sabato 31 gennaio 2009

DUE PAROLE SUL LODO ALFANO

Io, come un considerevole numero di cittadini italiani, si era rotto le scatole di avere il leader del partito vincitore delle elezioni ed il suo legittimo governo del paese sotto 'scacco permanente' (tecnicamente si tratta di una situazione di 'stallo', che consente ad un giocatore che non in grado di vincere la partita, di impedirne lo sviluppo ulteriore) da parte della magistratura. Di quì la mia non-contrarietà al lodo Alfano

C'è chi sostiene che Il lodo Alfano sia una vergogna 'senza se e senza ma' e che la suddetta motivazione - Il lodo Alfano serve per evitare che il governo possa rimanere sotto scacco da parte della Magistratura - implichi elementi gravi ed inquietanti: 1) si afferma una sorta di diritto dell'esecutivo a non essere "disturbato" mentre svolge le sue funzioni, ovvero un esonero da quell'attività di controllo che, invece, tutti i cittadini subiscono e che a maggior ragione deve subire chi ha in mano il potere di governo; 2) si attribuiscono alla magistratura intenti ed obiettivi eversivi e si afferma inoltre una sfiducia totale negli strumenti processuali che consentono di reagire a condanne ritenute ingiuste (ci son tre gradi di giudizio).

Il fatto è che da circa quindici anni assistiamo al reiterarsi di procedimenti giudiziari, con le più svariate imputazioni, nei confronti di un imputato eccellente, Silvio Berlusconi, senza che da nessuno di essi, alla fine del regolare processo, ne sia risultata una condanna definitiva. Anche non volendo mettere in discussione la buona fede del loro intento, è un dato di fatto che tali procedimenti si siano risolti in un loro fallimento processuale, che comunque ha comportato un 'disturbo' e delle serie ed importanti conseguenze sul normale svolgimento della vita politica del paese.

In ragione di questa doppia peculiarità italiana - inefficienza della nostra giustizia ed oggettivo accanimento di procedimenti nei confronti di un importante suo leader politico - un obbrobrio tutto italiano come il lodo Alfano trova, a mio giudizio, la sua logica e piena ragion d'essere.


Da questa stessa ragion d'essere mi pare che derivi la vera motivazione di almeno una parte di chi si oppone fortemente al lodo Alfano: la fine della speranza di poter ribaltare la situazione politica italiana (almeno la leadership di Silvio Berlusconi) per via giudiziaria, visto che farlo per la normale via democratica appare al momento assai difficile.


Il quadro, che mi pare oramai chiaro a tutti, è che in Italia abbiamo una Giustizia che non funziona. Le vere vittime, più che un Berlusconi che comunque, almeno quanto subire, ha giovato della sua 'eccezionalità', sono i cittadini normali dello stato Italiano.

Non mi interessa fare graduatorie di responsabilità della situazione attuale tra politici e magistrati. Stà di fatto che è risultato assai difficile, fino ad ora, mettere in piedi una sostanziale modifica, che è tuttavia universalmente ritenuta necessaria, del sistema e delle leggi che regolano il funzionamento dell'apparato giudiziario.

Auspico che finalmente si pensi seriamente a questo, e che finalmente si mettano da parte i casi 'particolari' eccellenti (anche per questo sono non-contrario al lodo Alfano).

Dovendo tuttavia registrare la forte opposizione della magistratura a qualsiasi ipotesi di riforma presentata, sul fatto che da parte dei magistrati si pensi all'interesse del cittadino comune e non tanto alla difesa di propri privilegi e interessi categoriali, qualche dubbio sinceramente ce l'avrei.

giovedì 29 gennaio 2009

SHANGRI-LA E LA SUA UTOPIA


"Se dovessi dirvelo in breve, potrei definire il nostro principale credo così: moderazione. Perseguiamo la virtù di evitare eccessi di qualunque specie; persino, perdonatemi il paradosso, eccessi di virtù. Questo principio è la fonte di uno speciale grado di felicità. Noi governiamo con moderata severità, e siamo soddisfatti di un'obbedienza pure moderata. La nostra gente è moderatamente sobria, moderatamente casta, e moderatamente onesta."
(Tratto dal romanzo del 1933 "Orizzonte perduto" di James Hilton)


In fondo non sarebbe poi così difficile ottenere il paradiso sociale...

mercoledì 28 gennaio 2009

GRILLO E IL SURRISCALDAMENTO ... DELLA PIAZZA

Grillo: «Il Parlamento è chiuso, non legifera più» «Governo abusivo, anticostituzionale, illegale» «Provenzano e Riina sono in galera, i mandanti in Parlamento»«I partiti sono morti, abbiamo solo due comitati d’affari, il Pdl e il Pd-meno-elle. Il Pd non è mai nato. All’opposizione c’è Topo Gigio Veltroni, che non è nemmeno un politico, un parlamentare: è scemo»«Questo governo è stato messo lì per accordi precisi con la mafia»
E Di Pietro (riferito a Giorgio Napolitano):«Lei dovrebbe essere l’arbitro, a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzi» «Noi la rispettiamo, ma lo possiamo dire o no, rispettosamente, che non siamo d’accordo che si lasci passare il Lodo Alfano, che non siamo d’accordo nel vedere i terroristi che fanno i sapientoni mentre le vittime vengono dimenticate?» «Il silenzio è mafioso e per questo non voglio rimanere in silenzio»


http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200901articoli/40464girata.asp


Grillo è da tempo che parla di queste cose. Deriva democratica e delegittimazione del potere parlamentare. Clima da sudamerica. Rovesciamento ed infangamento delle più alte istituzioni. Populismo peronista.

