sabato 30 maggio 2009

La politica in chiacchere (e foto)

Pare che ci siano altri sviluppi interessanti della politica italiana di questi tempi: altre foto di feste tenute a Villa Certosa, la residenza in Costa Smeralda di Silvio Berlusconi. Tra cui la festa di capodanno 2008 con la partecipazione di Noemi Letizia (un 'must' di questi giorni). Ma anche la vacanza trascorsa nel maggio del 2008 nella residenza del premier Silvio Berlusconi dall’allora primo ministro della Repubblica Ceca Mirek Topolanek e dalla sua delegazione, foto nelle quali "le perso­ne sono ritratte con abiti leg­geri, si vede una donna di spalle che indossa sandali in­fradito. Poi ci sono le foto dei giar­dini di Villa Certosa con ragaz­ze in bikini o in topless, altre sotto le docce all’aperto, altre vestite accanto a Berlusconi nel patio delle residenze desti­nate agli ospiti" (testuale dall'articolo del CdS), una cosa davvero insolita per quel periodo in una villa in Sardegna, non c'è che dire. «Si tratta di soggetti ripresi in momenti di assoluta intimità del tutto leciti e senza alcun particola­re rilievo o connotazione, ad­dirittura mentre si trovavano all’interno delle abitazioni po­ste a loro disposizione e ritrat­te mediante potenti e intrusi­vi mezzi di riproduzioni delle immagini» avrebbe sostenuto Silvio Berlusconi (indubbiamente con qualche fondamento) nelle quattro pagine firmate di suo pugno nel ricorso al Garante della privacy presentato tre giorni fa per cercare di bloccarne la pubblicazione, richiedendo «tutti i provvedi­menti che riterrà opportuni e in particolare l’inibizione di qualsivoglia utilizzo o pubbli­cazione del materiale fotogra­fico».

Il solito atteggiamento dispotico e censorio, gravemente lesivo della libertà d'informazione - quindi della democrazia - del nostro beneamato paese, da parte del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ancor più grave perché fatto nella immediata vigilia di un importante turno elettorale.

Articolo del CdS citato nel post:
http://www.corriere.it/politica/09_maggio_30/berlusconi_garante_foto_784e933c-4cdd-11de-82fb-00144f02aabc.shtml

Vignetta tratta da Farefuturo Web Magazine:
http://www.ffwebmagazine.it/ffw/Page.asp?Cat=Vignetta&ImgPath=../immagini/VIGNETTE/parrucchiere_int.jpg&DataVignetta=29/05/2009&Codi_Cate_Arti=48

venerdì 29 maggio 2009

L'arte del discredito: un vizio della sinistra

Uno degli atteggiamenti tipici della dialettica della vecchia sinistra era quello di cercare di discreditare l'avversario. Perchè era sicuramente molto più facile, sbrigativo e redditizio, dare del "fascista" al proprio interlocutore, piuttosto che controbatterne le argomentazioni, i ragionamenti ed i dati di fatto. Si dirà che questo sia un retaggio dei vecchi comunisti, dei compagni duri e puri figli della resistenza, degli indottrinati dei dogmatismi ideologici e culturali da PCUS. A giudicare però anche dai comportamenti attuali, anche di un politico che non dovrebbe avere quel retaggio, come un ex-democristiano come Dario Franceschini, pare che non sia così. Questo, oltre che il mio, è il parere di un vecchio compagno onesto e sincero (anche lui per questo vittima del discredito di certa sinistra) come Giampaolo Pansa :

"Lo si è visto anche durante il Ballarò dell’altro ieri. Nel tentativo di annullare quel che stava dicendo Maurizio Belpietro, direttore di Panorama, Franceschini si è rivolto ai telespettatori ringhiando: «Vi avverto che questo signore è un dipendente di Berlusconi!».

Franceschini deve godere molto nello sparare quella parola. L’aveva già tirata in faccia a Carlo Rossella durante un Ballarò di qualche settimana fa. Quando il mio vecchio amico Carlo, presidente della Medusa Film, iniziò a parlare, il leader del Pd si mise a urlacchiare, sempre rivolto al pubblico: «Attenzione, questo è un dipendente di Berlusconi!». Rossella gli replicò come meritava. E lo stesso ha fatto Belpietro, ricordandogli di essere il direttore di un settimanale della Mondadori e non un famiglio di Arcore.

A questo punto, è giusto chiedersi se Franceschini sia davvero cresciuto nella Democrazia cristiana di Zaccagnini e non in una delle scuole di partito del vecchio Partito comunista di Ferrara. Sappiamo com’erano fatti i maestroni comunisti, soprattutto in aree integralmente rosse. Erano compagni che non andavano per il sottile. Se gli conveniva aggredire, aggredivano. Se dovevano offendere, lo facevano senza risparmio. E il loro primo passo consisteva nel dire che l’avversario era un dipendente di qualcuno più grande e più nefando di lui. Insomma un servo.

Il Pci di Togliatti non aveva riguardi per nessuno. Si comportò così persino nei confronti di un big del comunismo mondiale: il maresciallo Tito. Nel primo dopoguerra veniva osannato come il capo della guerra partigiana jugoslava, un grande combattente per la libertà dei popoli. Poi nel giugno 1948 Tito ruppe con Stalin e divenne subito uno sporco fascista, un servo degli Stati Uniti, al soldo dei banchieri di Wall Street, un capitalista tra i più odiosi. Sette anni dopo, Tito fece la pace con l’Urss, guidata da Nikita Krusciov. E ritornò un compagno, un capo socialista, un eroe rosso.

Molto più in piccolo, ho fatto anch’io l’esperienza di passare per servo di qualcuno. Alla fine del 1960, quando entrai alla Stampa diretta da Giulio De Benedetti, mi resi subito conto di una seccatura spiacevole. Per il Pci torinese, i redattori del giornale erano tutti servi della Fiat. E come tali andavano trattati. Anche gli intellettuali della rossa Einaudi ci guatavano con disprezzo. Considerandoci dipendenti di Vittorio Valletta, il dittatore che aveva sconfitto la Cgil e metteva i comunisti fuori dalla fabbrica.

Quando andai al Giorno, diventai subito un servitore dell’Eni. Arrivato al Corriere della Sera, venni classificato come servo dei Crespi, poi dell’avvocato Agnelli, quindi di Angelo Rizzoli. Evitai per un soffio di finire al servizio della Loggia P2 perché me ne andai in tempo da via Solferino. E il giorno che Carlo De Benedetti diventò il proprietario del gruppo Espresso-Repubblica, eccomi con la livrea di servente dell’Ingegnere.

Tutti i politici strillano che la democrazia ha bisogno di un’informazione libera. Ma non hanno rispetto dell’autonomia dei giornalisti. Arrivando così a conclusioni paradossali. Seguendo la logica distorta del segretario del Partito democratico, anche Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò, dovrebbe essere ritenuto un dipendente prima di Walter Veltroni e poi dello stesso Franceschini. In quanto proprietari di fatto della Rete3 che la spartizione della Rai in lotti gli ha assegnato."

http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/67659/

giovedì 28 maggio 2009

Dario chiama, la famiglia risponde

«Non c'è dubbio che Berlusconi sia un imprenditore e un politico di successo, ricco, furbo e potente. Ma alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest'uomo? Chi guida un Paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi».

Questa la dichiarazione pubblica fatta da Dario Franceschini a dieci giorni dal prossimo turno elettorale. Che tira in ballo un giudizio personale su Silvio Berlusconi come padre di famiglia.
Ed i figli hanno risposto. (e chi meglio dei figli sono legittimati e credibili nel dare una risposta a questa domanda?)

Pier Silvio: «Ma Franceschini come si permette? Forse sbaglio a prendere sul serio una battuta di così pessimo gusto. Ma anche alla campagna elettorale c'è un limite» «Io, proprio io, sono stato educato da Silvio Berlusconi. E i miei valori sono i suoi. Amore per il lavoro, generosità, tenacia e rispetto per gli altri. Quel rispetto che Franceschini dimostra di non conoscere».

Marina: «Franceschini dovrebbe vergognarsi. Chi gli dà il diritto di giudicare Silvio Berlusconi come padre? Con le sue parole offende anche me come figlia. Una figlia profondamente orgogliosa del padre che ha e dei valori che mi ha trasmesso. Sarei felice per i figli di Franceschini se avessero un padre come il mio».«Si è superato ogni limite di decenza. Questa non è libertà di parola, non è una semplice caduta di stile in campagna elettorale, questa è un'infamia».«Ma quale diritto ha di dire anche una parola, una sola, su Berlusconi padre? Io questo diritto ce l'ho e stavolta non intendo restar zitta. Vuol fare una domanda agli italiani? Gli rispondo da italiana, che è mamma e che ha avuto la fortuna di avere un genitore come Silvio Berlusconi. E parlo di fortuna non per il cognome che porta o per quello che ha fatto, ma per il padre che è stato e che è. Mio padre ha sempre lavorato tanto, ma non c'è stata una volta, una volta sola, in cui io non l'abbia sentito vicino quando ne avevo bisogno. E vicino nel modo giusto, a seconda delle situazioni: una presenza forte, se di quella avevo bisogno; o discreta, sfumata, se era la cosa giusta. Mi ha fatto sentire sempre molto amata, rispettata come figlia e come donna. Ha sempre compreso e sostenuto le mie scelte. Ma cosa ne sa Franceschini di me, di noi...».

Luigi (ultimogenito figlio di Veronica): «Sono contento e orgoglioso dell'educazione che ho ricevuto e dei valori che mi sono stati trasmessi dalla mia famiglia. Non vedo perchè la politica si permetta di giudicare Silvio Berlusconi come padre. Si tratta di piani diversi che non dovrebbero essere mai sovrapposti»

C'è stata anche una dichiarazione congiunta di tutti e cinque i figli (Marina, Pier Silvio, Barbara, Eleonora e Luigi): «Non tutto si può sottoporre ad un sondaggio. Alla domanda se un padre sia capace ad educare un figlio gli unici in grado di rispondere sono i figli stessi. La politica non dovrebbe sconfinare in giudizi relativi al ruolo di padre, che con la politica nulla hanno a che vedere. Riteniamo di essere stati cresciuti ed educati in un ambiente famigliare equilibrato e ricco di valori».

