domenica 29 marzo 2009

CONSENSO UNIVERSALE

"Nel secondo giorno il congresso del Popolo della libertà ha cambiato faccia con il discorso congressuale di Gianfranco Fini. Non sembri una sviolinatura al "compagno" Fini, premio di consolazione ai disagi della sinistra, ma è invece un'analisi oggettiva d'un intervento degno di un uomo politico che ormai ha acquisito lo spessore d'un uomo di Stato."


Se lo dice lui...
http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/scalfari-editoriali/scalfari-editoriali/scalfari-editoriali.html

sabato 28 marzo 2009

MENO MALE CHE GIANFRANCO C'E'


«Il Pdl non sarebbe nato senza la lucida follia di Berlusconi».
«il Pdl non è una Forza Italia allargata, né un cartello elettorale. Con il Pdl nasce un grande soggetto politico di popolo, sintesi di patrimoni umani e storie politiche diverse».
«Quella di Silvio Berlusconi non è in discussione, ma la leadership porta con sè oneri e onori. E l’onere principale è quello di garantire che il Pdl sia sempre più un grande partito del popolo, un partito democratico che non deve mai significare un partito diviso in correnti che sono la caricatura della democrazia. Un partito plurale e mai anarchico con un unico manifesto che è quello del Ppe».
«Non so se siano maturi i tempi, se ci siano le condizioni per il bipartitismo, ma il Pdl può mettere nel suo dibattito interno la decisione su come comportarsi in quel referendum, per consentire una accelerazione verso quel sistema»
«Occorre rilanciare una grande stagione costituente»
«La seconda parte della Costituzione va cambiata, altrimenti il nostro ordinamento non potrà mai passare da crisalide a farfalla»
«Siamo proprio sicuri, amici del Pdl, che il ddl sul testamento biologico approvato al Senato sia davvero ispirato alla laicità? Perchè una legge che impone un precetto è più da Stato etico che da Stato laico»
«Non dobbiamo avere paura dello straniero, ma dobbiamo guidare quel processo, attraverso un confronto di idee. Perché integrazione non significa assimilazione e non può che svolgersi nella legalità»
«Un ammalato, un bambino, sono prima di tutto persone umane e poi sono immigrati, altrimenti c'è il rischio di alimentare una xenofobia che è sempre dietro l'angolo»


Gianfranco Fini non è, non si considera, né può essere l'outsider di Silvio Berlusconi, ma rappresenta certamente l'unica voce - autorevole e di peso critico - fuori dal coro all'interno del PDL. Io sono ottimista, voglio esserlo, e credo che anche gli applausi che ha ricevuto il discorso di Fini aprano uno spiraglio alla speranza di una vera discussione e pluralità all'interno del partito (che rimane tuttavia ancora fermo su altre posizioni); la speranza che qualcosa possa muoversi e rimanere vivo all'interno della nuova PDL, in primo luogo nella sua parte laica (che c'è, e non credo affatto sia trascurabile; semmai, ancora, soggiogata dalla parte filo-clericale), che non può essere solo un megafono di un monopensiero .

"Meno male che Gianfranco c'è". Meno male per il PDL. Meno male (lasciatemelo credere) per Silvio Berlusconi e per quello di più alto e sinceramente liberale c'è nel suo 'progetto di lucida follia'.


La foto, emblematica, è tratta da lastampa.it

MOLTI PARLAMENTARI FANNO SOLO NUMERO?

"il Senato ha appena approvato un finto testamento biologico che consegna il tuo corpo inanime nelle mani dello Stato e ti impone dei trattamenti sanitari obbligatori fregandosene del tuo consenso: e fregandosene, soprattutto, del particolare che la maggioranza degli italiani di destra e di sinistra (dati-alla-mano *) non è d’accordo per niente.
Dettaglio: i parlamentari del Pdl che in privato si dicevano contrarissimi a questo testamento biologico, sino a ieri, si contavano a mazzi.
Morale. Berlusconi aveva detto che la libertà di coscienza è intangibile, mentre ieri ha detto che molti parlamentari sono lì per fare numero.
Mettiamola così: se non sanno che farsene neppure della libertà di coscienza, molti parlamentari sono lì per fare numero."

Filippo Facci

*dati-alla-mano: Un sondaggio di Crespi Ricerche, la scorsa settimana, spiegava che su certi temi gli italiani si dividono per esempio così: l’80,4 per cento di essi ritiene di dover stabilire i trattamenti sanitari che gli siano o non gli siano praticati una volta che fossero in stato di incoscienza; applicata agli elettori del Pdl, la percentuale resta alta: 70,9 per cento. Il 55,6 per cento degli italiani, poi, pensa che un medico non abbia diritto di imporre una cura; tra gli elettori Pdl la percentuale è del 47,5 per cento. Riconoscimento delle coppie di fatto: italiani favorevoli 55,8 per cento, elettori Pdl favorevoli 50,9 per cento. Divorzio breve: italiani favorevoli 70,5 per cento, elettori Pdl 69 per cento. Su certi temi, ergo, stare con la Chiesa e stare con la maggioranza degli italiani non è matematicamente possibile.


tratto da:
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=339466

RICOLFI: IN ITALIA SOLO DUE CONSERVATORISMI

Da oggi Forza Italia e Alleanza nazionale non ci sono più, e al loro posto esiste un unico partito della destra, il Popolo della Libertà: lo sta creando ancora una volta Silvio Berlusconi, che proprio ieri - davanti a una platea entusiasta - ha inaugurato a Roma la tre giorni che sancirà la definitiva unificazione fra il partito del premier e il partito del presidente della Camera. Ha fatto bene Berlusconi, ha fatto bene Fini. Soppesati i pro e i contro, la fusione fra Forza Italia e Alleanza nazionale mi sembra un evento positivo un po’ per tutti. È positivo per il partito di Fini, altrimenti votato a un destino di subalternità a Forza Italia: a differenza della Lega, An non ha un insediamento territoriale forte, né alleati possibili diversi da Forza Italia. È positivo per il partito di Berlusconi, perché senza la «trasfusione di militanza» assicurata dai nuovi venuti, Forza Italia correrebbe il rischio di un drastico ridimensionamento al momento dell’uscita di scena di Berlusconi. È positivo per l’Italia, perché in un contenitore unico le (modeste) differenze ideologiche e programmatiche fra i due principali partiti della destra avranno più possibilità di esprimersi su un piano puramente politico, anziché essere artificiosamente amplificate a fini elettorali (come è successo, ad esempio, in materia di sicurezza).