Quello che non mi è chiaro è se queste cose Grillo e soci le denuncino o le coltivino.

Quanto a Di Pietro, poi, certo è encomiabile la sua nobile partecipazione ad una manifestazione dei familiari delle vittime di mafia. Tuttavia, eroismo e nobiltà d'intenti a parte,
quale palcoscenico migliore poteva trovare per fare la sua campagna politica populista e giustizialista di acquisizione di anime giovini e belle? E la sua partecipazione, ingombrante (come patrocinio politico di fatto della manifestazione) ed inutilmente offensiva nei confronti del presidente della Repubblica (oltreché con i soliti duri temi di 'confronto' con PD e PDL) potrà aver giovato maggiormente alla causa della lotta alla mafia o alla sua?

martedì 27 gennaio 2009

PER IL BRASILE NON SIAMO UN PAESE DEMOCRATICO

Negare l'estradizione dell'ex-brigatista Cesare Battisti rientrerà pure nella legittimità degli atti del governo brasiliano. Ma giustificare tale negazione contestando la "democraticità" dello stato italiano, o almeno della sua magistratura, concedendo a Battisti addirittura lo status di rifugiato politico (decisione presa dal ministero brasiliano della Giustizia in contrasto con la decisione del Comitato nazionale per i rifugiati del Brasile, dove siedono in particolare rappresentanti dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, che aveva espresso parere contrario), mi pare quantomeno discutibile, per non dire assurda e ridicola.

Ma lo sanno in Brasile che l'Italia è il paese dove gli ex-brigatisti vengono ufficialmente invitati a parlare nelle università?

ELOGIO DELL'OMBRA


Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei Miei libri sacri
o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole d’un uomo, non già specchi
oscuri dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di un incantesimo
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza,
questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido, quanto è dispari o scabro,
il sapore del miele e della mela
e l’acqua nella gola della sete,
il peso d’un metallo sulla palma,
la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto gridio degli uccelli.
Conobbi pure l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
ne sarà almeno un riflesso.
Dalla Mia eternità cadono segni.
Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la Mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte, e ho nostalgia, l’odore
di quella bottega di falegname.

Jorge Luis Borges
("Giovanni I, 14" - "Elogio dell'ombra")

venerdì 23 gennaio 2009

ORIANA FALLACI: UNA DONNA STRAORDINARIA

Una personalità ricca, profonda, forte e coraggiosa come poche. Perciò inevitabilmente destinata a dividere il pubblico tra chi l'ama e chi l'odia. Lei ha avuto inoltre la capacità di passare nelle stesse persone da una categoria all'altra: dall'amore all'odio e dall'odio all'amore. Un genio. Anche se un genio sofferente e - probabilmente - drammaticamente infelice. Ma anche questo l'accomuna al destino delle grandi personalità.
"Il poeta ribelle, l’eroe solitario, è un individuo senza seguaci: non trascina le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara. Anche se non combina nulla di immediato e di pratico, anche se si esprime attraverso bravate o follie, anche se viene respinto o offeso, egli muove le acque dello stagno che tace, incrina le dighe del conformismo che frena, disturba il potere che opprime. Infatti qualsiasi cosa egli dica o intraprenda, persino una frase interrotta, un’impresa fallita, diventa un seme destinato a fallire, un profumo che resta nell’aria, un esempio per le altre piante del bosco, per noi che non abbiamo il suo coraggio e la sua veggenza e il suo genio. E lo stagno lo sa, il potere lo sa che il vero nemico è lui, il vero pericolo da liquidare. Sa addirittura che egli non può essere rimpiazzato o copiato: la storia del mondo ci ha ben fornito la prova che morto un leader se ne inventa un altro, morto un uomo d’azione se ne trova un altro. Morto un poeta, invece, eliminato un eroe, si forma un vuoto incolmabile, e bisogna attendere che gli dei lo facciano resuscitare. Chissà dove, chissà quando". (Oriana Fallaci, tratto da “Un Uomo”)

Il 29 giugno di quest'anno si compiranno gli ottant'anni dalla nascita di Oriana Fallaci, una piccola grande donna "scrittore" (come lei voleva esser definita) che ha saputo lasciare un segno profondo di sé, tanto forte quanto controverso. Come lei e la sua vita.

Una vita che sembra un grande romanzo, vissuta com'è stata a diretto contatto con i luoghi , i momenti, i personaggi più importanti e significativi della sua storia contemporanea. Oriana ha intervistato, sempre con il rigore e la completa assenza di sudditanza psicologica che la hanno resa famosa nel mondo, Henry Kissinger, Arafat, Golda Meir, l'ayatollah Khomeini, Gheddafi, Sharon. I suoi libri ("Lettera ad un bambino mai nato", "Un Uomo", "La rabbia e l'orgoglio", solo per citarne alcuni) sono stati tradotti e venduti in milioni di copie in tutto il mondo. Ma la vera grandezza di Oriana Fallaci, aldilà dei suoi libri e delle sue interviste, è determinata dal grandissimo coraggio, rigore intellettuale ed impegno totale della sua persona che hanno connotato tutta la sua vita, sia nel lavoro, sia nell'espressione delle sue idee - spesso non-convenzionali, talora francamente scomode - sia nella battaglia condotta contro la sua malattia ("l'alieno"). Le sue eccezionali qualità personali - di coraggio, tenacia, capacità, entusiasmo, originalità - conferiscono ad Oriana Fallaci una dignità ed un valore umani che, prescindendo dal legittimo giudizio anche duramente critico nei confronti delle sue espressioni di pensiero, non possono che suscitare unanime stima ed ammirazione.