Dario Franceschini avrebbe poi rettificato: «Mi dispiace che si siano male interpretate le mie parole. Non ho mai espresso, nè mai lo farò, alcun giudizio su Pier Silvio e la sua famiglia. Ho parlato di valori che un uomo pubblico deve trasmettere al paese».
Ma forse era oramai troppo tardi. L'autogol era già bello che fatto.

mercoledì 27 maggio 2009

Lampedusa è tornata Lampedusa



(AGI) - Roma, 25 mag. - “Lo sforzo del Governo e’ quello di affrontare la lotta all’immigrazione clandestina coniugando il rispetto delle regole con la solidarieta’ e il primo soccorso”. Lo ha sottolineato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, nella sua informativa al Senato. “Oggi Lampedusa puo’ finalmente respirare
Il Ministro ha ricordato che nel 2008 gli sbarchi sono stati 537 con l'arrivo di 34mila persone, mentre quest'anno gli sbarchi sono stati 69, per complessivi 6.588 arrivi.
Una riduzione che ha trasformato la gestione del Centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa, “da sempre sovraffollato ed emblema del fallimento delle precedenti politiche, che ospita ad oggi soltanto 60 migranti, peraltro in attesa di trasferimento essendo stato loro riconosciuto lo status di rifugiati”.
Nel suo intervento Maroni ha richiamato la validità del principio di cooperazione tra Stati alla base delle operazioni condotte in sintonia con le autorità libiche ed ha dettagliatamente specificato tutte le norme, le convenzioni e gli accordi internazionali che certificano la correttezza delle procedure adottate dall'Italia che peraltro, attraverso le intese bilaterali con la Libia che impegnano al rispetto di norme e standard internazionali in tema di accoglienza, sta svolgendo una funzione di surroga rispetto ai doveri dell'Unione europea, di cui è dunque auspicabile un maggiore impegno al pari dell'UNHCR, in una linea di governance condivisa tra Paesi d'origine e di destinazione.
Il titolare del Viminale ha ricordato che “l'Italia è al quarto posto nel mondo tra i Paesi di destinazione preferiti dagli immigrati: anche per questo abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere alla Commissione europea di applicare il principio di solidarietà per la distribuzione dei richiedenti asilo su tutto il territorio dell'Unione”. Le commissioni territoriali per l'asilo, ha sottolineato il ministro, “hanno esaminato quest'anno 9.798 richieste, dato che comprende anche le istanze presentate in periodi precedenti, a fronte di 6.524 istanze pervenute. Nello stesso periodo dell'anno precedente le domande esaminate erano state 4.613, meno della metà.

Dunque ora si può ricominciare a parlare di Lampedusa solo come splendida isola dell'arcipelago delle Pelagie immersa nel mar Mediterraneo. E come località possibile per le vacanze anche di questa estate. E non d'altro.

lunedì 25 maggio 2009

Dittatura mediatica un corno

"A sentire Dario (Franceschini), (la libertà di stampa) non esiste più. Perché tutti i media si sono consegnati prigionieri a Berlusconi il Caimano. È un mantra che lui ripete di continuo. Lo ha fatto anche all’“Annozero” di giovedì. Strillando che i giornali hanno paura, che non fanno più inchieste, che il Cavaliere si è mangiato tutti i media e se stravincerà le elezioni metterà in catene direttori e redattori. Oggi è davvero così e domani andrà anche peggio? Penso di no. Leggo dodici quotidiani al giorno, più cinque settimanali. E non mi pare che il quadro sia quello che dipinge Franceschini. Anzi, mi sembra l’esatto contrario. L’ostilità verso Berlusconi è presente, con intensità diversa, nella maggior parte delle testate. Soprattutto in quelle a più forte tiratura. Com’è naturale, del resto. In democrazia, chi sta al governo ha contro i media, che lo debbono controllare e incalzare." (...) "Negli incubi di Dario c’è infine il problema dell’informazione televisiva. Ma pure in questo caso lui evita di considerare con calma la situazione complessiva. Berlusconi può contare su tre reti televisive, quelle della sua Mediaset. Delle tre reti Rai la 3 è tutta rossa, dal telegiornale sino all’ultimo programma. Rete2 si barcamena, tanto che manda in onda “Annozero”. La Rete1 oggi ha due nuovi capi, subito bollati dal Pd come servi del Caimano. È un altro errore di Dario e del suo giro. Non credo che Mauro Mazza, il direttore della rete, e Augusto Minzolini, il direttore del Tg1, staranno agli ordini del Cavaliere. Sono due ottimi professionisti e non penso che vorranno perdere la faccia e la stima del loro pubblico. Il panorama televisivo vede poi altri due soggetti. Il primo è Sky, sempre più forte. Il suo tigì, guidato da Emilio Carelli, è il più imparziale. Lo stesso vale per i programmi di Sky. Infine c’è il tg della 7, diretto da Antonello Piroso, che i lettori del Riformista conoscono bene e non sta al servizio del Cavaliere. Anche i programmi politici, come “Omnibus”, “Otto e mezzo”,“Exit” e “Tetris”, non sono di certo mercenari del governo."

Giampaolo Pansa
http://www.ilriformista.it/stories/Italia/67176/

venerdì 22 maggio 2009

Chi vota PDL è solo un berluscones?


Il PDL è sicuramente una grande realtà politica del paese. Il principale partito italiano. Con una maggioranza numerica relativa schiacciante (non lontanissima da una maggioranza assoluta). Ha una guida carismatica forte e decisamente trainante nel paese. Che non è messa in discussione da nessuno. Semmai riconosciuta come imbattibile anche dalle figure di maggior spicco dello stesso PDL. E questo, che è sicuramente un elemento vincente e di forza del PDL, ne è allo stesso tempo l'elemento di maggior criticità: la grande e indiscussa leadership di Berlusconi fa sì che il PDL appaia e sia sostanzialmente il partito di Berlusconi, gestito e mosso da una gerarchia ristretta a lui strettamente referente e dipendente. Con il rischio di un pensiero unico dominante, di un partito del padrone. E con il rischio - che è una speranza per i suoi avversari - che una volta dovesse venire a mancare la grande e potente leadership di Berlusconi, il PDL potrebbe subirne un contraccolpo mortale.

Ma è veramente così?

Il PDL, nato solo quest'anno, è una forza politica con una grande base reale: la grande storica maggioranza dei cittadini italiani moderati (storica in quanto risultata maggioritaria già nelle prime elezioni nel 1946). Lo stesso bacino elettorale che in gran parte fu della vecchia Democrazia Cristiana, il partito che governò il paese per oltre un cinquantennio dopo la nascita della Repubblica Italiana, ma anche di una parte consistente dei vecchi PSI, PLI e PRI, oltre che naturalmente di AN-MSI (che è entrato direttamente nella costituzione del nuovo PDL). Un bacino elettorale molto grande, composito ed eterogeneo, ma unito su alcuni punti fondamentali: la difesa della democrazia, della libertà individuale, della propria tradizione storico-religiosa, del lavoro, della capacità operosa del popolo italiano, della propria splendida terra, di tutti quei valori semplici ed essenziali che caratterizzano la base profonda del popolo italiano. Quello stesso popolo ritrovatosi politicamente orfano dopo tangentopoli, che coinvolse e portò alla scomparsa quei partiti cui quel popolo faceva prima riferimento, ed a seguito del quale sembrava oramai inevitabile ed ineluttabile la vittoria politica e culturale della sinistra italiana, fino ad allora nella sua grande maggioranza ben raccolta e rappresentata dal Partito Comunista Italiano, l'unico partito della prima Repubblica che era riuscito ad uscire pressocché indenne da tangentopoli. Dopo la crisi dell'ideologia comunista (il crollo del muro di Berlino nel 1989), il PCI aveva cercato di evolversi in una forma più moderna ed attuale, una nuova immagine di sé, iniziando tuttavia un processo difficile e forse non affrontato con la profondità che sarebbe stata necessaria, che ha determinato, di fatto, solo un tortuoso passaggio da una sigla all'altra (PDS, DS e, infine, PD) in assenza di un vero esame critico del proprio passato (che, semmai, si è cercato di mitizzare).
Dopo tangentopoli, nelle elezioni del 1994, sorprendentemente, il forte schieramento della sinistra è stato battuto da Berlusconi (che aveva fondato un nuovo partito, Forza Italia, che si presentò coalizzato con AN e Lega). Da allora, sia pure con alterne vicende elettorali, lo schieramento moderato ed opposto alla sinistra è riuscito ad affermare e rafforzare la sua posizione e la sua forza elettorale, approdando alla costituzione dell'attuale PDL, il grande partito moderato italiano. Berlusconi ha certamente avuto un ruolo fondamentale in questo successo dello schieramento moderato, lo ha reso possibile, ma dubito che questo schieramento, una volta venuta meno la sua leadership, possa scomparire nel nulla. Semplicemente perché esisteva prima e continuerà ad esistere dopo Berlusconi.

I moderati italiani non sono una realtà omogenea. Sicuramente, come ho detto precedentemente, è comune la difesa della tradizione e dei valori storico-culturali italiani, tra i quali certamente un ruolo di grande rilievo ed importanza rivestono quelli cristiani e, particolarmente, quelli cattolici propri della Chiesa Cattolica di Roma. Certamente lo stretto legame storico-culturale dell'Italia con lo stato Vaticano è uno degli elementi peculiari e più caratterizzanti per il nostro paese. Nel bene e nel male. Tuttavia è evidente che anche questa maggioranza moderata che è portata a difendere la tradizione culturale cattolica radicata nel paese non può essere considerata una maggioranza di tipo confessionale. I cattolici praticanti costituiscono una minoranza di questo schieramento, dove prevalgono comunque le convinzione della necessità e la consapevolezza dell'importanza della laicità dello stato. La maggioranza dei moderati, infatti, pur credendo nella difesa - talora ostentata con orgoglio - della matrice cattolica della propria tradizione culturale, sanno e credono giusto distinguerla dal necessario pragmatismo politico e dalla indispensabile neutralità dello stato e delle sue leggi rispetto alla religione. La vittoria degli storici referendum (grazie anche al voto dei moderati) sul diritto al divorzio (1974) ed alla interruzione volontaria della gravidanza (1981) lo hanno dimostrato in maniera definitiva.

Tuttavia, anche tra chi vota PDL, la figura del suo attuale leader non è affatto considerata ideale.
Molti, pur riconoscendone i meriti e le capacità, non lo amano. Alcuni, addirittura, lo tollerano appena, pur continuando a votare per il suo partito. Altri, infine, pur riconoscendosi nel suo schieramento, non riuscirebbero a votare PDL proprio per l'incompatibilità con la figura di Berlusconi, se non fosse per la presenza nel partito di outsider come Gianfranco Fini. Come nel caso di una certa Sofia Ventura: http://www.corriere.it/politica/09_maggio_21/sonia_meli_6ea74df0-45f9-11de-8c01-00144f02aabc.shtml

Sofia Ventura: un'altra faccia del PDL


Sogno una destra decente

Nel Pdl è vista da molti come la guastatrice che ha innescato il putiferio sulle veline. Ma Sofia Ventura ribatte: «Il pensiero unico non fa per me».

