sabato 26 settembre 2009

Giornalisti liberi, non liberi o incapaci?


Su Santoro e annozero è ricominciata la solita diatriba, con due fazioni opposte, accanite e irriducibili nel sostenere la propria tesi, l'una in difesa del presunto ultimo baluardo di informazione libera dal 'regime', l'altra che l'attacca come intollerabile falsa e faziosa propaganda contro il governo, Silvio Berlusconi in particolare, sulla tv di stato.

Trovo molto sensato il giudizio espresso in proposito da Aldo Grasso sul Corriere della Sera, che, pur essendo
molto critico nei confronti di Annozero e Santoro, ritiene ancor più sbagliato volerli censurare.

Sulla questione più generale della libertà di stampa e dello stato dell'informazione in Italia, trovo condivibilissimo quanto sostiene
Filippo Facci nell'intervista rilasciata a Farefututo, il cui senso è ben riassunto nell'incipit dell'articolo:
"L’allarme sulla mancanza di libertà di stampa in Italia è «semplicemente ridicolo». Ma questo non significa che vada tutto bene. Perché la «militarizzazione» del bipolarismo rischia di schiacciare l’indipendenza di pensiero, mentre in televisione si vive l’informazione sempre più «come una grossa seccatura». E il centrodestra, più che chiudere programmi dovrebbe farne di nuovi. Anche perché se la libertà di stampa c’è, non è detto che tutti la sappiano (o la vogliano) usare."
La 'militarizzazione' dell'informazione, nonché il suo uso sconsiderato e fuori da ogni regola, rappresenta dunque il vero problema dell'informazione nel nostro paese. Un problema divenuto purtroppo presente nell'informazione di entrambi gli schieramenti.

venerdì 25 settembre 2009

L'ultimo condono


Lo stato sconfortante del nostro sistema fiscale è evidente.

In considerazione della vitale necessità di nuove entrate per le nostre asfittiche casse (per la crisi economica mondiale e per lo storico debito pubblico sempre incombente) e dell'inopportunità di un'ulteriore nuova tassazione, il governo ha scelto, con buone ragioni, imitato da altri paesi, di ricorrere ad un nuovo condono.

Naturalmente un condono è qualcosa che suscita legittime perplessità, che vanno tuttavia considerate alla luce di una valutazione complessiva e di un sano ragionamento pragmatico.

Ed a quel sano ragionamento pragmatico trovo giusto rimettere anche la mia valutazione personale.

giovedì 24 settembre 2009

'Il Fatto' non possiede il crisma dell'obiettività


E' finalmente uscito il primo numero del nuovo quotidiano 'Il Fatto'. Un evento atteso e senz'altro di grande interesse. E non solo giornalistico o politico o semplicemente editoriale.

A parte le grandi firme che annovera (Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Luca Telese, Furio Colombo, ecc.), l'elemento più caratterizzante di questo nuovo quotidiano è il voler contare esclusivamente sul contributo dei propri lettori, senza un ingombrante grande editore esterno, nè nessun contributo pubblico. Cosa sicuramente molto interessante e lodevole.

Tuttavia non sufficiente a dare a 'Il Fatto' il diritto di impugnare il vessillo di sola vera e obiettiva stampa in Italia, come qualcuno potrebbe ritenere giusto sulla base della semplice equazione: informazione-libera (cioè senza nessun condizionamento) = obiettività (pura e semplice rappresentazione della realtà; da cui il nome del giornale: 'Il fatto').

Evidentemente tale equazione non regge, perché, anche ammesso e non concesso che si raccontino solo ‘fatti’ (e dubito fortemente che anche 'Il Fatto' possa mantenere sempre e comunque questa prerogativa), è comunque inevitabile che si raccontino alcuni fatti e non altri, inevitabilmente scegliendoli con il proprio metro di giudizio e sulla base del proprio giudizio particolare, che potremmo, semplificando, chiamare ‘faziosità’, che spesso corrisponde al proprio schieramento politico. Esattamente come fanno Il Giornale o Libero o qualsiasi altro quotidiano.

Il fatto di non contare su di un finanziamento pubblico, ma solo su quello dei propri lettori, dunque, pur cosa interessantissima e lodevolissima, non significa che anche ‘Il Fatto’ non abbia comunque una precisa ‘linea editoriale’, con dei veri e propri ‘editori di riferimento’, uno dei quali può probabilmente essere identificato in Marco Travaglio (come sembra voler dimostrare un divertente articolo di Filippo Facci).

Dunque, finanziamento pubblico a parte, 'Il Fatto' non ha diritto a prerogative aprioristiche di Verità rispetto a tutti gli altri giornali (Libero e Il Giornale compresi).

Del resto, già ad un primo sguardo, c'è veramente così tanta differenza (almeno di stile, se non di contenuto) tra l'articolo sparato in prima pagina da 'Il Fatto' (nella foto) di denuncia-rivelazione dell'indagine a carico di Gianni Letta (indagine, non condanna), con quello sparato sul Giornale di denuncia-rivelazione degli atti di tribunale (riguardanti una condanna) a carico di Boffo?

Probabilmente molto meno di quello che si vorrebbe far credere: in Italia essere ‘indagati’ significa ricevere una condanna d’infamia definitiva. 'Il fatto' dimostra di saperlo benissimo e non mi pare che in questo si distingua dall'attuale livello - bassissimo - del resto del giornalismo in Italia.

mercoledì 23 settembre 2009

Tre frustate

Qualcuno ha parlato di tre frustate.