Di Oriana si tende a ricordare soprattutto l'ultima fase della sua vita, quella che fu segnata, mentre viveva a New York, essendo già malata di quel tumore che l'avrebbe poi uccisa, dall'attentato di martedì undici settembre 2001 alle Twin Towers. La battaglia che si sentì di intraprendere - con la forza, la convinzione e l'intransigenza ben rappresentate dalle sue stesse parole: «Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre» - fu quella nei confronti del terrorismo di natura islamica, elemento a suo avviso solo più clamoroso ed evidente di una più estesa minaccia culturale e civile rappresentata dall'integralismo islamico nei confronti del mondo occidentale. Un mondo occidentale che, reso vulnerabile proprio dalle sue qualità superiori di libertà, democrazia e tolleranza, dalla sua convinzione di superiorità economica e politico-militare, nonché reso pavido dalla decadenza morale con conseguente perdita del senso e dell'importanza dei suoi stessi valori e principi fondanti, non le pareva riuscire adeguatamente non solo a reagire, ma anche solo a comprendere la gravità del rischio rappresentato dall'espansione dell'integralismo islamico nel mondo e nel cuore stesso dell'occidente. Questa sua battaglia è coincisa con il riavvicinamento della radicale ed anticlericale Oriana - che tuttavia mai ha rinnegato il suo ritenersi convintamente atea - alla chiesa romana (in questo stesso periodo espresse pubblicamente forti critiche nei confronti dell'aborto e della ricerca sulle cellule staminali), a papa Benedetto XVI in particolare - che ebbe occasione di incontrare in privato - ed a monsignor Rino Fisichella, che le è stato vicino fino agli ultimi istanti della sua vita.
Oriana Fallaci era nata nella sua amata Firenze - tanto amata da spingerla a polemizzare fortemente contro l'organizzazione in quella città nel 2002, l'anno seguente i fatti di Genova, di una manifestazione noglobal - ed a Firenze ha voluto che morisse. Il 15 settembre 2006, all'età di 77 anni.

Anche a distanza di tre anni dalla sua morte, ancora è molto acceso il dibattito suscitato dai temi sollevati da Oriana Fallaci, un'ultima eredità del suo pensiero che tuttora divide in maniera assolutamente dicotomica il giudizio complessivo nei suoi confronti tra chi decisamente la ama e chi decisamente la condanna. Ha scritto Lucia Annunziata in un suo bellissimo articolo (pubblicato su La Stampa il 16/9/2006, giorno successivo alla sua scomparsa):
"Oriana Fallaci e' stata la piu' grande giornalista italiana, e uno dei personaggi che hanno scolpito il secolo che si e' appena chiuso. Purtroppo, nessuna di queste due definizioni e' oggi condivisa dall'establishment italiano. Ma anche questo «disconoscimento» e' uno degli elementi definitori della biografia della Fallaci" http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=7213693
"La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci (Corriere della Sera del 29/09/2001)
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/09_Settembre/15/rabbia1.shtml

Il dibattito seguente sul Corriere della Sera:

"Ma il dolore non ha una bandiera" di Dacia Maraini (del 05/10/2001)
http://archiviostorico.corriere.it/2001/ottobre/05/dolore_non_una_bandiera_co_0_0110052455.shtml

"La bandiera italiana" di Sergio Romano (del 07/10/2001)
http://archiviostorico.corriere.it/2001/ottobre/07/BANDIERA_ITALIANA_co_0_0110072730.shtml

"Il Sultano e San Francesco" di Tiziano Terzani (del 08/10/2001)
http://archiviostorico.corriere.it/2001/ottobre/08/Sultano_San_Francesco_co_0_0110082774.shtml

"Uditi i critici ha ragione Oriana" di Giovanni Sartori (del 15/10/2001):
http://archiviostorico.corriere.it/2001/ottobre/15/Uditi_critici_ragione_Oriana_co_0_0110153873.shtml

giovedì 22 gennaio 2009

COSTRUIRE LA PACE A GAZA

"Le armi tacciono, a Gaza. Ma non basta, perché si deve investire nella pace. Le democrazie occidentali aiutarono Hamas. Lo fece, sotto banco, anche Israele, per indebolire l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. La storia, però, non si prende a spizzichi e bocconi, né si capisce una guerra con foto usate come bombe.

Arafat fondò l’Olp nel 1959, sparandola contro l’esistenza stessa di Israele. Erano anni di guerra fredda, di blocchi contrapposti, ed Israele era la frontiera avanzata delle democrazie occidentali. L’Italia era condizionata da quel quadro e non eravamo in molti a detestare la politica filopalestinese, che andava dal lodo Moro (si consentiva ai terroristi di far passare sul nostro territorio le loro armi, purché fossero utilizzate contro gli israeliani e non in casa nostra!) al non riconoscimento Vaticano dello Stato di Israele. Storia complicata, in un intrecciarsi di torti e ragioni che non si possono liquidare in poche righe. Compresi gli aiuti ad Hamas, con Arafat che aveva ragione ad avvertire l’occidente: state allevando un mostro.