Tanto più che, proprio per il carisma di Berlusconi, tali differenze non avranno il potere paralizzante che le differenze hanno invece sempre avuto a sinistra, dove la divisione fra sinistra riformista e sinistra estrema ha abbattuto due governi Prodi (nel 1998 e nel 2008), mentre le «diverse sensibilità» interne al neonato Pd sono bastate a far naufragare un progetto covato oltre un decennio. Che un solo partito sia meglio di due non significa, tuttavia, che il quadro politico che esce dalla festa di questi giorni sia particolarmente incoraggiante per il Paese. Il partito democratico di Veltroni e Franceschini ha già dimostrato ampiamente di non essere il partito riformista, coraggioso e liberale, che le sue migliori intelligenze hanno sognato per anni. Ma il Pdl non sembra dare molte garanzie in più. Alleanza nazionale non è mai stato un partito modernizzatore, Forza Italia lo è stato per una decina d’anni, fino a quando - complice il ristagno economico e l’intransigenza sindacale - ha capito che spingersi troppo in là sulla strada delle riforme avrebbe compromesso le basi del proprio consenso elettorale. Non a caso, in questi giorni, la definizione del nuovo partito più ascoltata è stata «casa dei moderati», un’etichetta impensabile quindici anni fa, quando Forza Italia sembrava promettere una rivoluzione liberale (un impegno ritualmente evocato da Berlusconi anche ieri, ma reso poco credibile dalle promesse mancate del 2001-2006, per non parlare delle pulsioni stataliste di oggi). La realtà, purtroppo, è che le forze che puntano sulla modernizzazione dell’Italia sono in minoranza sia nel Paese sia in Parlamento, e lo sono da sempre. C’è stata, è vero, una breve stagione, grosso modo il decennio 1994-2004, nella quale sia la destra sia la sinistra hanno provato a modernizzare l’Italia, ma quella stagione - vista nella prospettiva della lunga durata - è stata come un breve squarcio di sole in una giornata nuvolosa. La nostra cultura politica resta, nonostante ogni velleità modernizzatrice, fondamentalmente figlia delle tre grandi ideologie del secolo scorso, il comunismo, il fascismo, il cattolicesimo. Oggi la patina ideologica si è ritirata quasi completamente, come un ghiacciaio sciolto dall’effetto serra, ma la scorza più dura - fatta di statalismo, dirigismo, paternalismo - è ben in vista, e si sta anzi irrobustendo: la crisi economica aumenta la domanda di protezione e di tutela, mentre la libertà individuale sta diventando una sorta di bene di lusso, che viene dopo la sicurezza economica e personale. Se lasciamo perdere i soliti schemi astratti - destra e sinistra, laici e cattolici - e guardiamo a quel che i partiti sono effettivamente diventati nella seconda Repubblica, il quadro che l’elettore ha di fronte non è dei più ricchi. Tutti i partiti, compresa la Lega, sono impegnati innanzitutto a tutelare il potere degli amministratori locali, e si oppongono tenacemente a qualsiasi norma che rischi di ridurre le risorse a loro disposizione, o di diminuire il loro potere di nomina: non per nulla né il centro-sinistra né il centro-destra hanno avuto il coraggio di varare una riforma incisiva dei servizi pubblici locali, non per nulla il federalismo fiscale è stato progressivamente annacquato per venire incontro al ceto politico dei territori più spreconi. Quanto ai due maggiori partiti, il Pd e il Pdl sono entrambi - oggi - due partiti conservatori di massa, che si differenziano fra loro essenzialmente per gli interessi verso cui hanno un occhio di riguardo: la sinistra non ha la minima intenzione di disturbare la sua base sociale, fatta di pensionati e lavoratori «garantiti», la destra non ha la minima intenzione di disturbare la propria, fatta di partite Iva, ceti professionali, imprenditori. La sinistra non avrà mai il coraggio di riformare il mercato del lavoro, sfidare i sindacati, abbandonare le corporazioni dei magistrati, degli insegnanti, dei professori universitari. La destra non avrà mai il coraggio di combattere l’evasione fiscale, estirpare il lavoro nero, liberalizzare il commercio e le professioni, difendere i consumatori contro gli abusi delle imprese, grandi o piccole che siano. Così le cose buone che piacerebbero agli uni sono destinate a restare lettera morta per il veto degli altri. E viceversa. Possiamo pensare che sia un male, perché l’Italia avrebbe bisogno d’innovazione più che di conservazione dell’esistente. Si può pensare anche, tuttavia, che la comune ispirazione conservatrice della destra e della sinistra non sia altro, in fondo, che l’espressione politica di quel che noi stessi siamo. Un popolo in cui l’aspirazione al cambiamento si manifesta a ondate improvvise, come ribellismo anarcoide, su un sottofondo costante, duraturo, pietroso fatto di particolarismo, di tenace attaccamento ai nostri interessi immediati, individuali e di gruppo. Se questo è ciò che siamo, non deve stupire che - da noi - le forze del cambiamento siano minoranza sia a destra sia a sinistra, e che alla fine della storia, dopo un quindicennio di seconda Repubblica, la competizione politica fondamentale sia diventata una sfida fra due conservatorismi. Ancora un anno e mezzo fa avevamo Ds, Margherita, Forza Italia, An. Oggi abbiamo solo Pd e Pdl. Non è un passo indietro, perché le differenze che le due grandi fusioni cancellano - fra Ds e Margherita, fra An e Forza Italia - erano marginali, talora persino artificiose, mentre Pd e Pdl sono due partiti realmente diversi, per visione del mondo, per mentalità, per priorità politiche. Ma non è neppure un grande passo avanti, perché sono diversi soltanto per le cose che vogliono conservare. Così, chi vuole un vero cambiamento non sa chi votare, e chi vuole votare non può aspettarsi un vero cambiamento.
Luca Ricolfi
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5762&ID_sezione=&sezione=

venerdì 27 marzo 2009

PRIMO GIORNO CONGRESSO DEL PDL: INSOPPORTABILE


Io credo nel progetto del nuovo PDL. Sono convinto della giustezza e dell'importanza del nuovo grande partito del centro-destra italiano, nato dalla fusione di Forza Italia, creata da Berlusconi già quindici anni orsono, con Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini (e altri gruppi minori). Riconosco gli indubbi meriti e i successi talora sorprendenti di Silvio Berlusconi nel rendere possibile questa importante operazione politica, nonché la sua innegabile guida carismatica.
Però non ero là. E ne sono contento.

Il congresso di Berlusconi è iniziato poco prima delle 18.00, quando è entrato nel Nuovo Palafiera di Roma sulle note di "Meno male che Silvio c'è". Al suo ingresso tutti i delegati si sono alzati in piedi in un tripudio di applausi tra cori di «Silvio! Silvio!». Poi si è seduto accanto al presidente del Senato, Renato Schifani, prima di salire sul palco acclamato dalla folla di delegati del Popolo delle libertà. Dopo il saluto di Wilfried Martens, presidente del Partito Popolare Europeo, alle 18.36 comincia il discorso di Silvio Berlusconi: una lunga autocelebrazione, ricca di amarcord per gli amici Fini e Bossi, un aggiornamento sondaggistico, richiami a Don Sturzo, De Gasperi, Craxi, alla libertà («La libertà non è una gentile concessione dello stato. Viene prima dello stato, è un diritto naturale»), ai nemici della libertà (i comunisti storici - Mao, Stalin e Pol Pot - ma anche quelli della sinistra nostrana - da Togliatti fino ai leader attuali "che non piacciono più nemmeno alla sinistra" - nonché a Pecoraro Scanio), un richiamo agli amati Stati Uniti (citando il suo storico discorso al Congresso), all'operato del governo (incaricando tutti i presenti di farsene portavoci) ed ai successi personali in politica estera, concludendo, dopo un richiamo ai valori del patriottismo e delle radici cristiane, con queste parole: «A tutti voi un forte abbraccio e l'augurio di realizzare tutti i sogni e i desideri che portate nel vostro cuore. Viva il partito degli italiani, viva il PDL, viva l'Italia. Potrete dire ai vostri figli e ai figli dei vostri figli: "io quel giorno c'ero"». Sono da poco passate le 20.00, applausi a scena aperta, che riescono a coprire almeno un po' l'orrida "Meno male che Silvio c'è" sparata dai megafoni .