C'è nessuno che abbia una frusta?

martedì 22 settembre 2009

Mi auguro che Travaglio ci sia


Non mi piacciono le prolusioni di un Silvio Berlusconi da Vespa senza contraddittorio. Ma si tratta del presidente del consiglio che parla di ciò che fa il governo, eletto dal popolo in libere elezioni, popolo che domani potrebbe non votarlo e togliergli quel ‘diritto’.

Non mi piacciono le prolusioni di un Marco Travaglio in una trasmissione come quella di Santoro senza contraddittorio. Perché è un giornalista qualsiasi (rispettabile, ma come tanti altri), che ha un ruolo di eccessivo potere e considerazione senza alcun diritto particolare (perché proprio lui e solo lui?) e senza che nessuno glielo possa togliere senza il ricatto di essere accusato di attentare al diritto di espressione (di tutti, in realtà solo riferito a lui, però).

Mi auguro tuttavia che Travaglio ci sia. Se non altro perché non potrei sopportare un’ulteriore intollerabile prevedibile (è già cominciata) campagna “contro la violenta censura politica della presunta dittatura del regime berlusconiano”.

Per favore, no.

Un gesto semplice e una cattiva lezione


Dal Corriere della Sera:

« I bambini sono troppo piccoli e non capiscono». «La circolare è arrivata in ritardo». «Senza un’adeguata riflessione sarebbe solo retorica». «Le missioni di pace si fanno con i medici, non con i soldati…».

C’è sempre un motivo, tutt’altro che buono, per evitare un gesto semplice ma importante. Quasi tutte le scuole d’Italia ieri mattina si sono fermate per un minuto di silenzio, in memoria dei sei soldati caduti a Kabul. Ma altri presidi si sono rifiutati di accogliere la disposizione del ministro.

Quando la settimana scorsa Mariastella Gelmini ha denunciato, in un’intervista al Corriere , la persistenza di aree di militanza politica nella scuola, si sono levate contro di lei molte critiche. Ora appare chiaro che il ministro non aveva torto; e bene ha fatto a chiedere scusa alle famiglie dei caduti, anche a nome di coloro che hanno negato quel minimo segno di dolore e rispetto.

Resta l’amarezza per una scuola che (sia pure con molte eccezioni) riesce a trasformare anche un’occasione di unità nazionale in un punto di divisione; e soprattutto si ostina a leggere qualsiasi vicenda attraverso le lenti della politica, peggio ancora dell’ideologia.

Tra le varie giustificazioni, colpisce quella della direttrice di una scuola romana: ogni caduto sul lavoro, non soltanto i militari, dovrebbe essere commemorato.

L’obiezione è sottile, perché incrocia un’attitudine dell’opinione pubblica: mai come questa volta l’Italia ha reagito al lutto come un Paese normale, piuttosto che come un Paese emotivo. Ma proprio questa «normalità» implica che il rimpianto e la gratitudine per i soldati, uccisi in una missione di pace che conducevano in nome e per conto di tutti noi, unisca anziché dividere. Mentre quasi l’intero Paese si fermava, mentre in qualche aula si faceva come se nulla fosse accaduto, nella basilica di San Paolo fuori le Mura i familiari si congedavano dai loro cari senza strepiti, senza invettive contro lo Stato e i suoi rappresentanti, ma con un dolore silenzioso. Quel dolore è stato — anche per i bambini e i ragazzi rimasti, senza loro colpa, seduti nei banchi — la migliore delle lezioni; e anche i piccoli l’hanno capita benissimo.


Aldo Cazzullo

lunedì 21 settembre 2009

La dittatura delle libertà


«Un professionista professa la propria attitudine lì dove il mercato te lo consente, senza i limiti degli stupidi snobismi. Berlusconi si occupa a 360 gradi di tutto lo scibile, impossibile non incrociare il suo mondo. Questo non significa che non si possa mantenere la propria indipendenza autoriale. Il problema di Placido si porrebbe se Berlusconi gli censurasse il film. Altrimenti evviva tutti e due. Peraltro conosco segretari di partito duri e puri che pubblicano con Mondadori, altri che fanno programmi con Endemol. Io sono felice di essere un incongruente dichiarato». «Dalla Rai mi cacciarono e dopo cinque anni a La7 sono stato invitato ad andare. A Mediaset mi hanno voluto con il mio piglio da privatista, senza le logiche paludate della tv di Stato. Ma allo scadere del contratto, alla fine del 2010, potrei anche tornare in Rai dove ho lavorato per 15 anni e dove resistono grandi professionalità nonostante la deriva progettuale che frena l’Azienda».