Gli anni portarono l’Olp al tavolo del negoziato, e fu in quel momento che l’antagonismo fondamentalista si mise a lavorare non più per la conquista dei consensi, contro la corruzione nella gestione dei denari, ma per la guerra. Sanno che Israele non sarà cancellato, ma sanno anche che il conflitto è la condizione per conservare un ruolo, oltre che appoggi e soldi. Per Israele, invece, la partita è sempre la stessa: garantirsi la sicurezza. Anche per i palestinesi, del resto, la situazione è sempre la stessa: ostaggio di chi li usa per lanciare le loro vite, anzi, i loro corpi contro la pace e contro l’occidente. Israeliani e palestinesi hanno interessi compatibili, ma diversi da quelli di chi pretende di rappresentare i secondi.
Finita la guerra fredda, molti europei si sono acconciati al doppio gioco, garantendo formale solidarietà agli israeliani e strizzando l’occhio alle teocrazie fornitrici di petrolio. Scaricando sugli americani l’onere della difesa effettiva. E’ in casa nostra, quindi, che deve tornare il realismo, anche nella gestione degli aiuti economici. Quelli che bruciano le bandiere sono dei cretini, ma quelli che inceneriscono il ruolo politico dell’Europa sono, talora, al governo."

Davide Giacalone
http://davidegiacalone.it/index.php/politica/armi_e_soldi_a_gaza

LO SCANDALO DEL CASO ENGLARO

Lo scandalo del caso Englaro è la assurda situazione per cui, in assenza di una normativa di legge in proposito, in opposizione ad una sentenza della Corte di Cassazione (che immagino sofferta, e comunque unica via formale per arrivare ad una conclusione in questa situazione di vuoto legislativo), il ministro Sacconi abbia deciso di ergersi a paladino della tesi di difesa ad oltranza della vita (cosa legittima, ma personale ed opinabile), sfruttando ogni mezzo lecito o subdolo di cui dispone nella sua qualità di ministro, per impedire ad un padre di porre fine all'infinito strazio del proseguimento (sono già 14 anni) di una 'sopravvivenza' in stato vegetativo di una povera figlia sfortunata.

Io comprendo e sono dalla parte del padre di Eluana. Come penso dovrebbe qualsiasi persona dotata di vera umana pietà e buonsenso.

Come si può negare rispetto, solidarietà e sostegno all'ultimo desiderio, l'ultimo atto d'amore di un padre verso una figlia:
liberarla dalla condanna a permanere incatenata ad un sondino, isolata e prigioniera in quella sorta di limbo asettico ed innaturale che è il suo attuale stato di non-esistenza, affinchè finalmente trovi la sua pace eterna.


Lettera aperta di Filippo Facci al ministro Sacconi:
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=322475

martedì 20 gennaio 2009

"UNREASONABLY HIGH"

"Gli europei, ma anche gli arabi, i cinesi, gli indiani e i latino americani si stanno preparando da mesi all’era Obama. Le parole, all’inizio erano piaciute e a tutti, dalle elezioni del 4 novembre scorso in poi, sono affiorate le prime perplessità, seguite da velate critiche. Ora, dopo il discorso-gospel di Washington si aspettano i primi atti concreti da fare in fretta e senza errori. Le attese di tutti, come ha detto il primo ministro inglese Gordon Brown, sono «unreasonably high»."
(Carlo Rossella oggi su La Stampa)

I 'dubbi' sono cominciati con le nomine dello staff presidenziale di personaggi di spicco della precedente amministrazione o comunque di quello stesso ambiente.

Anche il suo primo discorso da presidente, obiettivamente, non è parso così memorabile.

L'andamento fortemente negativo della borsa di Wall Street e di Tokyo è un fatto significativo.


Speriamo bene.

DONNE AL VOLANTE...




Sono solo dei luoghi comuni... Però, occhio!

domenica 18 gennaio 2009

QUELLO CHE LA LEGA DICE DI NON ESSERE





Il popolo leghista non si considera omofobico.
Esattamente come non si considera razzista.
Esattamente come non si considera anti-italiano.
Esattamente come non si ritiene volgare ed ignorante.
Esattamente.

Il problema è che assomiglia tremendamente a tutte queste cose. Neanche troppo suo malgrado.


(PS: il video è stato copiato dal blog daw.ilcannocchiale.it/)

venerdì 16 gennaio 2009

SANTORO, UN UOMO, UNA PROSOPOPEA




Santoro è sicuramente un numero 1. Perlomeno per arroganza, boria, supponenza e parzialità.

Impostare la puntata di annozero dal punto di vista delle povere vittime palestinesi dell'azione militare israeliana può sicuramente avere un senso ed una sua legittimità. Proprio per questo risulta intollerabile ed inaccettabile la reazione scomposta e 'sopra le righe' di Santoro ad una critica, anch'essa comunque legittima, di questa impostazione, fatta poi da un collega autorevole e, fino a prova contraria, in buona fede.

Tuttavia della virtù di 'scomodità' del suo modo di fare giornalismo, molto apprezzata dai suoi estimatori, mi sembra che Santoro ne abbia fatto una sorta di vessillo, di bandiera, il segno distintivo del suo essere 'giornalista puro in quanto scomodo', tendenzialmente 'martire'. Insinuante è tuttavia il sospetto che, dietro alla nobile vocazione di rivelazione di scomode veritas, si possa celare semplice calcolo: fa più audience, oltre che essere più gratificante per un giornalista con forse eccessiva considerazione di sé come Santoro, un pugno allo stomaco che un tentativo di ragionamento sereno ed obiettivo. L'indubbia bravura e maestria di Santoro consiste proprio nell'abile scelta ed uso di immagini ed interventi, sia al fine di ottenere il massimo impatto emotivo, che di condurre il 'ragionamento' là dove intende portarlo lui.

