno qui, in questa nostra adorabile terra".
Nel novembre del ’23 Mussolini, dopo aver ricevuto il rabbino di Roma Angelo Sacerdoti, fa diramare un comunicato ufficiale in cui si legge: "(…) S.E. ha dichiarato formalmente che il governo e il fascismo italiano non hanno mai inteso di fare e non fanno una politica antisemita, e che anzi deplora che si voglia sfruttare dai partiti antisemiti esteri ai loro fini il fascino che il fascismo esercita nel mondo". Nel 1930, l’anno dopo il Concordato col Vaticano, il duce fa approvare la Legge Falco sulle Comunità israelitiche italiane, accolta molto favorevolmente dagli ebrei italiani.

Nel ’32 la Mondadori pubblica i famosi Colloqui con Mussolini di Emil Ludwig, e il duce condanna il razzismo senza riserve, definendolo una "stupidaggine", quanto all’antisemitismo, afferma che "non esiste in Italia". Dopo la presa del potere da parte di Hitler, i profughi ebrei dalla Germania vengono accolti e il loro insediamento non è ostacolato dalle Autorità.
Se non si tratta di un corteggiamento, poco ci manca. La risposta delle comunità ebraiche è ottima: tra l’ottobre del 1928 e l’ottobre del 1933, sono 4920 gli ebrei che si iscrivono al partito fascista; poco più del 10 per cento della popolazione ebraica italiana.