Non potrebbe mai giurare fedeltà cieca e assoluta a nessun leader. Neanche a Gianfranco Fini, che pure stima «moltissimo». E infatti anche a lui, qualche tempo fa, ha dedicato un articolo critico, accusandolo di essere «troppo moderato» in tema di laicità. Sofia Ventura, docente in Scienza della politica all’Università di Bologna, autrice dell’attacco contro le veline pubblicato sul web-magazine di “Fare Futuro” (la fondazione presieduta da Fini) è un personaggio cui non difetta la franchezza. Anzi. Perciò dice senza troppi peli sulla lingua che si sente «scippata della destra» perché quella rappresentata da Silvio Berlusconi è un’altra cosa e non è che le piaccia granché, anche se la vota.

Ventura, lei è sempre stata una “rompiscatole”?
«Be’, quando feci la prima esperienza politica vera e propria, nei radicali - dopo essere stata nella gioventù liberale - entrai subito nell’ala dei dissidenti. Con Negri, Teodori e Calderisi contro il padre- padrone Marco Pannella. Insomma, entrai per uscire, perché poi facemmo la Lista referendum nel ’92».

Il rapporto con Fini?
«L’ho incontrato solo una volta, proprio al convegno su Sarkozy. Mi ha fatto un’ottima impressione. Ho tenuto la mia relazione, lui era seduto lì vicino e quando ho finito si è presentato. Devo dire che il mondo della politica non è fatto di galantuomini e persone educate: lui invece è stato molto elegante nei modi. Poi non ho più avuto occasione di vederlo».

Che c’entra, non ha mai visto neanche Filippo Rossi, il direttore del web-magazine su cui ha pubblicato il famigerato articolo, eppure lo sente spesso e volentieri.
«Fini non è il mandante del mio articolo. Io faccio di testa mia. Ho scritto un intervento contro il referendum dove dicevo che il Pdl doveva cambiare atteggiamento sulla Lega e non lo avevo nemmeno concordato con Rossi».

Ha rimproverato anche Fini, una volta, giusto?
«Sì, perché in occasione degli ottant’anni del concordato aveva fatto un discorso troppo moderato, per me che sono una laica dura. Anzi, secondo il mindstream del Pdl, sono laicista, relativista e quanto di peggio si possa aggiungere. Ho mandato l’articolo e me lo hanno pubblicato».

Niente censure a Fare futuro...
«Sono liberi: con loro si può discutere di tutto. Non sopportano il pensiero unico e purtroppo il Pdl ha questa tendenza al pensiero unico».

E alle veline multiple.
«L’intervento sulle veline era una provocazione intellettuale. Non ho pensato di andare a toccare qualcosa di molto privato del presidente del Consiglio. Che abbia questo malvezzo lo si sussurra anche tra gli uomini del premier, però poi quando si pone il problema, silenzio: nessuno osa parlare perché mi dicono che sia un argomento tabù, lì dentro. Comunque, non volevo fare gossip ma aprire un dibattito serio su come avviene il reclutamento in politica: ora vanno di moda le veline e i servi».

Berlusconi lo ha conosciuto?
«Mai e credo che a questo punto non lo conoscerò più».

Come lo considera?
«Lui è un leader carismatico. E un altro problema che “Fare futuro” ha posto è proprio quello del partito carismatico. Ho letto lo statuto del Pdl perché agli inizi di aprile, a Parigi, ho partecipato a un convegno sulla transizione italiana. Non mi aspettavo chissà che cosa, però devo dire che ci hanno messo dell’impegno a costruire questa struttura piramidale dove tutto dipende dall’alto».

Comunque Fini al congresso del Pdl ha annunciato che lui rappresenterà la minoranza.
«È una cosa importante, perché va contro il pensiero unico, anche se secondo me nel Paese la maggioranza degli elettori di centrodestra la pensa come Fini, che è minoranza solo nel partito. Sinceramente io non so se riuscirei a stare nel Pdl se non ci fosse Fini, che rappresenta una prospettiva di cambiamento. Lui sogna una destra decente».

Maria Teresa Meli
21 maggio 2009

http://www.corriere.it/politica/09_maggio_21/sonia_meli_6ea74df0-45f9-11de-8c01-00144f02aabc.shtml

mercoledì 20 maggio 2009

Pansa, gli immigrati e le ronde

Il bestiario

Quasi quasi mi iscrivo alle ronde
di Giampaolo Pansa

La sinistra è diventata snob e non capisce il dramma sicurezza

Dario Franceschini, lo sfigato leader del Partito democratico, ha un curioso rapporto con la storia italiana. Viziato da una strana mania, forse legata alla sua drammatica necessità di non lasciarsi scappare neppure uno dei pochi elettori. La mania è quella di mettere sullo stesso piano figure e fatti che non hanno nulla da spartire l’uno con l’altro. Con il risultato di arrivare a conclusioni molto confuse, che gli fanno perdere la sinderesi, ossia la bussola.

Me ne sono accorto sin dal suo primo discorso dopo l’elezione a segretario del Pd. Quando ha messo sullo stesso piano due figure della Resistenza: Arrigo Boldrini e Benigno Zaccagini. Il primo, il famoso Bulow, era un comandante partigiano comunista del Ravennate, molto coraggioso ed efficiente, ma di quelli che avevano in testa il secondo tempo della guerra civile: la conquista del potere in Italia per fare del nostro paese un satellite dell’Urss. Zaccagnini era un medico cattolico e democristiano. Con il nome di Tommaso Moro, da presidente del Cln di Ravenna combatteva per una repubblica liberale, sia pure più giusta sul piano sociale dell’Italia distrutta nel 1922 dal fascismo.

È un errore che fanno quanti non sanno niente della storia italiana ed europea. Ma assai grave per chi deve guidare il secondo partito d’Italia. Un errore reso più pesante dal vizio che il leader del Pd ha continuato a rivelare nelle ultime settimane: quello di bollare come fascista tutto ciò che non gli piace. Il povero Dario ha sostenuto che le norme contro l’immigrazione clandestina non sono altro che le infami leggi razziali contro gli ebrei, decise dal regime di Mussolini. Lasciando di stucco molti dei suoi stessi elettori. E giovedì scorso ha fatto pure di peggio.

Nel discorso alla Camera contro la legge sulla sicurezza, il cosiddetto “pacchetto Maroni”, ha paragonato le ronde dei volontari nate in molti centri dell’Italia del Nord alle camicie nere di Benito il Duce. Gridando che i leghisti con la pettorina verde sono del tutto uguali agli squadristi dei primi anni Venti. Gentaglia che pattugliava di notte le strade per manganellare gli oppositori.
Nell’ascoltare il suo intervento, sempre più faragginato, ho sorriso. Pensando: forse il tragico Dario è stato assalito dal ricordo del nonno materno, squadrista di Italo Balbo in quel di Ferrara, patria del segretario Pd. E mi è sembrato molto giusto il commento lapidario dell’Umberto Bossi: «È stato un discorso da suicidio».

È un bel guaio se un leader di rango non ragiona a mente fredda su un problema gigantesco come quello dei migranti clandestini che arrivano a migliaia sulle coste italiane. Il governo Berlusconi fa quel che può, anche sbagliando come succede a tutti i governi europei. Oggi nessuno è in grado di dire se le misure decise saranno efficaci o no. Lo si capirà quando entreranno in vigore. Anche in questo caso, vale più che mai il vecchio detto delle massaie inglesi: la prova se il budino è buono si ha soltanto quarantotto ore dopo averlo mangiato.

Non capisco, invece, l’ostilità preconcetta contro le ronde volontarie. Vedo molti politici di sinistra e anche qualcuno di destra, come Gianfranco Fini e i suoi futurologi, condannare i rondisti in quanto pericolosi avventurieri. Li hanno persino descritti come signori di mezza età che la sera, stanchi di annoiarsi sul divano di casa accanto alla solita moglie lamentosa, hanno deciso di mettersi a giocare al poliziotto. Anzi al poliziotto razzista, che va a caccia di clandestini per mazzolarli.

Dietro questa ostilità ci sono politici che abitano in quartieri dove i clandestini non arrivano mai. O per meglio dire: non arrivano ancora. Nessun poveraccio li disturba. E in più i big della casta partitica hanno spesso delle scorte. Non di rondisti, bensì di agenti della polizia o di carabinieri. Non sempre necessarie per certi soggetti. Ma comunque sempre pagate da noi cittadini, con le nostre tasse.

Queste eccellenze che cosa sanno di come vivono gli italiani qualunque in molti piccoli centri dell’Italia del nord, e non solo in quelli? Di solito un cavolo di niente. Non hanno mai provato a parlare con chi si trova alle prese ogni giorno con una delinquenza sempre più aggressiva, non soltanto di clandestini. Mi è già capitato di scriverlo in un altro Bestiario: le vittime sono soprattutto anziani. Gente per bene che, al calar del sole, è costretta a barricarsi in casa. Ho constatato con i miei occhi che, in tanti paesi, quasi tutte le finestre degli alloggi al pianterreno e al primo piano hanno le sbarre. Chi ci abita è costretto a vedere il sole a scacchi, come succede ai carcerati.

È paradossale che sia la sinistra a fregarsene di queste umilianti condizioni di vita. La sinistra italiana diventa sempre più snob. Ha persino inventato una parola nuova, un neologismo orrendo e quasi impronunciabile: il securitarismo. Per irridere l’ossessione della sicurezza. Nella convinzione che riguardi i ricchi. Mentre il timore è diffuso in tutti gli strati della popolazione. E per bollare la simpatia che tanti cittadini provano per le ronde casalinghe. Composte da persone conosciute e delle quali ci si può fidare.
Se non fossi un signore anziano, farei il rondista anch’io. Qualche camminata in più mi gioverebbe molto. E mi confermerebbe che le nostre sinistre stanno alla canna del gas. Volete due numeri? Si riferiscono ai famosi respingimenti. Nel 2007, la Spagna del socialista Zapatero ha raggiunto il record di 644.989 respinti. L’Italia appena 9.394. Giudicate voi.

Link all'articolo originale:
http://www.ilriformista.it/stories/Il%20bestiario/66331/

martedì 19 maggio 2009

Mills ed i suoi "tricky corners"

Mills dunque è stato giudicato in primo grado colpevole. Si, ma colpevole di cosa?
Il 17 febbraio scorso, i giudici milanesi hanno inflitto al legale inglese David Mills 4 anni e mezzo di carcere per corruzione in atti giudiziari. Con 376 pagine di motivazioni alla sentenza depositate ieri.