Scrive Luca Ricolfi su La Stampa: "se abbiamo qualche speranza di spegnere gli odi e le incomprensioni che sconvolgono il mondo, in Palestina come nella nostra povera Italia, è in quanto troviamo il modo di raffreddare gli animi, di dar voce a chi ancora cerca di capire le ragioni dell’altro, e di toglierne a chi gli animi cerca di scaldarli, e sa esprimere solo odio, rancore, rabbia, indignazione a senso unico."

"Il sentimento comincia quando riesci, almeno un po’, ad essere anche nella testa e nel cuore dell’altro. Quando ascoltare ti interessa di più che parlare. Quando il dolore del tuo nemico diventa anche un po’ tuo. Quando sei capace di patire con lui. È a questo, a trasformare le emozioni in sentimento, che serve il richiamo alla ragione, un richiamo che nello zoo di Annozero molti ospiti avrebbero accettato di buon grado, se solo il domatore non avesse preferito aizzarli, gli uni contro gli altri."

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5485&ID_sezione=&sezione=

Molto interessante, come punto di vista pro-israeliano, questa lettera pubblicata si La Stampa:

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5488&ID_sezione=&sezione=

Infine il bestiario di Giampaolo Pansa:

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/47571/

martedì 13 gennaio 2009

LA VERITA', VI PREGO, SU ALITALIA

Tratto da La Stampa:

"Perché l’Alitalia è fallita e di chi è la colpa?

Alitalia è fallita per anni di cattiva gestione e le intromissioni della politica. E soprattutto, a partire dal 2000, per la decisione di scegliere come hub della compagnia lo scalo di Malpensa senza aver ridimensionato il traffico su Linate. Solo questa scelta industriale è costata ad Alitalia in media 200 milioni di euro, metà delle perdite complessive.
Come sarà la nuova società e quanti voli potrà fare?
La nuova Alitalia nasce dall’integrazione di rami d’azienda della vecchia Alitalia e di AirOne. Avrà 148 aerei, soprattutto Airbus A320 con un’età media di 8,6 anni (contro 12,4 della precedente gestione) rispetto ai 180 della vecchia Alitalia ed ai 60 di AirOne. Avrà una quota di mercato del 56% ed un fatturato di circa 4,8 miliardi di euro. A regime i voli saranno circa 670 contro gli 800 della vecchia compagnia. In tutto saranno 70 le destinazioni: 23 nazionali, 34 internazionali e 13 intercontinentali.
Chi comanda adesso tra italiani e francesi?
La Nuova Alitalia è controllata da una compagine azionaria, la Cai, formata da 25 soci italiani che detiene in totale il 75% del capitale ed un partner straniero, Air France-Klm, col 25%. Presidente della società è Roberto Colannino, amministratore delegato e direttore generale è Rocco Sabelli. Il gruppo Riva è il primo azionista col 10,6%, segue Colanino col 7%, seguono Benetton, Ligresti, Toto, Tronchetti Provera. La nuova cordata ha pagato Alitalia 1.052 milioni di euro, di cui solamente 400 in contanti. AirOne è stata invece pagata 300 milioni in contanti, Carlo Toto ne ha poi reinvestiti 60 nella Cai.
Quanto ci è costato l’ultimo anno di gestione?
Tra debiti accumulati, prestito-ponte e ammortizzatori sociali si parla di una cifra pagata dallo Stato compresa tra 3 e 3,3 miliardi di euro al netto degli introiti della gestione del commissario. Air France potrà un giorno avere la maggioranza?
I soci italiani sono vincolati per 4 anni da una clausola che impedisce loro di vendere la loro quota al socio straniero. Air France avrà tre posti nel consiglio di amministrazione su 19 e due nel comitato esecutivo su 9. Air France possiede azioni classificate come di categoria B, che non potranno avere peso sulle decisioni strategiche. Potrà prendere il controllo di Alitalia non prima di 4 anni. Dal 2013 qualunque socio (francesi compresi) per assumere il controllo della società sarà costretto a lanciare un’offerta pubblica di acquisto. Questo però non esclude che a partire da terzo anno, quando la società potrebbe venire nuovamente quotata in Borsa, i francesi possano aumentare la loro quota azionaria.
Era meglio cercare un accordo con Lufthansa?
I tedeschi non hanno mai presentato un’offerta vera e propria. Secondo i politici lombardi la società tedesca avrebbe meglio difeso gli interessi degli aeroporti milanesi. Per la verità Lufthansa aveva posto come condizione irrinunciabile per il rilancio di Malpensa la chiusura progressiva di Linate ed aveva chiesto la maggioranza del capitale di Cai o comunque la possibilità di avere voce in capitolo sulle decisioni strategiche della compagnia.
Era migliore la prima offerta dei francesi?
Si, era migliore. Ma Air France avrebbe preso il totale controllo della compagnia. Avrebbe assunto più personale riducendo il numero degli esuberi a quota 2200, si sarebbe fatta carico sia dei Mengozzi-bond che dell’intero indebitamento. I dipendenti del settore manutenzioni (circa 5000 occupati) sarebbero però stati trasferiti a Fintecna ed Air France si limitava a garantire 7 anni di commesse.
Alla fine chi ha vinto tra Malpensa e Fiumicino?
A Malpensa rispetto ai mesi passati non cambia sostanzialmente nulla: già il piano Prato della scorsa primavera aveva ridotto in maniera considerevole i voli settimanali portandoli da 1238 a 312, poi scesi a 147 con Fantozzi. Ora sono 210, con 13 collegamenti internazionali e 3 intercontinentali (New York, Tokyo e San Paolo). A Linate la fusione AirOne-Alitalia consegna ad un unico soggetto il 100% dei collegamenti con Roma. Fiumicino torna ad essere l’aeroporto di riferimento della compagnia, con 13 voli intercontinentali e gran parte del traffico nazionale (21 collegamenti) ed internazionale (31 collegamenti).
I passeggeri avranno qualche vantaggio?
Scompare AirOne e quindi Alitalia non avrà più il concorrente sulle tratte nazionali e internazionali e questo - come denunciano già ora i Consumatori - potrebbe avere delle ricadute sul costo dei biglietti sui quali però ora l’Antitrust assicura di voler vigilare.
Che fine faranno i punti «MilleMiglia»?
Vengono tutti mantenuti e per il momento restano validi anche i punti accumulati dai clienti AirOne sul circuito Star Alliance di Lufthansa. Inoltre, per un periodo ancora non precisato, chi vorrà potrà continuare ad accumulare punti sia su un programma sia sull’altro.
Ci saranno dipendenti che perderanno il lavoro?
La nuova Alitalia nasce con 13.100 dipendenti contro i 17.500 di Alitalia ed i 3 mila di AirOne. Non ci sarà alcun licenziamento perché al personale in esubero lo Stato garantisce fino a 7 anni di ammortizzatori sociali (4 di cassa integrazione e 3 di mobilità).
Piloti ed hostess dovranno lavorare di più?
Tutto il personale di volo guadagnerà all’incirca il 7% di meno a parità di ore lavorate. I piloti dovranno volare molto di più: dalle 550 ore l’anno alle 700 delle media della compagnie europee. La nuova Alitalia è organizzata su sei basi, oltre a Roma e Milano (Malpensa e Linate), opererà da Venezia, Torino, Napoli e Catania. Rispetto al passato i dipendenti sono stati riassunti nelle varie basi e non più prevalentemente a Fiumicino come avveniva sino a ieri evitando così quell’enorme moltiplicazione dei costi per spostamenti ed alloggio dei lavoratori fuori base del passato."
Alessandro Barbera
Link dell'intervista, curata dallo stesso Alessandro Barbera, all’amministratore delegato della nuova Alitalia, Rocco Sabelli:
Link dell'intervista a Fabio Berti, presidente dell'Anpac:
Un favore ai francesi?