Scrive Stefano Folli sul Sole24ore: "Senza dubbio l'egemonia berlusconiana trova la sua consacrazione, nel momento in cui il congresso, nella scenografia e nella regia, celebra il carisma del capo. Se fosse solo questo, tuttavia, le giornate della Fiera di Roma sarebbero quasi inutili. Quello che ci si attende da Berlusconi è un passo avanti, un'indicazione sul futuro del Paese. Una visione non generica e non solo egocentrica. Finora il leader si è nutrito della propria personalità e ha fatto omaggio di se stesso agli italiani. Ma il domani del Pdl come «partito liberale di massa», semmai questa espressione ha avuto un senso, si lega alla fine della dimensione carismatica e all'avvio di una nuova epoca." Allo stato delle cose, c'è da essere scettici. Nel bene e nel male, Berlusconi è da sempre uguale a se stesso. Il partito gli serve come tribuna per considerarsi sempre in campagna elettorale, a caccia di consensi: l'attività che forse gli è più congeniale."
"Perché Berlusconi dovrebbe rinunciare alla dimensione carismatica, l'unica in cui si sente a suo agio? Una possibile risposta riguarda la definizione di progetto adeguato e non propagandistico per la modernizzazione dell'Italia. Un complesso di riforme e di innovazioni, istituzionali e amministrative, che richiedono tra l'altro un coinvolgimento dell'opposizione. Sarebbe interessante se il congresso fondativo del Pdl e il suo leader si inoltrassero lungo questo sentiero. In fondo è quello che propone Gianfranco Fini. E non è un caso se proprio alla vigilia del congresso siano riemerse le due diverse idee delle istituzioni (e del ruolo del Parlamento) interpretate dal premier e dal presidente della Camera. L'ennesima tensione tra i due aiuta a capire perché esista una divergenza di non poco conto al vertice del Pdl. Fini non ha un ruolo politico diretto, ma incarna una funzione istituzionale che gli offre un rilevante potere d'interdizione nei confronti del premier e del suo populismo. L'insofferenza di quest'ultimo per le lungaggini parlamentari è nota. Il fatto che diventi via via più aspra è significativo di uno stato d'animo e anche di un modo di concepire il governo del Paese. Ma non c'è dubbio che il Pdl nasce con una contraddizione nel suo vertice. Nessuno può sottovalutarla. Si può ricomporre, naturalmente. Ma occorrerebbe la volontà di fare del Pdl un partito compiuto, con i suoi programmi e le sue regole. Un partito capace di esprimere una cultura istituzionale matura, rinunciando in parte al carisma del leader."

Sono d'accordo con Stefano Folli.

(La foto è tratta da corriere.it)
link dell'articolo di Stefano Folli:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/congresso-pdl/commenti/folli-pdl-trappola-carisma.shtml?uuid=89d96074-1ad2-11de-b96a-a70fa1246a48&DocRulesView=Libero

giovedì 26 marzo 2009

MENTANA: LA TV, LA POLITICA E BERLUSCONI


Dall'intervista di Fabio Martini a Enrico Mentana sulla Stampa di oggi:

«Non ho mai votato per Berlusconi, so che nella fase nascente l’uomo non ha avuto scrupoli nella costruzione di Forza Italia, ma posso testimoniare quanto sbagliata sia l’idea della sinistra di essere sempre stata dalla parte della Storia, mentre gli altri erano i corsari, come se avessero avuto un Moggi. Per la sinistra Berlusconi ha sempre “rubato” la vittoria, ma in realtà loro non hanno mai fatto i conti col blocco elettorale che sostiene il centrodestra».
«Credo che una persona con la mia storia possa dirlo: la sinistra non ha mai capito il fenomeno Berlusconi. Soprattutto si è dimostrata sbagliatissima l’immagine per cui in questi 15 anni in Italia c’è stato un Grande Fratello tv che ha condizionato le coscienze. Se così fosse stato, non sarebbe accaduto quel che è storia: Berlusconi ha vinto, poi è andato all’opposizione, ha vinto, poi è andato all’opposizione e alla fine ha rivinto».

La sinistra e i grandi giornali, dopo la prima Convention di Berlusconi storcevano il naso: in quello snobismo c’è un equivoco durato anni?

«L’illusione della sinistra era che Tangentopoli avesse cancellato l’elettorato moderato: si confondeva il crollo del Palazzo con la scomparsa di un elettorato consolidato che invece era pronto a votare chiunque tranne loro. L’abbaglio contaminò il sistema dei mass media: nessuno vedeva che c’era un’adesione forte e non plastificata. Nel 2001, ben 7 anni dopo la scesa in campo, ricordo un articolo-appello di Umberto Eco, il cui senso era questo: se una persona è perbene, vota a sinistra, se è egoista o fascista, vota a destra. Ma così non si andava lontano».

Difficile negare che i programmi di Mediaset abbiano condizionato il modo di pensare degli italiani...


«La Ruota della fortuna di 15 anni fa e oggi il Grande Fratello non c’entrano niente: ci sono in tutto il mondo. Chiediamocelo: ci sono trasmissioni che hanno cambiato la percezione degli italiani, che hanno fatto decidere che era meglio Berlusconi di Veltroni? Certo, Berlusconi in tv è potentissimo, a Mediaset negli ultimi tempi si stanno chiudendo gli spazi di autonomia, con un’informazione ossequiente o marginalizzata. Ma il vero nemico della sinistra è stato un altro: abbracciare il libero mercato, la globalizzazione e non avere più risposte per l’Italia che cambiava».

Il resto dell'intervista:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200903articoli/42276girata.asp

mercoledì 25 marzo 2009

INDESIT: CASO CURIOSO


Succede, il 5 marzo, che la Indesit (gruppo Merloni-Ariston, con quartier generale a Fabriano, sette stabilimenti produttivi, un proprio centro ricerche, logistica e attività di marketing per un totale di circa 5.000 dipendenti ) annunci l'intenzione di chiudere lo stabilimento di None, nel pinerolese, dove sono impiegati, tra operai e dipendenti, circa 600 addetti. Negli ultimi tre anni l’azienda aveva operato importanti investimenti, sia sul nuovo prodotto sia sugli impianti, per un importo complessivo di circa 60 milioni di euro di cui 20 proprio nello stabilimento di None. Nonostante questo i rappresentanti del Gruppo hanno ribadito che “malgrado gli sforzi, tuttavia, la domanda di mercato è stata molto al di sotto delle previsioni. Di conseguenza l’azienda non ritiene sostenibile la produzione in entrambi gli stabilimenti di None e di Radomsko, in Polonia. La decisione di mantenere lo stabilimento polacco a scapito di quello torinese è dovuto esclusivamente a criteri di competitività sui mercati internazionali”.

Succede che venga fatta una interrogazione parlamentare urgente da parte di deputati del PD piemontese, tra i quali l'On. Cesare Damiano (Responsabile Nazionale Lavoro PD e Capogruppo alla Commissione Lavoro), Anna Rossomando e Giorgio Merlo e sottoscritta dai parlamentari piemontesi del PD "al fine di scongiurare la chiusura dello stabilimento Indesit di None e la conseguente perdita del posto di lavoro per più di 600 lavoratori”.“Da notizie di stampa - aggiungono i Deputati piemontesi del PD - si apprende che la volontà del gruppo dirigente aziendale di chiudere lo stabilimento di None, mantenendo lo stabilimento di Radomsko, sarebbe anche legata alla possibilità di ricevere risorse statali in Polonia subordinate, tuttavia, ad un aumento della crescita occupazionale in quel Paese. Ne deriverebbe che la chiusura e il licenziamento di circa 600 lavoratori italiani corrisponderebbe ad un aumento delle assunzioni nello stabilimento in Polonia, con un vero e proprio ‘dumping sociale’ a scapito dei nostri lavoratori”.

Succede che venga indetto uno sciopero il 20 marzo, che vede la partecipazione di circa duemila lavoratori provenienti da tutti gli stabilimenti italiani del gruppo Indesit (ma anche dalle aziende dell'indotto e di altre fabbriche torinesi in crisi, con cartelli a forma di bara e la scritta ''Qui giace il made in Italy'' e scatole delle lavatrici coperte da scritte ''una vita per farla crescere e un gesto di avidita' per farla morire''), ma anche la massiccia presenza dei vertici del Pd, dall'ex ministro Cesare Damiano, al segretario regionale Gianfranco Morgando, alla sua vice Anna Rossomando, ai parlamentari che hanno tenuto alta l'attenzione politica sul caso Indesit (Calgaro, Boccuzzi, Merlo), il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e la presidente della Regione Mercedes Bresso (che ha dichiarato:«Se None chiuderà avranno la guerra, se non chiuderà siamo pronti ad aiutare l´azienda e a chiedere al Governo iniziative a sostegno della domanda»), come pure i vertici di molte organizzazioni sindacali, come Giorgio Cremaschi e Maurizio Landini della fiom, Gianluca Ficco della Uilm e Anna Trovo' della fim nazionale.