«Mills - affermano i giudici - agì come falso testimone per consentire a Berlusconi e al gruppo Finivest l’impunità dalle accuse o, almeno, il mantenimento degli illeciti profitti realizzati. Dall’altro lato Mills ha contemporaneamente perseguito il proprio vantaggio economico».
I «silenzi» del legale britannico nei processi Telepiù e All Iberian, dove fu sentito come teste, avrebbero «ricondotto solo genericamente alla Fininvest, e non alla persona di Berlusconi, la proprietà della società offshore, favorendolo in quanto imputato». «Egli non poteva dire in modo eclatante il falso - dicono - poteva soltanto coi suoi "tricky corners" (artifici verbali, come lo stesso Mills li definì nella sua confessione) aggirare le domande più insidiose evitando sempre di rispondere alla domanda ’di chi sono queste società?». «Con le sue parole imprecise» avrebbe indotto i giudici in errore sulla «falsa attribuzione di Century e Universal One», strutture da lui stesso ideate come emerge dalla deposizione della teste Tanya Maynard e destinate a garantire la successione del patrimonio del Cavaliere ai figli.

Dunque lo si accusa essenzialmente di testimonianza reticente sulle sue complesse operazioni finanziarie (dunque l'eventuale reticenza potrebbe essere utile anche a sé stesso) . Ma la corruzione dove sarebbe?

Secondo i giudici il prezzo della corruzione, quei 600mila dollari trasferiti con «una opaca, raffinata e artificiosa modalità» sui conti di Mills, comprendevano, oltre alla false testimonianze, anche il «disturbo» per tutte le operazioni di riciclaggio messe in atto «per nascondere, mascherare, traformare, schermare» la tangente. «David Mills ha ricevuto enormi somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali, da Fininvest e da Silvio Berlusconi, fin dagli anni 1995 - 1996, e quindi da un'epoca anteriore a quella delle sue deposizioni nei procedimenti tenuti a Milano". Che è un modo da parte dei giudici di riconoscere subdolamente che a) a Mills furono pagate delle cifre consistenti per la sua attività di copertura di manovre finanziarie, b) che non sono riusciti a stabilire con certezza come e dove sarebbe stata pagata la effettiva tangente per la sua supposta corruzione.

Ma ci sarebbe la famosa "confessione" fatta da Mills al suo commercialista (quella fatta per cercare - inutilmente - di non pagare le tasse inglesi sugli importi corrispostigli dalle società riconducibili a Fininvest attribuendogli la qualifica di donazioni per i suoi servigi). Quella stessa confessione confidenziale fatta poi emergere dal suo commercialista che lo denunciò alle autorità inglesi (che tuttavia non riconobbero come verosimile, visto che poi le tasse su quelle prestazioni le fece pagare, non riconoscendole come 'donazioni').

«Mills - e qui giudici contestano anche la ritrattazione dell’avvocato di Sua Maestà dopo la sua iniziale confessione - faceva riferimento alla riconducibilità del denaro alle condotte processuali mantenute in favore di Finivest prima di attribuirne la paternità ad Attanasio: se i numeri hanno un significato inequivoco non può sottacersi che risulta inversomimile che ci fossero voluti 12 mesi e 12, tra ripetizioni e mancate rettifiche delle stesse».

Fonte di alcune parti del testo:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200905articoli/43873girata.asp
e
http://www.corriere.it/politica/09_maggio_19/mills_berlusconi_processo_990be7c4-445d-11de-a9a2-00144f02aabc.shtml

La condanna Mills: meno male!


Il caso Mills è l’argomento perfetto per risollevare lo stato asfittico dell’opposizione: non potendo nessuno dimostrare che gli argomenti che inchioderebbero Mills(Berlusconi) siano fondati o meno (cosa che sarà appurata nei prossimi gradi di giudizio, che richiederanno altri anni di tribolazione giudiziaria), si potranno usare questi argomenti per ‘legittimamente’ sostenere la colpevolezza (presunta, ma tanto basta) del nostro presidente del consiglio e del leader politico del maggior partito politico del paese. Poco conta che questo giochino si ripeta dal 1994 (dunque da diciannove anni), poco conta che le decine di processi precedenti si siano risolti senza condanna alcuna, poco conta che quest’ultimo processo abbia caratteristiche e peculiarità tali (la mancata applicazione dei normali termini di prescrizione, ad es.) che quantomeno dovrebbero porre qualche dubbio anche al più convinto colpevolista, poco conta che si tratta non di sentenza definitiva ma di sola sentenza di primo grado (dunque, ancora, dovrebbe valere il principio cautelare di innocenza dell’imputato Mills-Berlusconi in attesa del grado di giudizio definitivo), poco conta che le motivazioni presentate non mi pare abbiano dimostrato elementi di prova ma solo una serie di supposizioni indiziarie (come tali controvertibili).

Una cosa positiva la deposizione delle motivazioni della sentenza del processo di primo grado a Mills dovrebbe comunque comportarla: forse si smetterà di parlare di Noemi.

venerdì 15 maggio 2009

Meno prediche, più severità, migliore integrazione


Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deciso di lanciare un forte monito contro la crescente xenofobia ed intolleranza nel nostro paese, in particolare nei confronti degli immigrati, anche con riferimento polemico al DL sulla sicurezza votato in questi giorni.
(http://www.corriere.it/politica/09_maggio_14/napolitano_retorica_xenofoba_097f617e-4063-11de-aa9a-00144f02aabc.shtml)

L'atteggiamento dell'Italia nei confronti dell'immigrazione, fino ad adesso, si è caratterizzato per una accettazione passiva del fenomeno, in nome di un malinteso solidarismo: li abbiamo prelevati anche in acque internazionali, soccorsi, fatti sbarcare, e ci siamo impegnati nel complicato lavoro di cercare di capire chi fossero e da dove venissero, per accertare eventuali diritti d'asilo in base alla convenzione di Ginevra. Dopodiché, non riuscendoci nei limitati tempi consentiti per trattenerli, li abbiamo lasciati andare. Col risultato di avere un altissimo numero di immigrati irregolari, lasciati a sé stessi, in condizioni spesso miserrime, esposti al lavoro nero se non ad alimentare la malavita e la microcriminalità. A discapito anche degli stessi immigrati regolari, confusi nell'ondata di reazione della popolazione nei confronti di questa situazione non governata. Insomma, un vero disastro, sia per il paese che per gli immigrati tutti (regolari ed irregolari).

Si dice: ma gli immigrati, oltre ad avere una legittima aspirazione a cercare un posto dove vivere in condizioni migliori, sono necessari come mano d'opera per le nostre stesse aziende. Dunque non solo è giusto umanitaristicamente, non solo è inevitabile, ma è utile accogliere gli immigrati.
Vero, ma proprio per consentire una giusta accoglienza ed una integrazione civile degli immigrati, è necessario regolarne il flusso e contrastare severamente l'immigrazione irregolare.

L’Australia ha una legislazione durissima, contro i clandestini, ma un lavoratore, regolare, ogni quattro è immigrato. Gli Stati Uniti sono assai severi, al confine con il Messico hanno tirato su un muro, ed hanno un lavoratore immigrato ogni sei. La Gran Bretagna considera reato l’ingresso irregolare, ma ha un lavoratore immigrato ogni nove. Da noi ti danno del razzista se ti permetti di dire che la legge devono rispettarla tutti, i bianchi, ma anche i gialli ed i neri, s’impressionano se sosteniamo che non possiamo accogliere tutti, s’illuminano di pretesa xenofobia se poni il problema, ma poi c’è solo un lavoratore immigrato ogni quindici. Ecco la formula: più chiarezza e severità portano più lavoratori regolari, mentre più lassismo e sanatorie portano più lavoratori in nero.
http://davidegiacalone.it/index.php/politica/buonismo_e_falsa_bont

Accettare tutti gli immigrati senza distinzione, paradossalmente, determina in concreto l'impossibilità, per le limitate disponibilità di assistenza e di lavoro del nostro paese, di assicurare le minime condizioni di sopravvivenza nel nostro paese degli immigrati, con contraccolpi negativi anche nei confronti della fascia bassa della popolazione locale, che inevitabilmente si trova in competizione (per l'assistenza, i servizi e le possibilità di lavoro) con gli immigrati. Ma c'è un ulteriore aspetto negativo della mancata severità e criterio nella regolazione del flusso immigratorio: la sua mancata selezione. Fare arrivare chiunque e senza discriminare il singolo immigrato ha determinato una situazione che, di fatto, ha fatto prevalere nel nostro paese una immigrazione di basso livello, dei più poveri e meno preparati, pregidicando l'immigrazione di qualità, cioè di professionisti e tecnici specializzati. Con il doppio risultato negativo di creare una eccessiva concorrenza tra poveri (nostrani ed immigrati) ed una mancato apporto di professionalità e di nuova linfa vitale capaci di stimolare un reale progresso del nostro paese.

Quando, invece, arriva in Italia un ingegnere informatico indiano, da prendere all’università, gli rendiamo la vita impossibile, lo riempiamo di incombenze burocratiche e gli neghiamo il congiungimento con la famiglia. Non lo buttiamo fuori noi, se ne va lui. In questo modo facciamo scappare uno che avrebbe potuto far concorrenza ai privilegiati, preferendo lasciare in cattedra i raccomandati. Poi prendiamo un medico filippino, ne sfruttiamo la disperazione e gli facciamo fare le pulizie, da clandestino o semi-regolare, in concorrenza con i poveri.
http://davidegiacalone.it/index.php/politica/buonismo_e_falsa_bont


Per tutte queste ragioni, più che prediche contro la xenofobia, l'intolleranza ed il razzismo, sarebbe più opportuno e necessario creare le condizioni perché queste non possano svilupparsi: facendo una seria politica di controllo e di regolazione dell'immigrazione nel nostro paese.

Buonismo e falsa bontà

di Davide Giacalone
15/05/2009



I guasti provocati dal buonismo un tanto al chilo sono enormi, compreso l’intestardirsi a descrivere razzista o xenofobo un popolo che non lo è. S’inzuppa tutto d’emotività e sentimentalismo, complici il Quirinale ed il Vaticano, condannandosi all’incapacità d’affrontare un problema grave. Provo a rivoltare il luogocomunismo: gli immigrati, in Italia, sono troppo pochi.