Piero Chiambretti - che debutterà stasera su Italia 1 con la sua nuova trasmissione "Chiambretti nights" - dixit

Farabutti e libertà di stampa

Questa è Repubblica:
"Siamo tutti farabutti perché vogliamo una stampa (e una tv) libera!!!!". Dieci domande, più una undicesima a sorpresa. E tutti con Repubblica sotto il braccio. Gli organizzatori del Festival del giornalismo di Perugia porteranno nei prossimi giorni in piazza del Popolo a Roma uno striscione con le dieci domande del nostro giornale. La manifestazione era prevista per il 19 settembre ma la tragedia dei militari italiani in Afghanistan ha indotto gli organizzatori a rinviare al 3 ottobre l'appuntamento
Una presa di posizione importante da "dentro" la categoria: il Festival di Perugia ospita ogni anno le migliori firme del mondo, è molto presente sui social network e sperimenta ogni giorno i nuovi linguaggi della comunicazione.
E noi invitiamo i lettori a inviare una loro foto con la scritta "Siamo tutti farabutti" oppure uno scatto mentre mostrano una copia di Repubblica.
Questo è Giampaolo Pansa:
L’unica conseguenza positiva del massacro di Kabul è stato il rinvio della grande adunata in difesa della libertà di stampa. Mi rendo conto di affiancare due fatti tragicamente diversi. Da una parte, la morte di sei nostri soldati che in Afghanistan rischiavano la vita anche per la nostra libertà. Dall’altra una manifestazione politica, fondata su presupposti sbagliati. Il vertice della Fnsi, il sindacato dei giornalisti, ha garantito che l’incontro di Roma si terrà fra quindici giorni. Ecco un lasso di tempo utile a riflettere su alcune questioni. (...) D’Alema ha anticipato tutte le mosse del Cavaliere. A cominciare dalla richieste spropositate di danni. Presentate da Max all’Espresso e al Corriere della sera, così come adesso ha fatto il premier verso Repubblica e l’Unità. Contro D’Alema la sinistra ha protestato? Ha portato in piazza i militanti? No, mai. Perché contro il Caimano sì e contro Baffino d’Acciaio no? Ai posteri la non ardua sentenza. La seconda questione riguarda il vero regista della manifestazione. Il promotore ufficiale è il sindacato unico dei giornalisti. Ma anche i bambini sanno che tutto avverrà perché lo ha deciso Repubblica. Se il quotidiano diretto da Ezio Mauro fosse stato contrario all’iniziativa, la Fnsi e i superstiti partiti di centro-sinistra non si sarebbero mossi. (...) È in largo Fochetti che si decide l’agenda politica della sinistra italiana. E adesso anche l’agenda della Fnsi. Senza il sostegno costante di Repubblica, il capo del sindacato, Franco Siddi, sarebbe un giornalista quasi sconosciuto, escluso dalla tivù e dalle interviste. (...) Il terzo fatto su quale riflettere è la strategia messa in atto dalle sinistre per combattere Berlusconi. Proprio perché sempre più deboli e sottomessi al super-comando di Repubblica, molti leader del centro-sinistra alzano di continuo il livello delle accuse al Cavaliere. Con il risultato di accentuare un delirio antifascista contro un avversario che, pur sbagliando molte mosse, non può essere ritenuto un nuovo Mussolini. (...) Su Antonio Di Pietro non è necessario aggiungere più nulla. Due giorni fa ha sostenuto che il premier è il nuovo Saddam Hussein. E a questo punto non gli resta che uccidere il Caimano. O chiedere a Obama di inviare in Italia un robusto contingente militare. Con l’obiettivo di catturarlo e impiccarlo.
Chi sono i farabutti? Chi fa libera stampa? E, soprattutto, chi fa migliore informazione?

domenica 20 settembre 2009

I giornali di destra sono fatti meglio


Sostiene in maniera sorprendente Mario Adinolfi (si, proprio il direttore di Red tv e passato candidato alla segreteria nazionale del PD) sul suo blog: "Da qualche settimana istintivamente chiedo all'edicolante il Giornale, Libero, il Tempo, il Secolo d'Italia e il Foglio rimanendo complessivamente più interessato rispetto alla doverosa e militante lettura di Repubblica, Unità, Riformista, Europa e Manifesto".

Sul serio? Com'è possibile?

"Per farla breve - sostiene sempre Adinolfi - leggo prima Libero di Repubblica, penso di trovarci notizie più interessanti (tipo l'inchiesta sulla maxievasione fiscale degli Agnelli o gli approfondimenti sui rapporti tra D'Alema e Tarantini). Sul Giornale c'è più "pensiero laterale" che sull'Unità, il primo va letto perché è sempre centrale nel dibattito, la seconda si può pure trascurare, raramente ci trovi una notizia. Persino leggere Chi qualche volta è più utile rispetto a leggere l'Espresso".

Non solo: "Comincio a preferire Vittorio Feltri a Ezio Mauro e Roberto Arditti a Concita signora-mia De Gregorio. Neanche paragono Giuliano Ferrara a Antonio Polito, ovviamente. Flavia Perina dimostra più sprint del mio amico Stefano Menichini (direttore permalosissimo, ti prego Ste', non togiermi la rubrica...) e voglio enormemente bene al condirettore di Europa, Federico Orlando, ma se scrive che stiamo messi "come in Cina" chiamando a raccolta per una manifestazione di piazza contro il governo, mi viene da ridere e da ricordargli che non immagino il presidente Fnsi Franco Siddi da solo davanti ai carri armati diretti su piazza Tien An Men. Dai, siamo seri".

Forse esagera - io trovo che il Riformista sia un ottimo ed interessante giornale, così come trovo un ottimo giornalista il suo direttore Antonio Polito, per non parlare di Giampaolo Pansa e Peppino Caldarola - però c'è del vero in ciò che dice (e che, con molta onestà intellettuale, deve ammettere):

è decisamente finita l'egemonia culturale - e commerciale - del giornalismo di sinistra.

sabato 19 settembre 2009

Di Pietro e i suoi paragoni

"Presto ci sarà l'implosione di Berlusconi, che cadrà con il dito alzato, facendo finta di niente fino all'ultimo minuto, esattamente come Saddam Hussein". "Siamo in un momento di transizione molto pericoloso perché Berlusconi è al tramonto e sta tramontando come è accaduto a Nerone, Catilina, Hitler e Mussolini".
Queste le parole di Antonio Di Pietro in occasione della festa del suo partito a Vasto.