Succede che Maria Paola Merloni, discendente della famiglia imprenditoriale e proprietaria della Indesit, è parlamentare del PD (nonché ex "ministro" per le Politiche Comunitarie nel Governo ombra del Partito Democratico fatto da Veltroni).

Solo un caso curioso? No,''L'apoteosi dell'ipocrisia. Coloro che oggi fingono di stracciarsi le vesti per l'Indesit di None -osserva Elena Maccanti, deputata torinese del carroccio - sono gli stessi che a livello amministrativo locale sono stati complici di quelle delocalizzazioni Fiat in mezzo mondo che hanno ridotto lo stabilimento di Mirafiori all'attuale stato di agonia. Questi 'candidi' politici torinesi che domattina saranno in piazza sono gli stessi che nei dibattiti accusano noi della Lega di essere retrogradi e razzisti quando parliamo di misure di protezione per i nostri lavoratori e per le merci prodotte nel nostro Paese''. ''Vorrei ricordare - aggiunge il segretario provinciale del Carroccio torinese e deputato del Carroccio Stefano Allasia - che il gran disastro per i nostri lavoratori e le nostre imprese e' cominciato guarda caso con l'ingresso della Cina nel Wto, sancito col sorriso sulle labbra da un entusiastico Romano Prodi presidente della Commissione Europea. Da quel giorno l'economia mondiale e soprattutto europea non e' stata piu' la stessa ed ora i nostri lavoratori stanno capendo sulla propria pelle quanto sbagliate e scellerate fossero quelle scelte fatte in nome di un globalismo senza regole, buono solo per far arricchire i soliti 'padroni del vapore' ''.

Che a volte sono deputati del PD.

Foto: Maria Paola Merloni

martedì 24 marzo 2009

LA STAMPA ITALIANA E LA CRISI

Joaquin Almunia, commissario europeo all’Economia, parlando l'altro ieri al German Marshall Fund a proposito della grave crisi internazionale, ha esposto i rischi dell'attuale situazione economica, sostanzialmente affermando tuttavia il suo ottimismo, motivato dalla convinzione che l’Europa abbia i mezzi per riuscire a superarla. Il commissario ha ricordato che la Ue ha già «messo a punto piani di salvataggio per l'Ungheria e la Lettonia; con la Romania sono stati avviati i negoziati». Certo - ha ribadito - «possiamo aspettarci altre crisi, anche nella zona euro, ma abbiamo anche gli strumenti tecnici e politici per risolverli, e per non lasciare che la crisi diventi una questione a cui non ci si può opporre». Gli ipotetici rischi maggiori - ha spiegato Almunia - potrebbero riguardare «quei Paesi Ue che non hanno consolidato le finanze pubbliche prima della crisi, come Italia e Grecia, i due esempi più conosciuti», dove il debito pubblico è tra i più alti d'Europa, ma anche quegli Stati membri «dove il debito pubblico cresce molto rapidamente a causa degli sforzi per il sostegno alle banche e allo stimolo fiscale».

Le parole di Almunia sono state tuttavia riportate da pressocché tutta la stampa italiana in termini assai negativi e allarmistici per l'Italia: l’Italia tra i Paesi a rischio, l’Italia come la Grecia, l’Italia in bilico, l’Italia che non ce la fa, l’Italia prossimo focolaio della crisi. In particolare, La Repubblica ha titolato: "Almunia: Ci saranno altre crisi, anche l'Italia tra i paesi a rischio".

Tale catastrofismo, evidentemente ritenuto eccessivo e fuori luogo, ha costretto la portavoce di Joaquin Almunia, Amelia Torres, a dichiarare il giorno successivo: "Almunia non ha detto quello che leggo (sulla stampa italiana, nda) in particolare su La Repubblica, e d'altra parte le parole che vedo nel titolo non appaiono nell'articolo". Secondo la portavoce si è trattato di una "estrapolazione fatta per articoli tendenziosi. La situazione è abbastanza grave e i mercati sono gia' abbastanza agitati, non è serio né responsabile comportarsi in questo modo". Almunia non ha mai detto ieri che "l'Italia è a rischio", ma secondo quanto riporta la portavoce il commissario avrebbe detto che "ci sono alcuni Paesi che in passato non hanno fatto gli sforzi necessari per le finanze pubbliche e che ora hanno ancora un debito elevato che permette pochi margini di manovra, ma in questo non c'è nulla di nuovo". Ripeto, ha detto Torres, "dalla stampa trovo poca serietà e poca responsabilità". Torres ricorda poi che il consiglio Ecofin ha già preso una posizione sulla situazione italiana e sui provvedimenti presi esprimendo un giudizio favorevole.

Oggi, da Bruxelles, il commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia, interpellato su questo episodio, ha dichiarato (Adnkronos/Aki): "Oggi non creo un'altra occasione perche' la stampa cambi le mie parole". "Temo molto a intervenire su questo argomento. Quanto ho detto l'altro giorno lo avevo detto e scritto piu' volte". "I media italiani hanno fatto in modo che non mi riconoscessi sugli articoli pubblicati, la mia posizione sull'Italia e' la stessa e domenica ho ripreso cose che ho scritto e detto piu' e piu' volte"

LA PROVOCAZIONE DELLA DISSACRAZIONE

Sono passati quindici anni (era il giugno 1994). Ma di esempi simili di grande televisione, sia pur con la carica provocatoria e dissacrante della quale Carmelo Bene è stato un insuperato maestro, non ne ricordo di averne mai più visti, né credo sia prevedibile vederne in futuro.
Quindi invito tutti a rivedere questo:






lunedì 23 marzo 2009

AUGURI A PAOLO GARIMBERTI


La situazione del mercato televisivo ed editoriale italiano è certamente fortemente distorta e sbilanciata, frutto di una situazione nata e cresciuta troppo rapidamente e in mancanza di regolazione e razionalità.

Ma il vero scandalo, secondo me, non è avere Rete4 anziché Europa7 (possibile che Francesco Di Stefano sia il salvatore della pluralità televisiva in Italia?), non lo è la situazione che ha portato Mediaset a mantenere tre reti analogiche (reso possibile non per far un favore a Mediaset, ma per far si di mantenere lo status quo della tv pubblica), non lo è la situazione di monopolio televisivo privato in Italia di Mediaset (a parte La7, ma non è presente in Italia anche un certo Murdoch?), bensì l'avere un servizio pubblico scandalosamente lottizzato e inefficiente, sproporzionato (tre reti pubbliche sono troppe), per il quale si è costretti a pagare una tassa che per molti aspetti è un balzello, che incassa molto e spreca in misura maggiore, senza qualità, senza garantire una adeguata e corretta informazione (a parte lodevoli eccezioni, come Report), che non innova, che non sfrutta le sue notevoli capacità produttive.

Lo scandalo è dunque la RAI, cioè la nostra televisione pubblica.

Auguri a Paolo Garimberti.

PS: Che poi Berlusconi, e solo lui, in quanto presidente del consiglio, possa "controllare" un mastodontico bordello simile (dove ognuno risponde a qualcuno) è una vera fesseria, che solo per manifesta malafede o stupidità qualcuno può sostenere.

domenica 22 marzo 2009

PASOLINI E IL VERO REGIME



Documento del 1974 dove Pier Paolo Pasolini, da persona di grande e profonda intelligenza critica quale indubbiamente era, sembra riconsiderare e rivalutare l'esperienza del Fascismo italiano, attraverso l'immagine dall'architettura razionalista di Sabaudia, giudicandola sorprendentemente non in modo così negativo, considerandola comunque una realtà tutto sommato migliore, se paragonata all'Italia attuale, quella dell'epoca post-fascista, oramai irrimediabilmente compromessa dalla cosiddetta democrazia moderna, che in realtà vede come una forma peggiore di tirannia, una dittatura del consumismo, peggiore in quanto ha distrutto, a differenza del Fascismo, la vere radici dell'anima popolare e contadina del popolo italiano.