L’Australia ha una legislazione durissima, contro i clandestini, ma un lavoratore, regolare, ogni quattro è immigrato. Gli Stati Uniti sono assai severi, al confine con il Messico hanno tirato su un muro, ed hanno un lavoratore immigrato ogni sei. La Gran Bretagna considera reato l’ingresso irregolare, ma ha un lavoratore immigrato ogni nove. Da noi ti danno del razzista se ti permetti di dire che la legge devono rispettarla tutti, i bianchi, ma anche i gialli ed i neri, s’impressionano se sosteniamo che non possiamo accogliere tutti, s’illuminano di pretesa xenofobia se poni il problema, ma poi c’è solo un lavoratore immigrato ogni quindici. Ecco la formula: più chiarezza e severità portano più lavoratori regolari, mentre più lassismo e sanatorie portano più lavoratori in nero. Chi è xenofobo, chi li vuole in regola o chi li mette in mano alla criminalità?
Se vogliamo parlare seriamente, allora, si deve denunciare un doppio imbroglio: quello di chi confonde gli emigranti con i richiedenti rifugio, che sono cose radicalmente diverse; e quello di chi confonde il blocco ai clandestini con il blocco agli immigrati. I duplici imbroglioni ottengono un risultato pessimo, perché inducono a credere che sia legittimo delinquere e mentire pur di entrare in Italia, il che fa crescere l’avversità verso un’orda di potenziali bugiardi e disonesti. La colpa non è dei tanti poveri disperati, ma dei nostri mestatori con la faccia pia, il cuore in mano e la disonestà nell’anima.
Sgomberiamo il campo dalla contro accusa: il governo di centro destra fa la faccia dell’armi perché siamo in campagna elettorale, ma è solo propaganda. Mettiamo che sia così. C’era un modo, serio, per contrastare questa iniziativa e consisteva nella tesi esposta da Pietro Fassino: i respingimenti li abbiamo preparati e voluti noi. Solo che qui lo abbiamo riconosciuto e ce ne siamo complimentati, mentre a sinistra lo hanno zittito.
Il Presidente Napolitano, su un punto, ha ragione: in Italia le differenze di colore, etnia e religione sono aumentate. Segno che non siamo un Paese chiuso. Il rischio d’esclusione, che denuncia, però, lo corrono gli italiani più deboli. Dalla scuola, ad esempio. E questo capita perché abbiamo messo in atto, anche a cura dello stesso Napolitano, una non-politica dell’immigrazione, preoccupati del numero e non della qualità, obnubilati da pregiudizi di fratellanza ed accoglienza, poi pressati dalle necessità del sistema produttivo e delle famiglie, che hanno portato alle regolarizzazioni di quanti già erano da noi. Così facendo abbiamo importato tutta manodopera di basso livello, che paghiamo poco e che, conseguentemente, scarichiamo sui quartieri, le scuole, i presidi sanitari e gli italiani più in difficoltà. Una politica, insomma, concepita per coltivare la xenofobia.
Quando, invece, arriva in Italia un ingegnere informatico indiano, da prendere all’università, gli rendiamo la vita impossibile, lo riempiamo di incombenze burocratiche e gli neghiamo il congiungimento con la famiglia. Non lo buttiamo fuori noi, se ne va lui. In questo modo facciamo scappare uno che avrebbe potuto far concorrenza ai privilegiati, preferendo lasciare in cattedra i raccomandati. Poi prendiamo un medico filippino, ne sfruttiamo la disperazione e gli facciamo fare le pulizie, da clandestino o semi-regolare, in concorrenza con i poveri. Chi è xenofobo, chi vorrebbe agevolare il primo o chi s’innamora del secondo?
Sull’immigrazione, quindi, vengono a galla i nostri difetti strutturali, con una giustizia da quinto mondo ed una credibilità statale da barzelletta. Ragionarci significherebbe individuare colpe e responsabilità, ecco perché preferiscono predicozzi e lacrimucce coccodrillesche.

link dell'articolo originale:
http://davidegiacalone.it/index.php/politica/buonismo_e_falsa_bont

giovedì 14 maggio 2009

L'importante è fare informazione corretta

Sul governo attuale, a proposito del terremoto in Abruzzo, se ne sono dette tante già a partire dalle prime fasi di soccorso. Cui poi tuttavia, come è stato riconosciuto da tutti, anche all'estero, si è dato atto di essere stato sufficientemente rapido, efficiente e ben gestito.

Le ultime polemiche hanno riguardato la ricostruzione delle case ed in particolare i fondi destinati a tale scopo e spettanti al risarcimento di chi ha perso la casa a seguito del terremoto. Il tono delle polemiche è stato grossomodo riassumibile con una critica complessiva alla incapacità del governo di far fronte a questi problemi: "non ci sono fondi", "quei pochi fondi reali arriveranno ai destinatari solo tra quindici anni" , "la gente dovrà continuare a pagare il mutuo della propria casa crollata", "si riconoscerà un tetto di 150 milioni di euro come tetto massimo a prescindere dall'entità reale del danno", ecc.ecc. Coloro che avanzavano tali critiche lo facevano sicuramente per fare 'corretta' informazione, giammai per polemizzare con l'attuale governo Berlusconi.

Bene. Seguendo lo stesso principio di voler 'correttamente' informare, riporto lo specchietto degli emendamenti al DL Abruzzo presentati dall’esecutivo su cui la commissione Ambiente del Senato inizierà domani le votazioni. (Il via libera è previsto entro venerdì).

CONTRIBUTO 100% SU PRIMA CASA: copertura totale per le spese di ricostruzione e riparazione per la prima casa o per l’acquisto di nuove abitazioni sostitutive di quella principale distrutta, danneggiata o dichiarata inagibile.

MUTUI: le famiglie con la casa distrutta dal terremoto potranno liberarsi del mutuo e l’onere di restituire il prestito passerà allo Stato, con un tetto massimo però di 150mila euro.

SINDACI: i sindaci dei Comuni colpiti dal sisma saranno responsabili della ricostruzione dei centri storici e dovranno definire i piani di ricostruzione.

ASSUNZIONI PROTEZIONE CIVILE: per affrontare l’emergenza terremoto la Protezione civile potrà ampliare l’organico con 50 assunzioni e promuovendo nuovi dirigenti.

IMMOBILI PUBBLICI: via libera a una task force per gli interventi urgenti per il ripristino degli immobili pubblici danneggiati dal sisma.

(fonte La Stampa: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200905articoli/43680girata.asp )


Dunque, una volta approvati questi emendamenti, il contributo pubblico per la ricostruzione della prima casa distrutta dal terremoto coprirà il 100% delle spese sostenute, essendo «determinato in ogni caso in modo tale da coprire integralmente le spese occorrenti per la riparazione, la ricostruzione o l’acquisto di un alloggio equivalente». Inoltre il governo, con un emendamento al Dl Abruzzo, dopo le polemiche degli ultimi giorni sulla copertura finanziaria, stanzia altre risorse e concede ai terremotati dell’Aquila lo stesso trattamento già fornito in occasione del terremoto dell’Umbria e del Friuli Venezia Giulia.

«I soldi ci sono», assicura il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi «per ora sono sufficienti, senza mettere le mani nelle tasche degli italiani», aggiunge soddisfatto il premier, anche senza far ricorso alla scudo fiscale, operazione che, prosegue Berlusconi, sarà valutata «quando sarà il momento».Peccato solo che, con riferimento anche sulle voci di presunte incomprensioni con il ministro del tesoro, «Con Giulio Tremonti non ho mai litigato, mai come in questi ultimi tempi ho visto che invece di informare si tende a disinformare».

martedì 12 maggio 2009

Snobismo e respingimento


LUCA RICOLFI sulla Stampa del 12/5/2009



Respingimento. Su questa parola altamente evocativa gli animi si stanno dividendo. Da una parte il ministro dell’Interno Maroni e la Lega, orgogliosi che l’Italia sia riuscita - per la prima volta - a impedire a diverse imbarcazioni cariche di migranti di raggiungere illegalmente le nostre coste. Dall’altra la Chiesa, le organizzazioni umanitarie e ieri anche il Consiglio d’Europa.

Preoccupati che fra i migranti vi possano essere persone che, una volta sbarcate in Italia, avrebbero chiesto e ottenuto asilo politico. In mezzo, su posizioni leggermente meno estreme, si collocano i nostri due maggiori partiti, il Popolo della libertà e il Partito democratico, il primo tentato di inseguire la Lega (nonostante i distinguo di Fini), il secondo tentato di inseguire la Chiesa (nonostante i distinguo di Fassino).

Che i partiti di governo, nonostante qualche timido mugugno, plaudano all’azione del ministro dell’Interno è del tutto naturale. La sicurezza è uno dei punti chiave del programma del centro-destra, e sarebbe strano che il «respingimento» dei barconi nei porti di partenza non fosse salutato con un sospiro di sollievo. Quel che a me pare invece meno scontato è l’accanimento con cui il Pd e il suo neosegretario da tempo combattono qualsiasi idea venga partorita dal ministro Maroni. Non solo non mi pare né ovvio né normale, ma mi pare estremamente interessante, per non dire rivelatorio. L’ostinazione con cui la sinistra respinge al mittente qualsiasi proposta concreta in materia di sicurezza, senza essere minimamente sfiorata dal dubbio di aver torto, ci fornisce una preziosa radiografia dei suoi mali.

L’astrattezza, prima di tutto. Astrattezza vuol dire non voler vedere la dimensione pratica, concreta, materiale di un problema. Se non fossero ammalati di astrattezza i dirigenti del Pd capirebbero che il problema dell’Italia è che attira criminalità e manodopera clandestina più degli altri Paesi perché non è in grado di far rispettare le sue leggi, e che l’unico modo di scoraggiare l’immigrazione irregolare è di convincere chi desidera entrare in Italia che può farlo solo attraverso le vie legali. A questo serve il «respingimento», ma a questo serviva anche la norma che prolunga da 2 a 6 mesi la permanenza nei centri di raccolta degli immigrati (i vecchi Cpt, ora ridenominati Cie), una norma necessaria ma ottusamente combattuta dall’opposizione. Senza il respingimento (in mare) i trafficanti di immigrati continuerebbero a scaricarli sulle nostre coste, senza il prolungamento dei tempi di permanenza (nei Cie) l’identificazione sarebbe perlopiù impossibile, e continuerebbe la prassi attuale, per cui il clandestino viene trattenuto qualche settimana e poi rimesso in circolazione senza possibilità di riaccompagnarlo in patria. Io capisco che si possano avere seri dubbi sulle cosiddette ronde, o sui medici-spia (denuncia dei malati clandestini) o sui presidi-spia (denuncia dei genitori clandestini di bambini accolti nelle nostre scuole), e io stesso ne ho molti. Ma non capisco il rifiuto pregiudiziale di provvedimenti di puro buon senso, la cui unica funzione è di ristabilire quello che tutti i governi degli ultimi vent’anni avevano sbriciolato, ossia un minimo di deterrenza. Tra l’altro questo è uno dei pochi punti fermi degli studi sulla lotta al crimine: minacciare pene più severe serve pochissimo, quel che serve è rendere credibile la minaccia.

Ma non c’è solo astrattezza, c’è anche molta presunzione, per non dire molto snobismo. Lo sa il segretario del Pd che la maggior parte degli italiani approva l’azione del ministro Maroni?

Sì, probabilmente lo sa, ma si racconta la solita fiaba autoconsolatoria. Gli italiani non sono quelli di una volta, Berlusconi li ha rovinati, la Lega li ha incattiviti, noi politici illuminati non possiamo farci guidare dai sondaggi, noi dobbiamo riforgiare le coscienze, corrotte e intorpidite da vent’anni di berlusconismo. E’ la solita storia: «alla sinistra non piacciono gli italiani», come scrisse fulmineamente Giovanni Belardelli quindici anni fa, allorché la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto, sconfitta e umiliata, non si capacitava che un rozzo imprenditore lombardo avesse potuto sconfiggere una classe politica colta e raffinata qual era quella del vecchio Pci.