A proposito del paragone con Saddam Hussein, "giova ricordare all’amico manettaro - dice giustamente Freedomland - che quando Saddam cadeva, noi stavamo con chi lo tirava giù, lui stava con chi lo difendeva. E giova ancora ricordargli che l’opposizione, nell’Iraq di Saddam, non si poteva permettere il lusso di dire queste idiozie".

A proposito dell'accostamento tra Silvio Berlusconi e despoti vari elencati (Nerone, Catilina, Hitler e Mussolini, oltre a Saddam), direi che Antonio Di Pietro - sia pure solo in termini d'immagine caricaturale parossistica - ci assomigli di più (almeno a giudicare dalla foto).

lunedì 14 settembre 2009

E se Fini puntasse semplicemente ad una alleanza PDL-UDC?


Sull 'interpretazione e l'obiettivo politico di fondo delle clamorose esternazioni pubbliche di Gianfranco Fini negli ultimi tempi - in contrasto con molte delle posizioni del PDL, soprattutto quelle 'subite' dalla Lega, e con taluni atteggiamenti del suo leader attuale e indiscusso, Silvio Berlusconi - si è detto di tutto: 1) non accetta più un eterno ruolo subalterno a Berlusconi; 2) si è pentito di essere entrato nel PDL e vorrebbe costituire un gruppo suo alternativo; 3) vuole fare il "grande centro" con l'UDC di Casini e i profughi cattolici del PD come Rutelli; 4) vuole assumere un ruolo forte per contrastare il potere della Lega; 5) ambisce al ruolo di prossimo presidente della Repubblica e dunque strizza l'occhio al PD.

Probabilmente c'è qualcosa di vero in tutte queste affermazioni (probabilmente tranne l'ultima, che lui stesso ha smentito in maniera categorica): certamente Fini, pur riconoscendo il ruolo e i meriti di Berlusconi, ambisce a un vero e plurale partito di destra europea, rispetto al quale l'attuale Pdl è ancora ben lontano dall'assomigliare, anche per l'ingombrante e irriducibile modo di far politica del suo leader; pur non credendo (e essendo incompatibile) ad un 'grande centro' (tipo nuova DC), ritiene tuttavia naturale un riavvicinamento a quella parte del naturale centro-destra italiano rappresentato dall'UDC di Casini e probabili fuoriusciti da un PD probabilmente tendente a posizioni più laiciste e di sinistra, anche in chiave di rinforzo rispetto alla Lega e alle sue mire segregazioniste.

Tirando le somme, quale spiegazione si può trarre più semplice e elementare di questa: Fini punta semplicemente a un Pdl (e un governo futuro) basato su di un'alleanza strategica di PDL-UDC. E naturalmente guidato da lui.

Se Bossi tira la corda sappia che in Parlamento ci si mette dieci minuti a trovare una maggioranza che faccia a meno dei diktat della Lega”, ha detto ieri spavaldo il leader dell’Udc. E non ha tutti i torti: sulla base di un'analisi dei numeri delle ultime elezioni politiche (fatta da Domenico de Sena su Giornalettismo), se il Pdl rimpiazzasse gli alleati della Lega Nord con i centristi dell’Udc ne risulterebbe comunque vincente. Al Parlamento, infatti, con l’Udc continuerebbe a disporre del premio di maggioranza nazionale, forte di un consenso almeno 7/8 punti superiore a quello di Partito Democratico e Italia dei valori; al senato siederebbero, invece, sia per il Pdl che per l’Udc, circa dieci senatori in più di quelli ottenuti nel 2008 e, anche qui, la maggioranza non sarebbe affatto indebolita numericamente. Insomma, nonostante un consenso su scala nazionale inferiore a quello che otterrebbero Pdl e Lega (circa 42% dei consensi contro il 45 ottenuto da Pdl e Lega sia alle Politiche che alle Europee con travaso di due punti da Pdl a Lega nel 2009), la vittoria elettorale sarebbe ancora possibile.

Senza contare che l'avanzata del consenso della Lega (registrata dai recenti sondaggi) pare avvenire a spese dei voti di elettori del Pdl, probabilmente anche perché in grado di capitalizzare meglio dei suoi alleati la sua azione e la sua immagine nell'attuale governo. Infine, anche in rapporto di quanto si prospetta per le prossime elezioni regionali, con riferimento ai candidati da proporre per la presidenza di ogni singola regione del nord, il peso della Lega appare inevitabilmente opposto ed inversamente proporzionale a quello del Pdl.

Senza dover necessariamente voltare le spalle alla Lega (alleati fedeli e in grado di portare un contributo reale e importante), ma volendone comunque un ridimensionamento del peso e del ruolo, naturale che ci sia qualcuno, come Fini, che guardi a prospettive diverse rispetto a quelle seguite finora. Quale soluzione migliore e più naturale di un riavvicinamento all'UDC? Oltre, naturalmente, a una reale crescita dialettica, politica e culturale del Pdl (leggi: che Berlusconi, volente o nolente, si faccia da parte). Ritengo che Fini, inoltre, senta di poter contare su un vasto supporto sia esterno - americano e europeo - che interno - di uomini importanti di settori chiave - al paese, oltre che, naturalmente, dell'attuale asfittica opposizione politica.