In conclusione
. Oggi, a caro prezzo, abbiamo una nuova compagnia aerea italiana. Sicuramente è stato un buon affare per AirFrance-KLM, ma è stato un ottimo affare per 'alcuni' italiani (uno per tutti: Carlo Toto) e, soprattutto, per alcune banche italiane (una per tutte: BancaIntesa di Corrado Passera). Se le cose andassero bene (ma non è affatto detto), potrebbe rivelarsi un buon affare anche per il paese, che potrebbe riuscire ad avere una buona compagnia aerea con bandiera italiana senza più, in futuro, pagarne i costi a fondo perduto. Un merito al governo Berlusconi va comunque riconosciuto: l'aver fortemente creduto e voluto la realizzazione di un progetto di vera e drastica ristrutturazione industriale della vecchia Alitalia, riuscendoci nelle difficilissime condizioni date (drammatica situazione di perdita gestionale precedente, fortissima resistenza sindacale, forti spinte di campanilismo regionale, tempi limitatissimi). Se questo progetto dovesse aver successo, significherebbe la nascita di una nuova, sana e valida compagnia aerea nazionale, sia pure strutturalmente legata al gruppo internazionale AirFrance-KLM. Insomma, quasi un miracolo.

sabato 3 gennaio 2009

SERGIO LEONE: UN GRANDE UOMO DI CINEMA


"The cowboy picture has got lost in psychology. The West was made by violent uncomplicated men, and it is this strength and simplicity that I try to recapture in my pictures." Sergio Leone

Quest'anno, il 2009, è un anno particolare per ricordare Sergio Leone, che nacque il 3 gennaio 1929 (ottant'anni fa), e morì il 30 aprile 1989 (venti anni fa), vivendo sempre a Roma, a lungo nella sua bella casa all'Axa.
Sergio Leone, nonostante abbia diretto relativamente pochi film nella sua carriera, nonostante sia stato, almeno da certa critica, a lungo sottovalutato, è oggi unanimemente considerato un grande regista italiano. Con i suoi film dalla regia innovativa, ricchi di originalità e stile, di pathos, con laconici dialoghi intervallati a lunghe pause riempite dalle splendide musiche di Ennio Morricone (un lungo e ininterrotto sodalizio il loro: già compagni di classe alle elementari, Morricone realizzò tutte le colonne sonore dei film di Leone, ricevendo nel 2007 l'Oscar alla carriera dalle mani di Clint Eastwood, una delle icone del cinema di Leone, mentre alle sue spalle scorrevano immagini dei loro film), ha fatto scuola e determinato il successo negli anni sessanta di un genere, il cosiddetto "spaghetti-western". I film di Sergio Leone ("Per un pugno di dollari", "Per qualche dollaro in più", "Il buono, il brutto ed il cattivo", "Giù la testa", "C'era una volta il West") sono oramai dei classici del genere, ancora non solo conosciuti, ma anche molto apprezzati in tutto il mondo.