Se fosse vissuto un poco più a lungo, credo che in Pasolini sarebbe maturata una vera e profonda anima conservatrice.

Checché l'iconografia ufficiale attuale ne possa dire.

PS: come non ricordare la poesia "Il PCI ai giovani": http://www.misteriditalia.com/il68/inizio/Pasolini.pdf

D'AGOSTINO: INTERNET IL NUOVO CICLOSTILE


Roberto D'Agostino, giornalista, regista, scrittore, fondatore di Dagospia, uno dei siti di gossip e attualita' piu' seguiti sul mondo economico e politico italiano, ha tenuto il 20 marzo una lezione-testimonianza agli studenti del Master in Media Relations testimonianza presso l'Università Cattolica di Milano.

«La crisi dei giornali - ha spiegato D'Agostino - non è dovuta alla recessione, nè tantomento a Internet, ma risale a quando il giornale ha smesso di essere venduto per le notizie diventando solo un mezzo di pubblicità. Il declino dell’editoria sta nei ricatti incrociati per non tirarsi fuori a vicenda le rispettive rogne».
«Internet è stato un ’68 tecnologico, accentuato dal
formato dei media che è vecchio e che non serve a nessuno. Oggi compro un quotidiano - ha spiegato il giornalista - ed è vecchio, è un giornale di ieri. E poi serve sintesi: non posso passare tre ore al giorno, quando ho molte cose interessanti da fare, a leggere un giornale».
«Dagospia è mobile, si modifica a seconda delle cliccate. Io non vado contro il lettore ma gli vado incontro, cerco di soddisfare le sue curiosita».
«l'informazione non può essere libera finchè c’è un padrone».


«Internet è un nuovo Sessantotto elettronico. È il nuovo ciclostile»

Tratto da:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=5909&ID_sezione=38&sezione=News

sabato 21 marzo 2009

EFFETTI NEGATIVI DELL'APERTURA DI OBAMA

- L’amministrazione Obama si è offerta di dialogare con i nemici degli Stati Uniti in tutto il mondo e in particolare in Medio Oriente. Finora però l’offerta è stata raccolta da pochi.

L’Iran ha richiesto “sostanziali cambiamenti nella politica estera statunitense” come precondizione per il dialogo. La Siria vuole che l’America fermi l’indagine delle Nazioni Unite sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri e insiste sul ripristinare il proprio controllo sul Libano prima di “dialoghi sostanziali” con Washington. I talebani, dal canto loro, insistono sul “completo ritiro delle truppe straniere” dall’Afghanistan prima di prendere in considerazione il dialogo.

Bene, se i tuoi nemici non vogliono parlare con te, perché non provare a farlo con i tuoi amici? Questo però è precisamente quel che la nuova amministrazione non vuole fare perché potrebbe lasciar pensare che si stia proseguendo con le “politiche fallite” dell’amministrazione Bush.

In particolare, il presidente Obama non ha risposto ai messaggi d’auguri venuti dagli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente se non settimane dopo il proprio ingresso alla Casa Bianca. La leadership irachena ha dovuto aspettare tre settimane. Il presidente afgano Hamid Karzai ha atteso quaranta giorni. I leader di paesi tradizionalmente alleati come il Marocco, l’Egitto, la Turchia, la Giordania e l’Arabia Saudita non hanno aspettato tanto a lungo ma non hanno ottenuto nulla più che qualche chiamata “di protocollo” priva di contenuto politico.

Gli emissari di Obama nella regione hanno messo bene in chiaro che la nuova amministrazione americana preferisce coltivarsi i nemici piuttosto che andare incontro ai propri amici.

Richard Holbrooke, l’inviato speciale in Afghanistan e Pakistan, ha parlato del proprio desiderio d’impegnarsi con i talebani ma ha menzionato “problemi di programmazione” per spiegare il fatto di non essersi incontrato con gli amici dell’America tra le élites afgane e pakistane. A Kabul ha messo quasi del tutto in chiaro che la nuova amministrazione vede la presidenza di Karzai come parte dell’“eredità di Bush”. Poi, i segnali che ha inviato in Pakistan fanno pensare che Washington non sia particolarmente incline ad appoggiare il governo del presidente Asif Ali Zardari.

Il segretario di Stato Hillary Clinton ha concesso al primo ministro libanese Fouad Siniora soltanto una stretta di mano da photo opportunity nel corso di una conferenza su Gaza tenutasi in Egitto. Siniora, il cui governo di coalizione dovrà affrontare un’elezione cruciale nel mese di giugno, aveva nutrito la speranza di una “convincente dimostrazione dell’appoggio americano”. Invece, è stato trattato con freddezza.

La preoccupazione che gli Stati Uniti stiano cominciando ad abbandonare i propri alleati ha portato una quantità di reazioni da panico. La scorsa settimana l’Arabia Saudita ha ospitato un summit a quattro nazioni di leader arabi che avevano guardato con favore al ritorno della Siria come attore di rilievo nelle politiche regionali. In cambio i siriani ottennero un “right of observation” in Libano, quel “diritto di osservazione” che useranno per influenzare il risultato dell’imminente appuntamento elettorale di quella nazione.

In Afghanistan gli oppositori di Karzai hanno dato il via a una campagna per impedirgli di correre per un nuovo mandato. Senza contare i circoli pro-Iran che insistono sul tema dell’Iran come “il difensore affidabile” del nuovo regime a Kabul in tempi in cui gli americani sembrano voler riportare al potere i talebani.

In Iraq l’inquietudine sul ritiro americano ha diviso i curdi, i più forti alleati di Washington in quella regione. Massoud Barzani sta cercando di creare un’alleanza con la Turchia per controbilanciare l’Iran nell’era post-americana. Jalal Talabani, l’altro leader curdo, sostiene che, una volta andati via gli americani, soltanto l’Iran potrà difendere il nuovo Iraq dai poteri arabi sunniti in cerca di vendetta. Anche il primo ministro Nouri al-Maliki, sempre sospettoso riguardo alle intenzioni di Teheran in Iraq, si sente in obbligo di raddolcire i mullah dando una fetta di potere al loro pupillo Muqtada al-Sadr.

In Pakistan gli oppositori di Zardari, convinti che gli Stati Uniti non lo appoggino più, hanno dato il via a una serie di proteste su scala nazionale. L’ex primo ministro Nawaz Sharif, sotto il cui governo i talebani conquistarono la maggior parte dell’Afghanistan, sta cercando d’inscenare un ritorno etichettando Zarfari come “un manichino americano insediato da Bush e abbandonato da Obama”.

Nel frattempo, la Turchia teme che Obama possa riuscire in un “grande affare” con i mullah riconoscendo l’Iran come potere principale nella regione. Cosa che lascerebbe la Turchia nei guai, incapace di entrare nell’Unione Europea e marginalizzata in Medio Oriente. Sono state quelle paure a suggerire al presidente turco Abdullah Gul di trovare una scusa per visitare Teheran, dove è stato il primo presidente turco in assoluto a incontrare la “Suprema Guida” iraniana Ali Khamenei.

Grazie alla percezione che gli Stati Uniti siano in ritirata mentre la Repubblica Islamica è in ascesa, Teheran nelle recenti settimane ha fatto da anfitrione a decine di presidenti e di primi ministri venuti dall’Asia Centrale, dal Caucaso e dal Medio Oriente. In ogni caso, l’idea è di mettersi d’accordo con gli iraniani prima che lo faccia Obama.

La nuova politica americana, o la mancanza di essa, potrebbe avere un impatto devastante sulle chance delle forze democratiche in tutta la regione mentre questa si trova di fronte a elezioni cruciali in Afghanistan, Iran, Iraq, Libano territori palestinesi, Egitto e Algeria. E i nemici degli Stati Uniti potrebbero arrivare a un notevole successo strategico prima che Obama abbia sviluppato una politica credibile per il Medio Oriente.