Bossi, naturalmente, ha capito benissimo l'antifona. Per questo ha cominciato ad agitarsi... così come gli amici del Presidente...

domenica 13 settembre 2009

La chimera (bluff?) dell'energia rinnovabile


Le energie rinnovabili sono una «grande opportunità di ricerca e di business», ma i target che si sono posti l'Unione europea e l'amministrazione Obama sono irraggiungibili.
«I tecnici più avveduti lo sanno. I politici tengono l'informazione nel cassetto. Tutti sanno che le rinnovabili, da sole, non possono fornire l'energia di domani - spiega Angelo Spena, direttore dei laboratori di fisica tecnica ambientale dell'Università Tor Vergata di Roma e coordinatore del dottorato in ingegneria delle fonti di energia - Per non dissipare e disilludere il grande potenziale dato dall'entusiasmo dei più giovani occorre una riflessione attenta sul peso specifico che possono rappresentare oggi le fonti rinnovabili prima di fare partire una filiera industriale che si regge solo sugli incentivi. (...) I media comunicano continui aumenti delle potenze installate. Ma non c'è informazione sull'energia prodotta da quei kilowatt. Se l'impianto non lavora, i kilowattora sono zero. (...) Tenga conto che in un anno ci sono 8.760 ore. Una centrale termoelettrica a carbone funziona 7.000 ore, quindi l'80% del tempo disponibile. Il solare termico resta sotto le mille ore. Lo stesso per il fotovoltaico. Eppure quando si fanno studi di fattibilità, in genere vengono assicurate da 1.100 a 1.400 ore di attività. Nella realtà, il ritorno dell'investimento è più lungo. E' come avere una bellissima Ferrari ma tenerla in box. (...) Ci sono tre ordini di problemi. Il primo è legato a malfunzionamenti e problemi di sistema, poi la geografia del Paese: in molte zone il vento è raro. Infine, si scontano gli errori nelle analisi preventive, troppo semplicistiche e ottimistiche. Si trascurano troppi aspetti prestazionali. Una fonte rinnovabile deve soddisfare insieme tutti i tre requisiti: costo, durata, efficienza. Se solo uno non c'è, salta tutto. (...) C'è anzitutto necessità di efficienza energetica e di comportamenti virtuosi di tutti noi. Poi bisogna discernere il grano dal loglio. Io faccio una critica alla incentivazione indiscriminata»

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sabato 12 settembre 2009

Confusio


Gianfranco Fini è entrato nel vivo dell'agone politico.

Cosa abbia veramente in testa di fare, credo lo sappia solo lui. Ma, a giudicare quello che si vede, trovo divertente e calzante il quadretto che ne ha fatto Fabrizio Dell’Orefice sul Tempo:

“Al momento di decidere che fare gli è stato chiesto se voleva fare il terzino, suo ruolo preferito. Ha detto no. Il centrale di difesa. Ancora no. Il centrocampista. No. L’esterno di fascia. Nemmeno. L’attaccante. No, ha risposto ancora. E sorprendendo tutti, ha aggiunto: voglio fare l’arbitro. Poi, durante l’incontro, quando si era ancora a metà del primo tempo, ha cominciato a prendere palla, scartare gli ex compagni di squadra e tirare in porta. Nella sua porta, con gioia degli avversari. Gianfranco Fini si trova in questa singolare situazione. Più che in conflitto di interessi è in confusione di ruoli”.

Vale la pena leggere anche il resto:
http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/09/12/1068950-gianfranco_fini.shtml

venerdì 11 settembre 2009

Fini esce allo scoperto. Sarà coperto?



Roma, 11 set. (Apcom) – “Sarebbe meglio che la smettesse di alzare i toni. Questo scontro va a finire che farà male a tutti e due, ma credo che ad uscirne peggio sarà lui”. Il messaggio, molto chiaro, viene fatto trapelare da un uomo molto vicino e Berlusconi. Il destinatario è un altrettanto chiaro Fini: “Non mollerà la presa”, assicurano i suoi. Ma da palazzo Grazioli spiegano che il silenzio di oggi del premier non è sintomo di debolezza ma solo un nuovo tentativo di “fare buon viso a cattivo gioco” in attesa di un confronto diretto (domani ci sarà un primo contatto tra i due) che ormai manca da molto tempo.

Se non fosse per i precedenti – “non si fonda un partito da un predellino” seguito dall’entrata di AN nel PDL – si direbbe una cosa seria: certamente stavolta Fini ha deciso di uscire in campo aperto per giocare la sua partita, dunque dovrà mostrare le sue carte (se ce l’ha).

Altrimenti non capisco proprio a che gioco stia giocando.

11/9: un complotto è sempre più affascinante di una semplice verità


Trovo ogni volta incredibile e impressionante la constatazione di come alcune bufale, sapientemente insinuate e ripetute all’infinito, sappiano entrare nella testa di tanti come Verità assodate, tanto più ‘credibili’ quanto più contorte, astruse e contrastanti con le versioni ufficiali, semplici e razionali. Le ipotesi complottistiche dell’11 settembre sono tra queste.