E qui si arriva all’ultimo e più grave male della sinistra, la sua distanza dai problemi delle persone normali, specie se di modeste origini o di modesta cultura. Quando si parla di criminalità, di sicurezza, di immigrazione clandestina, nella gente c’è certamente anche molto cattivismo gratuito, molta insofferenza, molta intolleranza. Ma una forza politica dovrebbe sapere che i cattivi sentimenti non vengono dal nulla, e quelli buoni hanno talora origini imbarazzanti. L’insofferenza verso gli immigrati è più forte nei ceti popolari perché è nei quartieri degradati che la sicurezza è un problema grave; ed è innanzitutto per chi non ha grandi risorse economiche che la concorrenza degli stranieri per il posto di lavoro e per servizi pubblici può diventare un problema serio. L’apertura verso gli stranieri, il sentimento di solidarietà, l’attitudine a tutti accogliere albergano invece in quelli che lo storico inglese Paul Ginsborg ha battezzato i «ceti medi riflessivi», e raggiungono l’apice fra gli intellettuali, dove - soddisfatti i bisogni primari - ci si può dedicare all’arredamento della propria anima: chi ha un lavoro gratificante e un buon reddito, chi può permettersi di vivere nei quartieri migliori di una città, chi non deve combattere per un posto all’asilo o per una prenotazione in ospedale, può coltivare più facilmente un sentimento di apertura.

Insomma, l’insofferenza degli uni è spesso frutto dell’emarginazione, il solidarismo degli altri è spesso frutto del privilegio. Possibile che la sinistra, che pure continua a dire di voler rappresentare gli umili, non riesca a rendersi conto del paradosso? Ma forse in questi giorni assistiamo anche, lentamente, quasi impercettibilmente, a uno smottamento. Nel Pd qualche timida voce di concretezza e di pragmatismo si è pur fatta sentire: prima Fassino, poi Parisi, poi Rutelli. Speriamo che non siano rapidamente sopraffatti dalla forza del passato, dai tanti luoghi comuni che essi stessi hanno alimentato e che ora frenano il cambiamento.

link dell'articolo originale:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=5934&ID_sezione=&sezione=

sabato 9 maggio 2009

Il sangue dei vinti. Il trailer del film.

Peccato solo che, con il libro di Giampaolo Pansa dal quale è tratto, non abbia molto in comune a parte il titolo. Come ha commentato lo stesso Giampaolo Pansa dopo la visione della prima al Festival del Cinema di Roma (fuori concorso, e dopo che il film era stato addirittura scartato al Festival del Cinema di Venezia): «Conoscendo i polli del pollaio Italia il film mi basta e addirittura mi avanza. È un passo in più verso una storia mai pacificata».

giovedì 7 maggio 2009

SVOLTA STORICA?


227 clandestini partiti dall’Africa per raggiungere l’Italia sono stati riportati da navi italiane, per la prima volta, in Libia. L'autorizzazione allo sbarco in Libia è giunta in nottata, dopo una trattativa tra le autorità italiane e quelle libiche sul rimpatrio immediato degli extracomunitari.

Questo è un precedente per l'Europa intera, ha affermato con soddisfazione il ministro Maroni, che «può rappresentare una svolta nella lotta all'immigrazione clandestina: per la prima volta nella storia siamo riuscititi a rimandare direttamente in Libia i clandestini che abbiamo trovato in mare su tre barconi. Non è mai successo, finora dovevamo prenderli, identificarli, rimandarli nelle nazioni di origine. Per la prima volta la Libia ha accettato di prendere cittadini extracomunitari che non sono libici, ma che sono partiti dalle coste libiche. Ci abbiamo lavorato per un anno intero - ha spiegato Maroni - e mi pare che questo sia un risultato davvero storico, e mi auguro che prosegua così naturalmente questo comportamento leale della Libia nei confronti nostri, merito degli accordi che abbiamo fatto, e dell’intensa attività diplomatica che abbiamo fatto e nei prossimi giorni partirà quel famoso pattugliamento con le motovedette italiane, ma mi pare che oggi sia una giornata, a un anno esatto dalla nascita del governo Berlusconi nella quale possiamo dire che su questo tema, la lotta all’immigrazione clandestina, abbiamo realizzato esattamente quello che volevamo realizzare. Questa è un’iniziativa molto più efficace per contrastare l’immigrazione clandestina e voglio che questo diventi il modello europeo per l’area del Mediterraneo nei confronti di tutti i paesi rivieraschi».

Alla esultanza di Maroni ha fatto da contraltare l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), Antònio Guterres, che ha rivolto un appello alle autorità italiane e maltesi affinchè continuino ad assicurare alle persone salvate in mare e bisognose di protezione internazionale pieno accesso al territorio e alla procedura di asilo nell’Unione europea.

A nessuno fa piacere la sorte di quelle povere anime dannate, ma se questa fosse la mossa giusta, oltre che per mettere un freno agli sbarchi incontrollati sul nostro territorio, per contrastare l’organizzazione del loro traffico illegale? Non fu fatta una mossa vincente simile nei confronti degli albanesi?

mercoledì 6 maggio 2009

Non è servito a niente


Hanno provato a vincere dandogli del ladro. Hanno provato a vincere dandogli del corruttore. Hanno provato a vincere dandogli del mafioso. Hanno provato a vincere dandogli del dittatore. Hanno provato a vincere dandogli del populista. Hanno provato a vincere dandogli del nano. Hanno provato a vincere dandogli del pelato. Hanno provato a vincere dandogli del tirato col lifting. Hanno provato a vincere dicendo che le sue barzellette non fanno ridere. Hanno provato a vincere dandogli del porco. Hanno provato a vincere dandogli dello sfascia-famiglia. Hanno provato a vincere dandogli del ‘papi’. Hanno provato a vincere dandogli del pedofilo.

Quand’è che proveranno a vincere facendo politica?

Chi fa la spia non è figlio di Maria

Si è detto: no ai medici-spia. "Da cittadino italiano, che paga le tasse, se vado al pronto soccorso con una ferita da taglio non solo mi chiedono le generalità, ma anche come me la sono procurata. Se racconto balle, se sono in stato confusionale, se me ne resto zitto, arriva la polizia. C’è di più, perché se mi presento, ad un qualsiasi medico, affetto da specifiche patologie infettive, quello deve segnalarmi all’autorità, perché così prevede la legge. Non è che facciano le spie, è il loro dovere a salvaguardia della collettività. Nessuno s’è mai lamentato o sentito privato dei propri diritti."

Si è detto: no ai presidi-spia. "Se, da cittadino italiano, che paga le tasse, iscrivo un figlio a scuola devo identificarmi e devo dire dove abito esattamente, perché l’istituto pubblico valuta se ho titolo ad accedere in quel posto o me ne indicano un altro. Non basta: mi chiedono anche quanto guadagno, perché, come nel caso di nidi e materne, c’è una precedenza in base al reddito (il che, purtroppo, favorisce gli evasori fiscali). Un immigrato, magari clandestino, ha maggiori diritti di me? L’istruzione non è solo un diritto, ma anche un dovere. Chi ha figli minori non solo può, ma deve mandarli a scuola. Vale per tutti. Ma se affermo che ai figli dei clandestini devo garantire la scuola è come dire che mi tengo anche i genitori, che cessano d’essere clandestini."
(i brani in corsivo sono liberamente tratti da:http://davidegiacalone.it/index.php/politica/le_spie_della_pochezza)
Si dice: tutto nasce dalla volontà di introdurre il reato di immigrazione clandestina e dalle conseguenze ed implicazioni pratiche della sua introduzione. "Leggi razziste" tuona Franceschini.

Uno stato veramente giusto è quello che sa garantire uguali diritti a ciascun cittadino, ma sa altresì pretendere da tutti i suoi cittadini uguali doveri. Un immigrato che si trova irregolarmente nel paese ospitante, evidentemente non è soggetto ai doveri di qualsiasi altro cittadino (immigrati regolari compresi); è veramente giusto che debba beneficiare degli stessi diritti dei cittadini comuni (a volte, addirittura, in qualità proprio della loro condizione disagiata di irregolare, beneficiarne al loro posto: scuole, case, assistenza sanitaria, servizi pubblici)?

Questa, più che giustizia, può semmai essere considerata solidarietà universalistica. Nobilissima. Ma con aspetti paradossali e contrastanti. Uno stato, che non riesce a garantire condizioni minime di eguaglianza e di giustizia sociale per i propri cittadini (un lavoro stabile, il diritto alla casa, per esempio), può pensare di sobbarcarsi anche il peso del sostegno ai suoi cittadini irregolari? Dal punto di vista umanitaristico questo può avere senz'altro un senso, ma dal punto di vista pratico della gestione delle risorse pubbliche (sostenute dai suoi cittadini regolari), soprattutto in relazione dei suoi cittadini regolari indigenti, ce l'ha ancora? E se non possiamo garantire a coloro i quali vogliono immigrare nel nostro paese un lavoro, una casa, delle condizioni minime di sussistenza (cosa che purtroppo accade anche a numerosi cittadini italianissimi), dobbiamo comunque concedere loro di rimanere? Con quali conseguenze? Non c'è il rischio, con un atteggiamento troppo 'aperto' e lassista, di compromettere la reale integrazione di tutti gli immigrati regolari, vecchi e nuovi, che lavorano, pagano le tasse e che avrebbero tutto il diritto di essere considerati e trattati da cittadini come tutti gli altri, ma che sarebbero loro per primi danneggiati da una incontrollato aumento del numero degli irregolari?

Fuorviante è anche il paragone che si fa tra l'immigrazione irregolare attuale con quella degli migranti italiani di un secolo fa nel continente americano. Costoro si assoggettavano al cento per cento, anche in forme molto degradanti, alle leggi degli stati dove sbarcavano: si facevano identificare, subivano la quarantena sanitaria,
dovevano sottoporsi ad una valutazione della loro volontà di andar in quel paese straniero per lavorare, nel rispetto delle loro leggi. Dopodiché, e non sempre, potevano effettivamente sbarcare sul suolo della terra ospitante (che li accettava perché in quell'enorme paese c'era la possibilità, oltre che la effettiva necessità, di immigrazione di mano d'opera). Si dirà: altri tempi.
Provate oggi a chiedere di poter espatriare in Nuova Zelanda o in Australia: paesi razzisti anche loro?