Amir Taheri

© New York Post
Traduzione Andrea Di Nino

tratto da l'Occidentale del 21 marzo 2009:

http://www.loccidentale.it/articolo/le+mani+tese+di+obama+stanno+creando+il+panico+tra+gli+alleati.0068232

venerdì 20 marzo 2009

GAFFE E GAFFEUR

L'altro ieri sera Obama era al Tonight Show di Jay Leno.

Obama stava dicendo a Leno di come ultimamente fosse migliorato molto a Bowling, grazie ai suoi allenamenti sulla pista della Casa Bianca: "Ho chiuso a centoventinove” ha detto Obama. Centoventinove è un punteggio piuttosto scarso.

Leno ha sarcasticamente risposto: "Un bel punteggio, Presidente" e Obama di rimando: "Si, tipo le Special Olympics" (i giochi riservati ai diversamente abili che noi chiamiano le "Paraolimpiadi").

Le scuse precipitose sono partite prima ancora che lo show andasse in onda, dal telefono dell'Air Force One. E sono state recapitate a Tim Shriver, il presidente delle olimpiadi speciali, il quale si è affrettato a sottolineare il sincero pentimento dell’Illinois Boy.

...

Questo episodio mi ricorda qualcosa.
Sono tuttavia sicuro che le reazioni, in questo caso, saranno diverse.


PS: la notizia è stata ripresa dall'uovo di giornata de l'Occidentale
http://www.loccidentale.it/articolo/obama+lasci+stare+il+bowling+e+le+special+olympics.0068252

giovedì 19 marzo 2009

IL NUOVO PDL TRA CULTURA E SOCIETA'

Gli importanti cambiamenti nello scenario politico del paese si riflettono e si alimentano di cambiamenti più vasti e profondi della società italiana. Il nuovo partito del PDL è solo l'aspetto più evidente e statutario della nascita di una nuova cultura e di un nuovo costume, espressioni dello stesso cambiamento, legato alla nascita della nuova destra italiana.

Di alcuni di questi aspetti non strettamente politici tratta l'interessante articolo di Pietrangelo Buttafuoco sulla Stampa che riporto di seguito.

- Alleanza nazionale che tra due giorni non ci sarà più, diventerà Popolo della Libertà in sposalizio con Forza Italia e come in ogni matrimonio porterà in dote un suo patrimonio. Di quello immobile – fatto di ricchi edifici, appartamenti e proprietà sparsi per l’Italia – i contraenti se la risolveranno dal notaio. Di quello impalpabile, invece, quello dell’immaginario fatto di libri, film, musica e tendenze, se ne può fare una conta perché è materia culturale già bene esposta al sole. Una materia già condivisa. A partire dal linguaggio esplicito dell’atto fondativo di questa stagione politica prossima a quagliare: il discorso del predellino. L’estemporanea pensata di Silvio Berlusconi del 22 novembre del 2007, infatti, quella che dà avvio al Pdl, sempre che i segni siano rivelatori non accade a caso. Comincia da piazza San Babila a Milano, luogo simbolo della patria identitaria della destra, ma nel costringere col suo happening il ritroso Gianfranco Fini a capitolare verso più opportune nozze, il Cavaliere adotta un tipico stilema caro al sentimento dei militanti già sambabilini: qualcosa a metà tra il situazionismo e il futurismo.

Con slancio marinettiano Berlusconi supera a destra lo stesso Fini e assorbe quegli umori dada e quelle monellerie goliardiche che, di fatto, lo fanno sentire padrone di casa perfino nel luogo più antitetico alla casa liberale: il festival di Atrjeu, la kermesse romana di tarda estate organizzata ogni anno da Giorgia Meloni all’insegna de “La storia infinita”, il best seller di Michael Ende, il romanzo che segna l’emancipazione rispetto ad un altro mito ormai archiviato dalla destra pre-predellino: “Il Signore degli Anelli” di Tolkien. Quello, appunto, dei Campi Hobbit. Come dire: un’era fa. An non ha elaborato un progetto sulla cultura popolare di massa ma una certa sintonia col sentimento diffuso degli italiani le riesce in virtù di veri e propri protagonisti pop. Appena archiviata la stella di Daniela Santanchè, An ritrova in Renata Polverini, leader dell’Ugl, un’altra icona dell’universo femminile. Tutto però è pop.

Accanto a quella che fu la tivù di Cristiano Malgioglio poi, o la simpatia di Lando Buzzanca e quella di Lino Banfi, trionfa lo sdoganamento luciferino di Ignazio La Russa fatto da Rosario Fiorello. Per la prima volta un post-missino diventa tormentone: “Di-gi-a-mo-lo!”. Il popolo di An post-predellino adotta ancora quali beniamini gli attori del Bagaglino e le belle labbra di Elisabetta Canalis (additata quale “militante”). Dall’Olimpo dello sport, per esempio, dopo Nino Benvenuti, i portatori di dote esaltano oggi Gianluigi Buffon (avvistato con celtica), quindi Rino Gattuso (emblema del celodurismo meridionale), Fabio Capello e – infine – il campione di rugby Andrea Lo Cicero. Tutti ben ritratti da Michele De Feudis, tra i più bravi cercatori di tendenza nel mondo della militanza di destra. E se tutto questo appropriarsi genera un’inedita familiarità coi segni e coi simboli della contemporaneità, per la prima volta il mondo di An esce dal tunnel esistenziale: mai più esuli in patria.

Due morti fatti martiri, Fabrizio Quattrocchi, ucciso dagli islamisti in Iraq, e Gabriele Sandri, il tifoso laziale ucciso in una maledetta giornata di sport, rinnovano oltre il triste rituale della guerra civile e degli anni di piombo il labaro dei Cuori Neri. Ma tutto è pop. Al prezzo di un frizzante frullato dove con Marco Masini che canta “E’ un paese l’Italia? (sostituendo nelle hit d’appropriazione indebita anche “Povera Patria” di Franco Battiato), convivono il Dalai Lama e la rinnovata estetica romantica: quella di Fight Club per esempio, sia in pellicola che nel libro di Chuck Palhaniuk. Il partito di via della Scrofa in tema di professori e letterati è certamente debole. Fatta eccezione per un navigato professionista dell’organizzazione culturale qual è Umberto Croppi, oggi assessore a Roma, e per un altro impavido assessore quale Carlo Sburlati (solitario in terra ostile con il suo Premio Acqui, bistrattato rispetto al sontuoso Grinzane), An è ancora un posto d’improvvisazione.

Accanto all’instancabile attivismo di un Maurizio Gasparri che ingaggia potenti battaglie contro il cinema dei salotti (ha appena organizzato una visione aperta al pubblico di “Katyn” il film di Andrzej Waida praticamente censurato per manifesta indifferenza della società intellettuale) e contro la Rai delle terrazze (si ricordi la fatica di portare in video la fiction su Perlasca, quella sulle Foibe e quella, mai riuscita, sul delitto Calabresi), An può contare su ffweb, il magazine in rete di Filippo Rossi legato direttamente a Gianfranco Fini e allo storico Alessandro Campi (dove, a fianco di Angelo Mellone, crescono i nuovi talenti quali Diletta Cherra, Antonio Rapisarda e Federico Brusadelli). Sul tavolo del patto matrimoniale c’è anche un giornale. E’ il Secolo d’Italia e se già il quotidiano diretto da Flavia Perina è direttamente coinvolto nella confezione dei numeri congressuali per l’uno e per l’altro contraente, c’è da ricordare quanto importante sia stata l’attenta regia di Luciano Lanna nel veicolare arredi e corredi della novità post-predellino.