La cosa paradossale è che chi ci crede, ritiene il suo atteggiamento particolarmente intelligente proprio in ragione della logica assurda e contorta di queste bufale: si sentono dei ‘dritti’ che non la bevono. Quando, in realtà, sono loro vittime della suggestione di insinuazioni infondate, che nulla vale dimostrare come tali anche per centinaia e centinaia di volte (opera meritoria svolta ad esempio da blog come attivissimo o undicisettembre): l’insinuazione resta nel profondo, aldilà della logica e della razionalità, riemergendo a distanza di tempo. Tale convinzione inconscia si radicalizza al punto tale che neanche se chi ne è vittima incontrasse Bin Laden in persona a confermargli la paternità dell’attentato lo riterrebbe vero e sincero.

Impressionante. E terribile. O semplicemente umano.

giovedì 10 settembre 2009

Il ritorno del teorema mafioso


La storia pare talora proporsi a cicli, con dei nuovi che si sostituiscono ai vecchi, con dei vecchi che a volte ritornano, tornando ad essere così nuovi. Questo sembra essere il caso del 'teorema mafioso' a proposito di Silvio Berlusconi, prossimamente su tutti gli schermi e nelle migliori sale. A proposito di quel che se ne sa e che ne sembra, propongo un collage ricavato da due post di Davide Giacalone.

La madre dei teoremi è sempre incinta, ma ce n’è una che partorisce sempre lo stesso pargolo, quale che sia il padre, quale che sia l’epoca. Mi riferisco all’antimafia militante, sempre pronta ad inseguire l’ultimo pentito, anticipandone le dichiarazioni. Non si sa se perché informata di quel che ancora si sta verbalizzando o desiderosa di suggerirne il contenuto. Così, secondo la vulgata giornalistica, la mafia, non potendo più prendere ordini da Giulio Andreotti, avrebbe cominciato a prenderne dal nordico Silvio Berlusconi, per il tramite di Marcello Dell’Utri, anche nella funzione d’interprete. (...) Per la strage di via D’Amelio, dove fu ucciso Paolo Borsellino, la procura sostenne una tesi, avallata dai verdetti. Abbiamo una verità processuale, solo che è falsa, hanno sbagliato tutto. Un pentito, Gaspare Spatuzza, ha raccontato come sono andate le cose, non solo smentendo il pentito precedente, Vincenzo Scarantino, che era stato preso come un oracolo, ma dimostrando che c’è voluta tanta buona volontà per credergli (Scarantino sostenne di partecipare ai vertici della cupola, ma appare poco credibile essendo all'epoca tossicodipendente e, per giunta, amante di un transessuale; ndnick). Gli eroici procuratori, nel migliore dei casi, in compagnia dei tribunali, s’erano fatti menare per il naso. La cosa singolare è che una volta scoperta la nuova verità, si pretende di appiccicarle addosso i medesimi teoremi che, grazie alla vecchia, s’erano fatti circolare. E non basta. Si continua ad indagare sulla presunta “trattativa” fra la mafia e lo Stato (che avrebbe preparato il brodo di coltura per la nascita di Forza Italia; ndnick), chiamando in causa Berlusconi che, all’epoca dei fatti, non aveva titolo a trattare per conto di nessuno Stato. Intanto si cerca di dimenticare che l’uomo dei contatti strani c’è già, è Luciano Violante. (...) Come è possibile che l’allora presidente della commissione bicamerale antimafia, Luciano Violante, sia corso in procura, a Palermo, essendosi ricordato, quindici anni dopo, e solo quando si annunciava l’uscita di certe carte, che, a dir suo, Vito Ciancimino, per il tramite del carabiniere Mori, gli aveva chiesto un incontro? Sono quindici anni che si discute sulla possibilità o meno che sia esistita una trattativa, o, almeno, un colloquio, fra mafia e Stato, ed il mafiologo numero uno si prende una così clamorosa botta d’amnesia? Ora, posto che dai verbali di quella commissione sembrerebbe vero il contrario, ovvero che Violante chiese a Mori di contattare Ciancimino, il quale gli mandò in regalo l’anteprima del suo libro, questo antefatto, fino al luglio scorso sconosciuto a tutti, non getta una luce diversa sulle dichiarazioni di quel mafioso, Giovanni Brusca, che prese l’aereo assieme a Violante e disse di avergli ricordato gli impegni presi? (...) Ed a cosa portarono le stragi di mafia? Per prima cosa fu eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, poi finì di venire giù il mondo della prima Repubblica. E quando scoppiarono le altre bombe mafiose, cosa successe? Non ricordo che si consolidò il potere attorno alle forze moderate, e, se si vuole, per fantastica comodità, reazionarie, anzi, mi pare che si spianò la strada alla sinistra al governo.

Con il che non sostengo affatto che i mandanti delle stragi vanno cercati a sinistra. Mi vergognerei, nel suggerire una simile suggestione. Ma sono anni che campiamo con la suggestione opposta, non solo altrettanto vergognosa, ma anche priva di punti d’appoggio nella realtà dei fatti. Almeno quelli che conosciamo.


Prepariamoci, ordunque, alla prossima campagna.

PS:
L'immagine è stata realizzata da un burlone che l'ha introdotta nel sito di Forza Italia Massa, nella sezione messaggi. Il fotomontaggio è stato realizzato manipolando la nota immagine che riprende l'arresto del mafioso Giovanni Brusca.

venerdì 4 settembre 2009

La D'Addario: una star al lido


Anche la Mostra del Cinema di Venezia finisce a puttane.

(foto -e spunto- tratti da dagospia)

giovedì 3 settembre 2009

Stato laico, Chiesa e Cristianità



Trovo molto interessante la lettera di Francesco Cossiga, indirizzata a Silvio Berlusconi e al suo governo, pubblicata su Dagospia, che ha come argomento "il problema del mantenimento della pace religiosa, dell'incremento di una cultura civile rispettosa e tollerante, e una azione prudente e saggia per il ristabilimento di quei buoni rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede, e tramite quest'ultima con la Chiesa italiana che costituiscono elemento essenziale della pace civile e religiosa".

Eccone alcuni punti salienti.

"Credo che si tratti di problemi cui il Governo debba portare grande attenzione, in quanto governo democratico e liberale di uno Stato laico, ma non laicista, sorretto da un partito, quello del Popolo della Libertà, che, superata con l'unificazione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale la sua ispirazione cattolicheggiante, si può considerare un partito del tutto laico, ed anche con importanti componenti, quale quella "finiana" e quella "massonica", decisamente "laiciste".
E questa trasformazione è avvenuta anche a motivo del sostanziale mutamento intervenuto sul piano delle problematiche etiche del Partito Popolare Europeo e delle sua maggiori componenti, quali la Cristliche Demokratische Union, ormai in mano agli evangelici, al Partido Popular spagnolo, rigidamente laico, e ai cristiano-sociali fiamminghi e belgi, partiti maggioritari, ormai assestati su posizioni calviniste, vecchio-cattoliche o cattolico "antiromane", come dimostrato dalla mozione approvata con il loro voto determinante anche perchè partiti maggioritari, dal Congresso dei Deputati belga in seguito alla quale il Governo del Re dei Belgi ha presentato una nota ufficiale di protesta in Vaticano contenente una espressa condanna delle posizioni espresse dal Santo Padre in materia di lotta all'AIDS e di procreazione responsabile.
La laicizzazione - non nel senso di laicità positiva, ma di laicismo - non dei soli cristiani come Angela Merkel, ma dei cattolici impegnati in politica, trova la sua dimostrazione che non solo il cristiano battista o metodista - non è ben chiaro! - presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ma i tre politici cattolici di maggior rilievo nella vita politica americana (John Biden, Nancy Pelosi e John Kerry) sono schierati su posizioni anti-papali in materie eticamente sensibili quali l'aborto (finanziato in America come contracettivo e lasciato alla libera scelta negli Stati Uniti), la coltivazione degli embrioni umani, l'inseminazione eterologa, l'"utero in affitto", l'eutanasia e così via.
E che questa deriva esista anche in Europa e perfino in Italia risulta chiaro dalla lettura della stampa così detta cattolica francese, irlandese, tedesca ed austriaca, molto più avanzata del settimanale della Casa Editrice San Paolo "Famiglia Cristiana" e dello stesso bollettino on-line del gruppo ecclesiale "Noi siamo Chiesa", ed a livello o quasi della corrispondenza tenuta su un importante quotidiano da un porporato o grande biblista progressista."

Cosa fare dunque?

"Il mio consiglio è che, dato anche che i rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati da accordi di diritto internazionale, voi (Berlusconi e il suo governo; ndnick) abbandoniate il modulo partito-maggioranza-Vescovi-Conferenza Episcopale Italiana, che poteva valere quando esisteva un partito di ispirazione cristiano democratico, e come in tutti gli stati laici che abbiano relazioni diplomatiche con la Santa Sede, sia che le relazioni siano o no regolate da trattati, concordati o comunque patti aventi valore sul piano del diritto internazionale (con il Concilio Vaticano II il "diritto pubblico ecclesiastico" come diritto "proprio" dei rapporti tra Stati e Chiesa è stato fatto cadere in desuetudine), i problemi, tutti i problemi vengano trattati a livello di Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede o di Nunziatura Apostolica presso la Repubblica o direttamente tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri o il Ministero degli Esteri e la Segreteria di Stato vaticana". (...) "Certo, vi è ormai da chiedersi del regime concordatario fondato sull'accordo Mussolini-Gasparri e rinnovato con l'accordo Craxi-Casaroli: guardando agli avvenimenti di queste ultime settimane si può forse non indebitamente pensare che il Concordato che regola i rapporti tra Stato e Chiesa, con i limiti che pone reciprocamente a entrambi, non sia più idoneo a garantire piena libertà anche d'espressione e di giudizio ai vescovi italiani su partiti e soprattutto esponenti delle istituzioni dello Stato repubblicano".

In conclusione, secondo Cossiga, "quello che, passata la "fase critica", il Governo credo debba fare è intavolare trattative riservate per sostituire il concordato mussolinian-craxiano con accordi più leggeri che disciplino settori specifici quale l' "8/000", l'esenzione dall'ICI, e così via."

In sintesi, perchè sia possibile realizzare uno stato laico veramente tale, soprattutto in Italia, occorre che si sappia distinguere con nettezza i rapporti con la Chiesa, da quelli con la Cristianità e le religioni in senso lato.

mercoledì 2 settembre 2009

L'immigrazione problema chiave della tenuta europea


Dopo la clamorosa presa di posizione di Silvio Berlusconi, il contrasto tra governo italiano e UE sembra essere rientrato, almeno nei toni e nella forma. «E' stato il frutto di un malinteso sorto su alcune dichiarazioni. Non vedo la necessità di portare avanti polemiche e speriamo che la questione si possa considerare chiusa», ha dichiarato il portavoce della Commissione e del presidente Barroso, Johannes Laitenberger.