Roberto D'Agostino: un romano di centro (storico)


"democristiano"? Macché, sono romano. Tra la destra e la sinistra, preferisco il centro storico" - "A cena coi potenti"? Ma sì, qualche volta… Mica han la febbre suina. Anche se alcuni sono dei maiali"

Roberto D'agostino intervistato da Eleonora Barbieri per Il Giornale

Dal terrazzo si gode la sua capitale: «Vedi tutta Roma». Più che vederla, la spia. Dago: Roberto D'Agostino, dal quarto piano sul Lungotevere, controlla i movimenti di vip, politici, finanzieri, giornalisti, potenti d'Italia. Poi «taglio, incollo, scrivo, riscrivo»: tutto sul suo sito, Dagospia, che è un po' la bibbia del gossip di palazzo. «Una portineria elettronica» dice lui.

Aspetta al terzo piano del suo appartamento, che poi sarebbe la redazione, sommerso fra decine di immaginette sacre, crocifissi, statuine napoletane, copertine che lo ritraggono, pupazzi fetish, parti (intime) del corpo in mostra o in scultura, flipper, la collezione di dischi, un telefono rosa con le piume, fotografie (anche quella gigante della Pampanini con la fetta di prosciutto, simbolo del cafonal), giornali, croci, teschi, scarpe appiccicate al soffitto.

Da un lato il Tevere e il cupolone di San Pietro, dall'altro piazza Navona e l'Altare della patria. Ma non vuole parlare lì. «Facciamo colazione?». Allora la chiacchierata è a pranzo, sotto un ritrattone - mosaico di Moira Orfei. Nel regno di Dagospia c'è di tutto, è come cliccare sul sito: esce arte, kitsch, risata, eccesso, umorismo, soldi, passioni, sesso, parole, banche, libri, televisione, fotografie. Gli scoop su Telecom e Mediobanca, sulla Rai e sui salotti della Angiolillo, le foto Cafonal dei «morti da fama» e le picconate di Cossiga. C'è perfino una cappella con un'opera di Damien Hirst. «Rappresenta lo scontro tra chiesa e farmacia, fede e scienza, anima e corpo».

Non dica che va in chiesa...
«Invece sì, spesso. Non solo perché sono credente, ma sono profondamente stregato dall'iconografia religiosa. Scendi di casa, giri l'angolo, entri in una chiesa e trovi un Caravaggio, due Bernini e un Guido Reni che ti aspettano. Per me San Pietro e le sue cerimonie sono un grandissimo show che ha preconizzato Las Vegas, Broadway, Les Folies Bergére... ».

Così va in chiesa... non l'ha mai detto, però. Allora scusi la domanda: che faceva D'Agostino prima di Dagospia?
«Ho avuto tante vite, e ho sempre cambiato senza problemi... mi annoiavo in fretta. Io sono multiplex, come il cinema».

Cominciamo dall'inizio: che cosa faceva il suo papà?
«Era saldatore alla Breda. Così ho studiato ragioneria. È il mio unico titolo e ne sono orgoglioso. Poi a vent'anni sono entrato alla Cassa di Risparmio di Roma. Era il '68».

Era il '68 e lei cominciava a fare il bancario? Non è proprio da rivoluzionario...
«Ma il '68 è stata la fine dei favolosi anni Sessanta. Che erano soprattutto rock: i primi 45 giri dei Beatles e Rolling Stones escono nel '63. Poi Doors, Hendrix, Frank Zappa».

Sono i suoi miti di gioventù?
«Sì, il rock e la cultura beat americana: Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti».

Scusi, ma da Kerouac com'è che poi è arrivato a fare «Bandiera Gialla» con Arbore e Boncompagni?
«"Fare" è una parola grossa. Andavo là, mi sedevo e tifavo. Poi cominciai a scrivere di musica sui giornali. La sera, dopo la banca. Nel '75 sono arrivate la radio private e ho iniziato a fare il disk jockey. Ma la svolta è stata nel '78, con le discoteche».

Lavorava in discoteca?
«Iniziava il cosiddetto riflusso... Eravamo arrivati a un punto in cui o ti compravi una pistola, o ci davi un taglio».

Quindi è finito nelle discoteche...
«Senza più cortei, il sabato si doveva pur fare qualcosa: e io facevo ballare i compagni. Col rock però. La disco music se l'erano presa i fasci... Comunque lavoravo in questa discoteca, il Titan, al venerdì, sabato e domenica».

Sempre dopo la banca...
«Sì. Però cominciai a scrivere di musica anche per Lotta Continua e l'Europeo. Poi per i femminili. Così ho iniziato a guadagnare abbastanza e ho lasciato la banca».

Guadagnava come giornalista o come dj?«Più come dj. Che poi era la mia vera passione. Io sono un fallito... Avrei voluto diventare un musicista rock. Ma non avevo talento per la chitarra e neanche la voce».

Ma intanto è finito in tv...
«Mi ha chiamato Renzo Arbore, che è il mio secondo padre, per Quelli della notte. Non avevo mai fatto tv: finire tutte le sere in diretta... ».

Uno choc?
«Sudavo come un cavallo. Non sapevo che fare».

Arbore avrà avuto qualcosa in mente quando l'ha chiamata...
«Ma no. Gli ho detto: farei la look-parade».

E Arbore accettò così, a scatola chiusa?
«Mi fece un provino a Villa Borghese: fermavo una persona e le facevo l'esame del look. Da come si vestiva raccontavo ciò che voleva essere, la sua identità immaginaria».

E alla fine? Dagospia com'è arrivato?
«Per caso. Prima c'è stato l'Espresso: scrivevo sempre di costume, società e mutande. E poi avevo una rubrica, Spia. Ma capitò un incidente di percorso... ».

Che cosa è successo?
«Scrissi che l'avvocato Agnelli portava sfiga. Non dovevo. Allora ho aggiunto il mio prefisso ed è nato Dagospia. È stata la mia amica Barbara Palombelli a suggerirmi di aprire un sito. Ci misi i soldi da solo, una trentina di milioni. Era il maggio del 2000».

E come ha fatto un sito, a quell'epoca, a diventare un fenomeno?
«Per caso e per caos. Sono partito con le mie solite cronache mondane, ma dopo una settimana scoprii che i naviganti erano più interessati a Tatò e Geronzi che a Madonna e Pippo Baudo».

Affari, finanza, politica, media... Li ha scoperti per caso?
«Ho scoperto che erano gli altri ad aver bisogno di Dagospia: ai personaggi di quel mondo il sito serviva per lanciare quelle notizie che non trovavano spazio sui giornali».

Lei vuol far credere che non ne sapeva nulla?
«Ma se non avevo mai nemmeno letto Il Sole-24 Ore... Che ne sapevo di Mibtel, Ebit... Che me ne fregava, poi».

E come se la cavò così alla grande?
«Intervenne Cossiga coi retroscena su Mediobanca».

Un colpo da niente...
«Nessuno scriveva mai di Cuccia. Io ne parlavo alla pari di un Maurizio Costanzo».

Riceve tante richieste, telefonate, segnalazioni...
«Dagospia è una grande piazza su internet: tutti si incontrano e si scambiano le informazioni. Io faccio solo il collettore. Come una portineria elettronica».

I soprannomi sono uno dei pezzi forti del sito. Daniela Santadechè, Pierfurby Casini, Lobby continua, Sergio Marpionne...
«L'ultimo è Sado-Masi... Bello no? Comunque ecco, io non faccio i dieci comandamenti del giorno. Anche perché quello che oggi è dramma, domani è farsa».

Molto romano... Andreotti ha spiegato che la capacità di sdrammatizzare gli veniva dal suo essere di Roma...

«Ma sì. Noi a Roma abbiamo il Vaticano... ».

E quindi?
«Se uno dice: hai visto Obama? Il romano ha la risposta: 'sti cazzi. Tradotto in italiano educato, non confondiamo mai la cronaca con la storia. Per i milanesi Obama è storia, per noi romani è cronaca».

Cioè?
«Roma ha una regola, che è il succo dell'andreottismo: perché escludere quando si può aggiungere?».

Cos'è, l'elogio dell'inciucio?
«Voi lo chiamate così... Ma il principio è: mai escludere, altrimenti ti crei un nemico in casa. E, prima o poi, il nemico cercherà di farti fuori».

Non è paraculismo?
«No, è realismo. Vuoi volare? E allora ti servono due ali, una sola non basta. Altrimenti è un fratricidio: come nel Pd di oggi... ».

Ma lei è democristiano... Non era di sinistra?
«E Franceschini da dove arriva?».

Ma Franceschini è ora...
«E Prodi? E la Bindi? Ed Enrico Letta?».

Insomma è democristiano?
«Macché, sono romano. Cioè: tra la destra e la sinistra, preferisco il centro storico. La Dc è stata solo un contenitore, Roma è uno stato mentale».

Ammetterà che questo stato mentale ha dei difetti...
«Ma gli scandali, le mazzette, il traffico sono solo cronaca. Anche Dagospia è così: quello che oggi metto in rete muore stasera e tutto rinasce domani mattina... ».

Eh però a volte qualcuno si arrabbia davvero...
«Ma io rispondo: la notizia è infondata? La tolgo. Non è mica scritta sulla pietra».

Allora si offendono? Quanti?
«Tanti. Ma faccio pace».

Con Sgarbi non ha fatto pace, però...
«Niente da fare. Lui se n'è fregato. Pensa solo a se stesso. Sgarbi ha un ego così grosso che se lo piglia per mano e ci va a spasso, sembra che siano in due, invece è da solo. Non gli importa, ma fa bene, così non spreca energie».

A lei invece è rimasto un po' qua, pare...
«Un po'. Perché dopo ho pagato: per anni i giornali mi hanno considerato un'icona del trash in tv».

Cafonal, no? Ora vogliono anche trasformare la rubrica di Dagospia in un film. Che cos'è il cafonalesimo?
«Ne siamo tutti impregnati... Cafonal non deriva da cafone ma dalla parodia di "capital". Tutti vogliono essere quello che non sono».

È tutto finto?
«Tutti recitano una propria fiction. Alla Pirandello: uno, nessuno e centomila. Quando usciamo di casa apparteniamo tutti alla società dello spettacolo, a un caravanserraglio fatto di feste col calicino e la volpetta al collo, quello che si abbuffa, quello che dorme, che si scaccola... ».

Va ancora alle feste?
«Grazie al cielo non m'invitano più...».

L'emblema del cafonal?
«Guardi che siamo tutti cafonal. E non è solo italiano. Prendiamo il bling blin di un parvenu come Sarkozy. O lo stile stracafonal di Michelle Obama».

E lei? È cafonal?
«Come no? Sono il primo».

Ma il codino? Non se lo taglierà mai?
«Forse lo taglierò. Ma io ho delle manie stagionali... ».

Per esempio?
«Ora ho quella dei tatuaggi. Ne ho appena fatto uno sull'avambraccio».

Ci ha scritto Dagospia, con la bombetta...
«Bello, no? Marchiato come un vitello. E ora ne sto facendo uno sulla schiena. Una croce enorme, effetto pelle lacerata. Le mostro un foto... ».

Orribile...
«A me piace. C'è il sangue».

Appunto... Dicono che anche Dagospia abbia i suoi intoccabili: Arbore, la Palombelli...
«Ma sono i miei migliori amici. Lei scriverebbe male dei suoi più cari amici?».

Certo che no. Ma i miei non sono famosi...
«Ma quando li ho conosciuti non erano famosi, Barbara l'ho incontrata nel '72, Arbore nel '65».

Insomma niente feste, snobba le telefonate. Ma a cena coi potenti ci va qualche volta o no? O sono solo leggende?
«Ma sì, qualche volta... parliamo... Mica han la febbre suina. Anche se alcuni sono dei maiali».

lunedì 4 maggio 2009

L'ECONOMIST PRENDE ATTO DEL BERLUSCONISMO



L'Economist, nel numero di questa settimana, dedica un altro articolo a Silvio Berlusconi. Ma stavolta, sorprendentemente, non per criticarlo, ma per arrendersi alla evidenza del suo successo, della sua attuale forza politica e della sua popolarità in continua ascesa, popolarità che, anche in questa fase di crisi internazionale, è assai superiore a quella degli altri leader politici europei. Nello stesso articolo, sempre in relazione alla grave crisi economica internazionale, vengono fatti considerazioni positive al nostro paese, che, pur subendone anch'esso gli effetti, mostra anche elementi che fanno ben sperare.

"L'Economist - ha commentato su radio24 Marta Dassù, esperta di politica internazionale e direttore di Aspen Institute Italia (riportata anche dal blog di Marina Valensise de ilfoglio.it) - la bibbia settimanale dell'elite internazionale, è sempre stato durissimo con Silvio Berlusconi. Nel 1994, aveva invitato il premier italiano a dimettersi. Nel 2001, prima delle elezioni, il settimanale inglese aveva scritto che Berlusconi, dato il conflitto di interessi, era "unfit", non era adatto, a governare. E ancora nel 2006, con una copertina polemica, aveva alzato pollice verso. Data un'eredità come questa, è abbastanza sorprendente leggere l'editoriale in edicola. Ok, scrive rassegnato l'Economist, va ammesso che la popolarità di Berlusconi è senza precedenti, così come la sua forza politica. Ma allora, che Berlusconi il populista – questo l'invito del giornale – la usi sino in fondo la sua forza politica, per fare le riforme dicui l'Italia ha bisogno. E l'Italia, aggiunge un giornale che ha sempre sparato a zero sul nostro paese, ha un enorme potenziale. Il debito pubblico è alto, ma il debito privato è basso. Le banche sono esposte verso l'Europa orientale, ma per ora nessuna ha avuto bisogno di essere salvata. E la ripresa di FIAT, impegnata al take over di Chrysler, è davvero notevole. Se c'è qualcuno che sta avendo una buona recessione è Berlusconi. Così buona da indurre a una qualche rassegnazione persino l'Economist".

audio originale del commento di Marta Dassù del 2 maggio su radio24: http://www.m.aspeninstitute.it/aspen/?q=st/st/martadassu_Radio24_020509&contentid=3683#anchor_video


Questo l'articolo originale dell'Economist (da cui è tratta anche l'immagine): http://www.economist.com/world/europe/displayStory.cfm?story_id=13576329&source=most_commented

domenica 3 maggio 2009

IN NOME DI VERONICA LARIO

"Sono commosso dal sincero interessamento del PD e di tanti suoi elettori per la vicenda umana di Veronica Lario.
Sono certo che costoro, in nome di questa palese e disinteressata umanità, non esiteranno a fare di lei una bandiera per tutte le povere donne vilipese e tradite dal loro stesso grande Amore per un mostro di marito (ricco, ma questo cosa conta?). Se poi accadesse di utilizzare questa bandiera per una battaglia politica contro Silvio Berlusconi (il mostro), questo sarebbe solo incidentale e non voluto, ma il semplice risultato collaterale di una battaglia di puro principio. Ciò che conta - è evidente - è infatti una e sola cosa: la battaglia per il vero e duraturo Amore.
Sostieni Veronica Lario.
Vota PD
(ne hanno bisogno per la loro nobile causa)"



sabato 2 maggio 2009

MINORE LIBERTA' DI STAMPA SE GOVERNA BERLUSCONI?


Nel suo ultimo rapporto, pubblicato quest'anno, Freedom House, un'organizzazione non-profit e indipendente fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e la libertà nel mondo, ha declassato l'Italia (unico caso tra i paesi europei) dal gruppo di paesi del mondo con libertà di stampa a quello dei paesi con libertà di stampa parziale.
sito Freedomhouse.org

"Nonostante l'Europa Occidentale goda a tutt'oggi della più ampia libertà di stampa, l'Italia è stata retrocessa nella categoria dei Paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra, e a causa dell'eccessiva concentrazione della proprietà dei media". L'organizzazione riconosce che in Italia "la libertà di parola e di stampa sono costituzionalmente garantite e generalmente rispettate, nonostante la concentrazione della proprietà dei media", ma che proprio "la concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei" costituisce il vulnus più grave per la libertà di stampa in Italia.

In effetti, anche nei rapporti stilati da Freedom House negli anni precedenti, la posizione relativa dell'Italia si era sempre mantenuta nella fascia più bassa di punteggio tra i paesi con libertà di stampa (dal 61° al 79° della classifica generale, quest'anno l'Italia è al 71°)), registrandosi costantemente una retrocessione della sua posizione relativa in coincidenza con i periodi di governo presieduti da Silvio Berlusconi.

Infatti, come dichiara Karin Karlekar, la ricercatrice che ha guidato l'ultimo studio, il «problema principale dell’Italia» è proprio Berlusconi: «Il suo ritorno nel 2008 al posto di premier ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida». Insomma, per quanto riguarda il nostro paese, ciò che continua a destare preoccupazione è ancora e sempre la solita questione del conflitto d'interessi del nostro premier.

Tuttavia, la libertà di stampa si starebbe riducendo in tutto il mondo, con poco più di un terzo (il 36%) dei 195 Paesi esaminati che garantiscono attualmente la libertà di stampa, essendo comunque la situazione europea decisamente più positiva rispetto a quella di molte altre aree del mondo. "La professione del giornalista è attualmente alle corde e sta lottando per rimanere in vita, stremata dalle pressioni dei governi e di altri potenti soggetti e dalla crisi economica globale. La stampa è la prima difesa della democrazia e la sua vulnerabilità ha enormi implicazioni per la sua tenuta, se i giornalisti non sono in grado di tener fermo il loro tradizionale ruolo di controllori dei poteri".

Commento dell'autore

Il fatto che esista un presidente del consiglio e leader politico proprietario di reti televisive e giornali rappresenta senz’altro una anomalia, anomalia inconcepibile nei paesi anglosassoni. Da questa inconcepibilità deriva il giudizio severo nei confronti dell’Italia. Tuttavia, per noi che in Italia viviamo, che abbiamo conoscenza diretta e giornaliera della situazione reale, mi pare difficile sostenere che da noi non ci sia libertà d’informazione, per una serie di motivi:
1) non esiste un dominio dell’informazione, da parte di Berlusconi, sulla carta stampata. Repubblica, Corriere della Sera, la Stampa e Sole 24ore, cioè i quotidiani di riferimento dell’informazione stampata e più autorevole nel paese, non possono certo essere annoverati tra le fonti informative dominate da Silvio Berlusconi.
2) ritenere la RAI (con i suoi cinquant’anni di storia di lottizzazione, col suo stuolo di intere generazioni di giornalisti cresciuti con culture non solo diverse, ma spesso contrastanti con quelle dell’attuale maggioranza) ’sotto controllo’ di Silvio Berlusconi quando questi è presidente del consiglio, può essere una preoccupazione per Freedom House, ma è poco credibile per chi conosce meglio la RAI e che vede ogni giorno la programmazione delle nostre reti nazionali. Per quanto riguarda l’informazione dei telegiornali, sicuramente esiste un certo ‘adeguamento’ all’editore di riferimento (il governo in carica, ma ciò vale a prescindere da quale esso sia), ma esistono anche una rete di riferimento della sinistra (Rai Tre) anche con un governo Berlusconi in carica.
3) In Italia Sky rappresenta oramai un elemento di novità importante ed affermato, la cui informazione ha assunto anche una notevole autorevolezza e prestigio di indipendenza. Lo stesso dicasi, per quest’ultimo apetto, anche per La7. Ebbene, né Sky, né La7 sono da annoverarsi tra le sedi di dominio di Silvio Berlusconi.
4) Inoltre la realtà di Internet stà prendendo sempre più piede, anche in Italia. Ed è una gran cosa, la vera novità dell’informazione in tutto il mondo, sia per la sua intrinseca democraticità (chiunque può scrivere ciò che vuole) e libertà (ognuno è l’editore di sé stesso).

Per tali ragioni, pur comprendendo le preoccupazioni di Freedom House, mi sento sinceramente di non condividerle.

Il vero problema dell’informazione in Italia, e non da adesso, è rappresentato dalla qualità del nostro giornalismo. Un giornalismo di tipo chiuso ed autoreferenziale, abituato alla stretta assecondazione e condivisione del potere e dei politici, privo delle caratteristiche che hanno reso grande il giornalismo di scuola anglosassone: lo spirito critico e l’impegno di dare voce alle notizie anche se (o addirittura soprattutto se) scomode per il potere. I nostri giornalisti, oltreché a subire il vincolo economico da parte dell’editore che dà loro da mangiare (problema che riguarda tutti i giornalisti del mondo), sono abituati, per una consuetudine tutta italiana, a convivere con i politici di turno, ad assecondarli, a vezzeggiarli, a blandirli. Essendo anche i direttori di giornale giornalisti di questa stessa scuola, è evidente che ne deriva un assecondamento anche editoriale di tutte le testate al potere ed ai politici (anche questa una nostra tipica anomalia; poche le eccezioni, come un Montanelli).
Berlusconi - che per la verità, nella fase iniziale della sua ascesa politica, ha dovuto addirittura ’subire’ e scontare questa situazione per l’opposizione nei suoi confronti da parte di gruppi economici forti e rivali del paese - attualmente, nella sua fase aurea e di auge, si trova a beneficiarne. Indubbiamente è cambiata l’aria e l’atteggiamento generale della carta stampata, ma, paradossalmente, dal mio punto di vista essendo divenuta più libera e obiettiva (essendo venuto meno l’asservimento all’opinione comune finora prevalente della sinistra culturale).
Non se può fare cioè una sua colpa o responsabilità diretta. Tantomeno un segnale di dittatura.