Lanna è l’autore di Fascisti Immaginari (scritto con Filippo Rossi, edizioni Vallecchi, trentamila copie) ed è dalle pagine del Secolo, infatti, rimbalzate sugli altri giornali, che la destra di An ha aggiornato il proprio album. Basta dunque con lo stucchevole richiamo ad Antonio Gramsci e a Pierpaolo Pasolini, piuttosto si sollecita una rilettura di Luciano Bianciardi e di John Fante che, dentro An, rappresenta l’America che piace. Accanto a Paolo Borsellino, il magistrato simbolo della lotta alla mafia, An colloca nel proprio bagaglio Roberto Saviano. L’uno e l’altro molto amati: per una militanza esplicita del primo e per un’affinità elettiva il secondo (con coraggio – specie a mettersi contro la fauna politically correct, vendicativi peggio dei casalesi – Saviano rivendicò il diritto di salutare in Giorgio Almirante un esempio, per non dire delle letture: Ezra Pound con cui l’autore di Gomorra chiuse una splendida puntata tivù con Enrico Mentana e poi Ernst Jünger). Certo, An non ha più la sofisticata attrezzeria intellettuale su cui poteva fare affidamento la destra degli Ugo Spirito, dei Volpe e degli Ettore Paratore, tanto per scandalizzare con i nomi più ingombranti, non ha la potenza espressiva di una realtà eccentrica quale Casapound (il centro sociale romano di Gianluca Iannone), ma questa è la stagione del matrimonio consumato in fretta. E non con fiero occhio e svelto passo, ma con mezzo tacco. Fuori dal predellino.

Pietrangelo Buttafuoco
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200903articoli/42043girata.asp

martedì 17 marzo 2009

TRAVAGLIO NELLO SPETTACOLO



Ma allora è vero: Travaglio sente stretti i panni del semplice 'giornalista'. Ma non solo quelli, anche la semplice 'satira' evidentemente gli va stretta, ambisce allo 'spettacolo' puro.

Peccato che, per parafrasare Sergio Leone che diceva di Clint Eastwood che avesse solo due espressioni, una col sigaro (o col cappello) e una senza, Travaglio dimostra una singola e assai rigida espressione facciale. Segno forse di rigidità della sua personalità. Indubbiamente sostenuta però da un grande ego. E da tanta gente che glielo lascia credere.

A quando la presentazione del festival di San Remo?

Marco Travaglio si è fatto conoscere da molti anni a questa parte per i suoi articoli e libri di carattere giudiziario. E comparso (non come la Madonna, ma come un eletto del Signore forse si) da Santoro, sempre nel suo ruolo istituzionale di serio, inflessibile inquisitore morale della politica e non solo.
Poi la canzoncina. Poi la canzoncina ballata...
Ebbene, qualcuno sa dirmi cosa gli è successo?
Cosa si è messo in testa di poter fare?
Crede (o gli fanno credere) che uno come lui possa far tutto e tutto bene?
(ho idea di si)
Possibile che non abbia nessuno vicino che sappia dargli un buon consiglio (di lasciar perdere)?

Non è critica, è puro sbigottimento.

Uno che si è costruito una immagine, un ruolo, un mestiere (pure molto gratificante e remunerativo) di serio, che si metta a far ridere (magari!) la gente lo trovo quantomeno strano: o è impazzito, o è uscito di senno, oppure si è montato troppo la testa.

Ma forse la verità è un'altra: è solo il segno che anche Travaglio è oramai stanco di sé stesso.

IL MIGLIOR PDL CHE VERRA'

Se nascerà qualcosa di veramente valido col nuovo PDL sarà perché si riuscirà nella - difficile - operazione di unione delle sue varie anime. Soprattutto quelle belle. Anche se (e meno male se) critiche: il peggior PDL che possa immaginare sarebbe quello plebiscitario e adorante del capo unico e insindacabile.

La vera crescita, culturale e politica, di un grande partito, come sarà senz'altro il PDL, non può prescindere dall'ascolto e dal confronto delle sue tante voci ed idee - anche se talora, forse inevitabilmente, discordanti - la cui realtà non può essere considerata un problema, bensì una ricchezza. Certo a patto di saper arrivare ad una sintesi. Ma una vera e valida sintesi è possibile solo attraverso un confronto vero e franco.

Perciò vedo con preoccupazione, moderata dalla considerazione che in questa fase siano inevitabili, i tentativi di discredito di quello o di quell'altro elemento, soprattutto da parte di coloro che si ritengono la parte più forte e maggioritaria.

Quello che sogno, è un grande PDL di una grande e matura destra italiana.

IL PAESE NORMALE CHE VORREI (CON PHASTIDIO)

- E’ al contempo facile e difficile spiegare in che paese vorremmo vivere. Facile per l’elencazione delle caratteristiche della vita civile ed associata che desideriamo, difficile quando si tratta di individuare strumenti e modalità per conseguire tali obiettivi. L’Italia è un paese anomalo: troppo giovane per avere una cultura liberale consolidata, al punto che quella che ancora oggi residua in qualche glorioso partito-testimonianza è soprattutto di carattere post-risorgimentale. Al contempo, gli ultimi due o tre lustri hanno visto una tale corsa e rincorsa del sistema partitico (di destra, centro, sinistra) ad appiccicarsi sul paraurti dell’auto l’adesivo “Io sono liberale”, che il termine stesso appare ormai semanticamente così levigato (anzi, eroso) da essere ormai privo di autentica connotazione. Circostanza curiosa visto che, nella mappa delle percezioni dell’elettorato, non di rado il sostantivo “liberale” viene ancora censitariamente associato all’alta borghesia.

Personalmente, credo che la forma di liberalismo a cui ambisco sia quella in cui il sistema politico ed i suoi attori operano per determinare poche ma robuste regole, da applicare erga omnes, e senza la necessità (che di solito sorge un minuto dopo che una legge viene promulgata) di avere un inviluppo di esegeti ufficiali e semiufficiali della lettera della legge. In sintesi, regole e non discrezionalità. Vorrei anche vivere in un paese dove vige un principio di sana meritocrazia, altro termine follemente abusato e della cui citazione chiedo scusa ai lettori. Una meritocrazia che discende dal principio di responsabilità individuale, ma che non significa darwinismo sociale bensì la liberazione delle forze del mercato, della creatività e dell’intrapresa, temperate da un momento di sintesi verso la coesione sociale e la comunità. Che vuol dire regole di mercato “vero” ed un welfare universalistico e onnicomprensivo, non stratificato, segmentato, soggetto a sua volta ad esegesi e negoziato tra gli special interest e un potere politico che troppo spesso funge da broker e da esattore delle libertà. Ma sono talmente sognatore che vorrei che le risorse generate dalla liberazione di sviluppo ed intrapresa servissero per aiutare chi è rimasto indietro, non per condannarlo a quella “mendicità dell’inclusione” (i.e. la raccomandazione) che troppo spesso umilia i nostri migliori giovani (e meno giovani).

Stiamo vivendo un momento molto delicato: una crisi economica che non è una semplice recessione ma la rottura di un paradigma (americano, mi duole dirlo) di crescita fatta di debito, assenza di regole ed oligarchizzazione, e che ci costringe a misurarci con il mercato, o meglio con la rappresentazione tipico-ideale che ognuno di noi ha di esso. In Italia, dove una vera cultura di mercato non ha mai veramente attecchito, questa crisi è ancora più potenzialmente pericolosa, perché agevola il compito di quanti agitano lo spauracchio di tutto quello che di terribile può accadere quando si lascia il mercato libero di esprimersi. Peccato che le cose non stiano in questi termini, e che questa sia una mistificazione. Il modello statunitense degli ultimi vent’anni è crollato rovinosamente sotto il peso della commistione tra politica e mercato, che è poi lo snaturamento di quest’ultimo. Nessuna regolazione o una cattiva regolazione, molti interessi particolari che hanno guidato la mano del legislatore, il “trionfo dei crediti d’imposta” come lo definirei, funzionali a microgestire economia e società. Un mercato finanziario sano è l’architrave di una economia di mercato degna di questo nome.