Ma resta aperto il problema sostanziale: come saggiamente scrive oggi Pierluigi Battista, "l’Eu­ropa non può più rimandare la definizione di una linea uni­voca e seria sul tema dell’im­migrazione", la questione formale della liceità a rilasciare dichiarazioni da parte dei singoli commissari essendo solo un problema secondario e marginale. L'Europa "non può parlare con mille voci e discordi. Non può costringere alla solitudi­ne l’Italia, Malta, la Spagna, i fronti più esposti e vulnerabi­li. Non può privarsi di una po­sizione comune, collegialmen­te elaborata, ma poi coerente­mente difesa nei suoi princìpi essenziali. Non può non senti­re le frontiere come questio­ne propria piuttosto che dei singoli Stati. Non può prestar­si alle strumentalizzazioni ca­salinghe, ai veti reciproci, alla teatralizzazione politica di contrasti che non abbiano il crisma dell’ufficialità. Non può pensare che le tragedie consumate al largo di Lampe­dusa o a Ceuta e Melilla non riguardino Bruxelles, o Berli­no, o Parigi, e viceversa. L’Eu­ropa non può pensare che continui così all’infinito". Il nocciolo del problema, da affrontare finalmente in modo chiaro e realistico, è la sostenibilità di una immigrazione massiccia ed irregolare, soprattutto nei paesi geograficamente più esposti. "Ovviamente la linea italiana sui respingimenti - prosegue Battista - può essere discussa, contrastata, persino ribaltata. Ma in modo aperto e politicamente responsabile. Non con battute, nel caos sto­nato dei portavoce, e solo nel cuore di emergenze dramma­tiche, addirittura in modo se­lettivo. Con un convulso rin­corrersi di dichiarazioni che copre l’impotenza e l’incapaci­tà di onorare una condotta co­mune". E la questione non riguarda esclusivamente il seppur grande e pressante problema dell'immigrazione, ma la tenuta e la credibilità, già in crisi, dell'intero sistema europeo. "Il deficit democratico dell’Europa - continua Battista - può solo aggravar­si, in mancanza di una politi­ca coordinata sull’immigrazio­ne. Accentua l’impressione che gli egoismi di Stato preval­gano sull’interesse di tutti. Acuisce la percezione fru­strante che a Bruxelles e a Strasburgo ci si occupi di co­se astruse e non dei temi che allarmano l’opinione pubbli­ca. Indebolisce l’identità poli­tica dell’Europa, alimentando l’ostilità per una fragile costru­zione tenuta insieme dalla moneta e dalla burocrazia, ma non dal comune riconosci­mento di valori vincolanti per tutti. Non si trova una soluzio­ne con impuntature estempo­ranee, ma il tempo dell’indeci­sione europea non può essere infinito".

Se la forte presa di posizione, seppur indubbiamente sopra le righe, di Silvio Berlusconi riuscirà a mettere freno alle discussioni polemiche e più strettamente politiche (come quelle fatte da Schulz anche in questa circostanza) sulla questione (come effettivamente sul momento pare che sia), sarà forse possibile porre più attenzione ed impegno alla soluzione nel merito del problema. Dunque potrebbe essere stata, oltre che non fuori luogo, addirittura opportuna.

martedì 1 settembre 2009

Alla salute di Zaia


  • «Bisogna smetterla di considerare ubriaco al volante chi beve un paio di bicchieri.
  • "No all’atteggiamento proibizionistico di chi chiede tolleranza zero sulle strade, abbassando ancora i limiti del tasso alcolemico per chi guida».
  • «Il limite attuale di 0,5 grammi di alcol per litro di sangue è ragionevole. Abbassarlo ancora non serve. Entro tali livelli si è sobri e perfettamente in grado di guidare: corrisponde a due bicchieri di un vino che abbia non più di 11 gradi, diciamo uno spumante o un rosso non troppo strutturato».
  • «Solo il 2,09% degli incidenti è causato da guidatori in reale stato d’ebbrezza, persone che all’etilometro risultano ben al di sopra dello 0,5. Non vedo perché dovrei rinunciare a bere con intelligenza e moderazione solo perché ci sono irresponsabili che si ubriacano».
  • «E’ in atto una criminalizzazione del vino che non ha senso e che sta uccidendo uno dei comparti più pregiati del Made in Italy».
  • «Perché non si guarda con altrettanta severità alle altre cause degli incidenti? Vogliamo parlare del fumo o dei farmaci che danno sonnolenza? Degli antistaminici che migliaia di italiani prendono per combattere le allergie? O dei tranquillanti? Temo siano più pericolosi dei fatidici due bicchieri, ma nessuno se ne occupa, è più comodo dare la colpa al vino».
Queste le accorate dichiarazioni - rilasciate in una intervista su Quattroruote- da Luca Zaia (nella foto), attuale ministro dell'Agricoltura, preoccupato per l'ulteriore calo dei consumi di vino (calcolato da Coldiretti in un -2,5 per cento) come conseguenza dell'ulteriore riduzione del tasso alcolemico consentito per chi guida. Ma soprattutto in difesa di un sano, adulto e morigerato consumo di buon vino.

Come dargli torto? Io personalmente condivido pienamente l'opinione espressa in proposito da Giorgio Calabrese.

Morale: non tutto ciò che arriva targato EU è per questo invariabilmente opportuno e positivo per il cittadino italiano.