Il termine "
spaghetti-western", nato negli Stati Uniti, indicava inizialmente e quasi con disprezzo i lungometraggi realizzati sulla falsariga dei classici western di produzione americana, ma girati in italiano e con budget ridotti, povertà di mezzi e location economiche (il sud della Spagna, alcune regioni dell'Italia o, più raramente, nell'Africa mediterranea), alludendo anche al sangue sparso copiosamente nei film, che ricordava molto il sugo di pomodoro sugli spaghetti; tuttavia, proprio grazie al più importante esponente e maestro del genere, Sergio Leone appunto, a poco a poco i film ascrivibili a tale genere sono stati fortemente rivalutati dalla critica, riuscendo a guadagnare la stima e il rispetto degli stessi registi americani. Quentin Tarantino, secondo un aneddoto raccontato dallo stesso regista, mentre si trovava, agli inizi della sua carriera, sul set de "Le Iene" (Reservoir Dogs), nel 1992, diceva ai propri cameraman "give me a Leone", per intendere uno di quei suggestivi primissimi piani marchi di fabbrica del geniale regista romano. Stanley Kubrick dichiarò che se non avesse visto i film di Sergio Leone non avrebbe mai potuto realizzare il suo "Arancia Meccanica".

La fama e la notorietà di Sergio leone e dei suoi film sembra non solo non conoscere barriere di nazione, ma anche di generazione. Fa impressione, come citato nell'odierno articolo di Paolo Conti sul Corriere della Sera (link dell'articolo: http://www.corriere.it/spettacoli/09_gennaio_03/leone_conti_c80bfc80-d973-11dd-8735-00144f02aabc.shtml ), lo straordinario successo della pagina dedicata a Sergio Leone sul sito di Facebook, che conta migliaia e migliaia di fan, attualmente più di 23.500: tantissimi per un regista italiano, un vero fenomeno culturale che investe un pubblico di giovani di tutto il mondo. Ad esempio - cita Paolo Conti - un certo Antonio Di Carlo da El Paso, Texas, probabilmente nato quando Leone morì, che cita «al cuore, Ramon, al cuore...» («Per un pugno di dollari»); oppure il giovanissimo Claudio Fattori dall'Italia che preferisce «Ogni pistola ha la sua voce...e questa la conosco», in «Il buono, il brutto, il cattivo»; oppure ancora Jean Victor Staco da Montreal, in Canada, che assicura che Sergio leone «was the best of the best», il miglior regista tra i migliori; o, ancora, Oscar Broc dalla Spagna che ringrazia il maestro «por todo»; o la bella Davor Kanijr dalla Croazia che ripete più volte il suo amore per «Giù la testa». Sempre nell'articolo di Paolo Conti si menziona lo spettacolo viaggiante, «C'era una volta il cinema», ispirato ai film di Leone e curato dal telegiornalista Fabio Santini, che gira per l'Italia da undici anni ed ha totalizzato 273 repliche e ha già un'altra ventina di piazze prenotate per i prossimi mesi. Perché questo successo? «Semplicemente perché - spiega Santini stesso al giornalista del Corriere delle Sera - il cinema di Leone è veramente popolare nel senso più nobile del termine. E continua ad esserlo con le nuove generazioni. Ai tempi la grande critica lo capì poco e male. Solo ora siamo arrivati a una vera rivalutazione. Per fortuna le grandi istituzioni culturali, soprattutto le università, continuano a studiarlo. Quest'anno ho partecipato a iniziative organizzate dall'Università Bocconi, dalla Cattolica di Milano che sta elaborando un progetto. So di piani del Dams di Bologna e dello Iulm, di nuovo a Milano ».

Claudia Cardinale, che nel film "C'era una volta il West" interpreta il ruolo di protagonista, l'unico ruolo femminile di rilievo di tutto il cinema del regista, ha detto di lui: "
Ho voluto un gran bene a Sergio: il nostro era un legame di grande affetto. Con il suo bellissimo film mi ha regalato un personaggio magnifico (la prostituta Gill, nda): solo amando le persone, come lui le amava, si può fare un film come quello." "Tutto il periodo è legato a un'impressione complessiva di grande benessere: con Sergio mi sono sentita diretta sempre nel modo giusto. [...] Ho provato la sensazione di essere sempre perfetta, grazie a Sergio: mai avuto un problema." "Per me, il cinema è proprio lui: Sergio Leone. Amava davvero questo lavoro, questo gioco, questa meravigliosa finzione: amava il prodotto finito, e la vita di set. Amava moltissimo gli attori. Amava il cinema e viveva per il cinema."
Forse anche per questo Clint Eastwood (affascinante interprete de "l'uomo senza nome" nei film della trilogia del dollaro), gli fu sempre riconoscente e quando nel 1992 diresse e interpretò il suo film "Gli Spietati" (Unforgiven), inserì nei titoli di coda la dedica "A Sergio". Come pure Robert De Niro, che interpretò nel 1984 il ruolo di David 'Noodles' Aaronson nel colossal "C'era una volta in America", non dimenticò, in occasione di eventi ufficiali della sua carriera, di fare una dedica particolare a Sergio Leone; di loro il regista disse: "Robert De Niro si butta nel film e nel ruolo assumendo la personalità del personaggio con la stessa naturalezza con cui uno potrebbe infilare un cappotto, mentre Clint Eastwood indossa un'armatura e abbassa la visiera con uno scatto rugginoso. Bobby, prima di tutto, è un attore. Clint, prima di tutto, è un divo. Bobby soffre, Clint sbadiglia."

Sergio Leone, oltre che grande regista, è stato sceneggiatore e produttore, tra l'altro anche di alcuni film ("Un sacco bello", "Bianco rosso e Verdone" e "Troppo Forte", di quest'ultimo avendone anche curato la sceneggiatura) di un altro famoso romano del cinema, Carlo Verdone. Carlo Verdone ha sempre ricordato con affetto Sergio Leone, considerandolo suo maestro d'arte. Talora anche severo, come quando, durante le riprese di una scena di "Un sacco bello", Sergio Leone consigliò a Verdone di farsi due giri dell'isolato per avere un'aria più sconvolta e ottenere un risultato migliore. Solo che Verdone, che non aveva voglia di fare quei giri anche perché l'edificio era molto grande, fece solo finta, aspettò vicino alle scale del portone, risalì, e appena iniziato il ciak, Sergio, che affacciato alla finestra non lo aveva visto passare, gli diede un ceffone per rimproverarlo. Nel suo libro, "Figlio di papà" (ed. Mondadori, pag. 169), Christian De Sica ricorda: "Leone aveva fatto la comparsa in "Ladri di biciclette", è uno dei pretini rossi, magro magro e senza barba, irriconoscibile, me lo indicò papà, guarda quello è Sergio. Conosceva bene l'inglese e girò per William Wyler la memorabile scena della corsa delle bighe di "Ben-Hur". Era molto amico di Mario Brega. La domenica quando con Carlo andavamo da Sergio, Brega gli portava le pastarelle e gli faceva i suoi racconti trucidi, gli raccontava chi aveva menato, scene piene di sangue. Leone si divertiva da pazzi e Verdone le avrebbe poi usate nei suoi film. Diceva Leone a Carlo: "La storia è sempre quella, er povero che diventa ricco. E' nata una stella, 'na disgraziata che diventa una diva. Han fatto tanti soldi con 'sto Rocky, ma non è 'na Cenerentola scema?".

Scheda su Sergio Leone dal sito in inglese http://www.fistful-of-leone.com/

Sergio Leone, born in 1929 in Rome, son of silent film director Vincenzo Leone, is best known for the creation of the spaghetti westerns. After making and writing several sword and sandal epics Leone decided to adapt Yojimbo, a samurai film by Akira Kurosawa. Leone turned it into the western A Fistful of Dollars in 1964, starring an unknown Clint Eastwood. Leone got much of his style, both in the complicated mise-en-scene and the use of Ennio Morricone's music from Yojimbo (but not the trademark Kurosawa wipe edit). A Fistful of Dollars created the spaghetti western genre which encompassed more than 200 films, sharing the features of being created in Italy, frequently being filmed in Spain, featuring self-assured killers with no names, scores either by Ennio Morricone, or in his style, and, of course, the shootout. Leone

Leone's style grew from imitating Kurasawa to his own style, which uses editing in combination with Morricone's scores to create incredible emotional peaks, dramatic camera movements, and, his trademark, the extreme close-up of the eyes of the characters. After A Fistful of Dollars came For A Few Dollars More, and finally, the ultra-classic The Good, The Bad, and the Ugly. These are considered a series, since the main character is always Clint Eastwood, and he always lacks a name.

The next Leone film was made in 1968. Once Upon a Time in the West is a significant departure from Leone's earlier westerns. This film is stylistically a spaghetti western, yet Leone directs this film with incredible care and beauty, matched only by Morricone's classic score. Once Upon a Time in the West represents a quantum leap forward in film-making for Leone. The scenes are slow, beautiful, and powerful. The movie is a homage to the simplicity and honesty of the old west, doomed from the beginning of the movie to death by progress. This film, even more than the others, needs to be viewed in wide-screen (letterbox) format, since the atrocious pans and scans during crucial moments ruin the mood. This film is perfect, and needs to be seen in the perfect format.

After Once Upon a Time in the West, Leone made a different type of spaghetti western, one that deals with mercenaries and revolution: A Fistful of Dynamite (aka Duck, You Sucker). The genre is called a "Zapata Western", and although Leone did not create it, A Fistful of Dynamite is one of the genre's most memorable films. Another great example of the Zapata Western is Burn! (aka Quemada!), starring Marlon Brando, which is also essentially a film of this type, even though it is set on an isle off of South America in the 1700's.

Finally, Leone in 1984 created his second masterpiece, Once Upon a Time in America, starring Robert De Niro and James Woods. The film is nearly four hours long, and was badly butchered for American release. The American version for some strange reason is still shown on A&E occasionally (strange because the American version is neither as artistic, nor as entertaining as the true version). The film is quite a departure for Leone, since it deals with Jewish gangsters in New York City's Lower East Side. The film's direction is slow, deliberate, impeccable, and intense. Of all Leone's films, this film has the best plot, portraying the lifelong struggle of a mobster wrestling with his criminal side.

Sergio Leone died in 1989.