Ma non bisogna pensare che un mercato finanziario “vero” sia un mercato privo di regolazione. Questo è l’errore metodologico in cui incorrono non pochi entusiasti neofiti del liberismo. Al contrario, serve una regolazione semplice e robusta, perché mai come nel mercato finanziario si concentrano gli interessi particolari di quanti rischiano di essere sconfitti dalla innovazione. Un libro che non promuoverò mai abbastanza, e che per molti aspetti considero il mio personale manifesto politico è “Salvare il capitalismo dai capitalisti”, di Luigi Zingales e Raghuram Rajan. Spiega che “i capitalisti affermati hanno paura della competizione, perché mina il predominio delle imprese esistenti e le costringe a riguadagnarsi la propria posizione ogni giorno. I mercati finanziari sviluppati spaventano, perché favoriscono a alimentano la concorrenza, equiparando i punti di partenza. L’Italia è un esempio da manuale della degenerazione del capitalismo in un sistema di élite, fatto dalle élite e per le élite. E rappresenta, al tempo stesso, un caso emblematico del ruolo decisivo svolto dal sistema finanziario in questa degenerazione. Non è sorprendente che in Italia tutte le nuove opportunità d’investimento, dai telefoni cellulari alle società di servizi pubblici neoprivatizzate siano sempre sfruttate da pochi privilegiati. Sono gli unici con il denaro e i contatti per farlo. E non sorprende neppure che quelle stesse persone si oppongano a uno sviluppo finanziario: andrebbe a intaccare proprio la fonte della loro rendita di posizione”
Più chiaro di così. E non ci sono solo i capitalisti: ci sono anche quanti hanno perso il lavoro a causa dell’innovazione e dei fisiologici cicli di vita d’impresa e di settore. Queste sono le persone a cui occorre dare una risposta liberale: l’eguaglianza di opportunità di accesso agli strumenti di protezione sociale finalizzati al loro ritorno al lavoro. Diversamente, queste persone e la loro disperazione resteranno facile preda di chi si oppone al cambiamento e punta a quella conservazione che in Italia sta rapidamente volgendo in declino, e mai come oggi avranno gioco assai facile le sirene della protezione che diventa protezionismo, che diventa diseguaglianza, che diventa arbitrio della politica e del più forte, con l’odiosa apartheid tra insider ed outsider a cui assistiamo ogni giorno, sulla pelle di chi è precario. Il paese normale che vorrei è questo.

Pensatemi come un individualista solidale che detesta i privilegi di un paese che sembra vivere di quelli. E pensatemi anche come una persona che desidera disporre della propria esistenza, anche nel momento della fine della medesima, e quindi come una persona che vorrebbe vivere in un paese dove le direttive anticipate di trattamento riflettano l’individuo e la sua autodeterminazione, e non una concezione statolatrica e ipernormata fatta di grottescamente burocratici adempimenti, notarili e non, e dove la mia volontà, in precedenza espressa, è destinata ad essere carta straccia. Perché, per citare John Stuart Mill, “su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano”. E al contempo consideratemi una persona che, pur favorevole in senso generale ad una normazione minima, non è favorevole ad essa al punto da pensare che si dovrebbe evitare una legge, e continuare a fare quello che da sempre fanno medici pietosi, nelle camere degli ospedali o nelle case.

Questo è il “paese normale” che vorrei. Sono un inguaribile illuso, ma illudersi a volte è un modo piuttosto proficuo per impiegare il proprio tempo.

Scritto da:

M.Seminerio - che ha inserito 1 articoli in Libertiamo.it.

(1965, Milano), laureato alla Bocconi. Dopo un’esperienza presso il Centro Ricerche sull’Organizzazione Aziendale dell’Università Bocconi ha lavorato presso istituzioni creditizie italiane ed internazionali. E’ analista macroeconomico presso l’Ufficio Studi di una S.g.r. Ha collaborato con le riviste Ideazione ed Emporion e con l’Istituto Bruno Leoni. E’ stato editorialista di Libero Mercato.

lunedì 9 marzo 2009

VIVERE BENE A CINQUANT'ANNI



Inès de la Fressange, donna colta, bella e raffinata, ma soprattutto intelligente, saggia, piacevole e spiritosa.



«Il mio segreto? Mai voltarsi indietro. Pensare che tutto fosse meglio nel passato è deleterio. Ma anche non interessarsi ai giovani e alle novità è sbagliato. Guardo i negozi con occhi diversi, scoprendo la moda più adatta alla mia età, senza scivolare nel ridicolo. Quindi faccio una scelta fra i capi che si possono mettere e poi li mischio con accessori che li valorizzino. L'entusiasmo e il desiderio fanno parte della giovinezza».


Come ci si deve vestire a cinquant’anni?

«Un bel paio di scarpe e una bella borsa sono il primo passo per trasformare la silhouette. Il tubino nero,con il collo alto, sta bene a tutte. Meno si scopre meglio è. Troppi bijoux, pellicce vistose e altri segni di ricchezza esasperata invecchiano. Bisogna continuare a comprare capi giovani, come T-shirt, blouson, jeans da Mango, Zara e H&M. Non c’è niente di peggio che rinchiudersi nella propria catagoria. Importante, poi, essere sempre in ordine: capelli puliti, unghie impeccabili, un buon profumo. Mai esagerare con il fondotinta che incartapecorisce il viso. E soprattutto avere denti bianchi. Tolgono vent’anni. Meglio investire in un trattamento sbiancante che fare iniezioni di Botox. Un bel sorriso non ha età».

Perché dice di avere sempre sempre voglia di un maglione blu?

«Tutti sono più belli con un golf blu: donne, uomini, bambini. La mia amica Amina Rubinacci me li fa su misura. Ma io sono sempre alla ricerca di quello perfetto».

Lei è sempre stata sottile o da giovane ha fatto la fame per mantenersi in linea?

«Mangio poco di tutto. Sarei un’ipocrita se dicessi che seguo una dieta. Ho la fortuna di non ingrassare. Comunque, invecchiando, un po’ di rotondità serve a riempire le rughe».

Fa sport?

«No, ma dovrei, non basta essere magre a cinquant’anni, bisogna essere toniche».

Come si mantiene giovane?

«Accettando di invecchiare e dormendo molto. Ogni tanto mi ritaglio una giornata in cui non fare nulla. Libera la testa. Star bene con se stesse e ridere sono gli sport quotidiani che cerco di praticare con assiduità».

E’ vero che ha un nuovo compagno? (il marito di cui era innamoratissima - l’avvocato napoletano Luigi D’Urso, il padre delle sue figlie Nine e Violette (15 e 10 anni) - è morto improvvisamente tre anni fa, nda)

«Sì, da poco, tanto che non ne ho ancora parlato con nessuno. È Denis Olivennes, 48 anni, divorziato, tre figli (direttore generale e editoriale del “Nouvel Observateur”, n.d.r.). Ci conoscevamo di vista. Poi quest’inverno ci siamo frequentati con i nostri ragazzi in montagna. Lui ha cominciato a corteggiarmi con discrezione: messaggini, fiori... Voilà è nata la storia».

Per una donna della sua età con figli, un uomo accanto è fondamantale?

«Per i ragazzi è fondamentale essere circondati d’amore e di gioia, quindi avere una mamma felice è una bella cosa».

Che cosa manca agli uomini cinquanta-sessantenni di oggi?

«Niente. Certe donne sono troppo esigenti, aspettano puerilmente il principe azzurro, affascinante e con mille qualità. Tutte possiamo trovare l'anima gemella, basta volerlo».

A cinquant’anni si può star bene anche da single?

«Sì, ma non senza amiche. E non senza allegria, generosità e una buona dose di senso dell’umorismo».


L'articolo completo di Antonella Amapane sulla Stampa: