venerdì 31 luglio 2009

La storia di Shay


Shay era un bambino down.
Shay e suo padre passeggiavano nei pressi di un
parco dove Shay sapeva che
c'erano bambini che giocavano a baseball.
Shay chiese: 'Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?'
Il padre di
Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto in
squadra
un giocatore come Shay, ma sapeva anche che
se gli fosse stato permesso
di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la
speranza di poter
essere accettato dagli altri a discapito
del suo handicap, cosa di cui
Shay aveva immensamente bisogno.

Il padre si Shay si avvicinò ad uno
dei ragazzi sul campo e chiese (non
aspettandosi molto) se suo figlio

potesse giocare.
Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e
disse: 'Stiamo perdendo
di sei punti e il gioco è all'ottavo inning.
Penso che
possa entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono'
Shay
entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si mise su
la maglia del team.
Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi
e con un senso di calore
nel petto.
I ragazzi videro la gioia del padre
all'idea che il figlio fosse accettato
dagli altri.
Alla fine
dell'ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era
sempre
indietro di tre punti.
All'inizio del nono inning Shay indossò il
guanto ed entrò in campo.
Anche se nessun tiro arrivò nella sua
direzione, lui era
in estasi solo
all'idea di giocare in un campo da
baseball e con un
enorme sorriso che andava da orecchio ad orecchio
salutava suo padre sugli
spalti.
Alla fine del nono inning la squadra
di Shay segnò un nuovo punto: ora, con
due out e le basi cariche si
poteva anche
pensare di vincere e Shay era incaricato di essere il
prossimo alla battuta.
A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay
anche se significava perdere
la partita?
Incredibilmente lo lasciarono
battere.
Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non
sapeva nemmeno
tenere in mano la mazza, tantomeno colpire una palla.
In
ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che
la
squadra stava rinunciando alla
vittoria in cambio di quel
magico
momento per Shay, si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così
piano e mirando perché Shay potesse prenderla con la mazza.
Il primo
tirò arrivò a destinazione e Shay dondolò goffamente mancando la
palla.
Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente
la
palla a Shay.
Come il tiro lo raggiunse Shay dondolò e questa volta
colpì la palla che
ritornò lentamente verso il tiratore.
Ma il gioco
non era ancora finito.
A quel punto il battitore andò a raccogliere la
palla: avrebbe potuto darla
all' uomo in prima base e Shay sarebbe
stato eliminato
e la partita sarebbe finita.
Invece...
Il tiratore
lanciò la palla di molto oltre l'uomo in prima base
e in modo
che
nessun altro della squadra potesse raccoglierla.
Tutti dagli spalti e
tutti i componenti delle due squadre incominciarono a
gridare: 'Shay
corri in prima base! Corri in prima base!'
Mai Shay in tutta la sua
vita aveva corso così lontano, ma lo fece e così
raggiunse la prima
base.
Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall'emozione.
A
quell punto tutti urlarono:' Corri fino alla seconda base!'
Prendendo
fiato Shay corse fino alla seconda trafelato.
Nel momento in cui Shay
arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva
ormai recuperato
la palla..
Il ragazzo più piccolo di età che aveva ripreso la palla
quindi sapeva di
poter vincere e diventare l'eroe della partita,
avrebbe
potuto tirare la
palla all'uomo in seconda base ma fece come il
tiratore prima di lui, la
lanciò intenzionalmente molto oltre l'uomo in
terza base e in modo che
nessun
altro della squadra potesse
raccoglierla.
Tutti urlavano: 'Bravo Shay, vai così! Ora corri!'
Shay
raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo
raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta.
Nel momento in
cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di gioia.
A quel punto
tutti gridarono:' Corri in prima, torna in base!!!!'
E così fece: da
solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in aria
e ne fecero
l'eroe della partita.
'Quel giorno' disse il padre piangendo 'i ragazzi
di entrambe le squadre
hanno
aiutato a portare in questo mondo un
grande dono di vero
amore ed umanità'. Shay non è vissuto fino
all'estate successiva.
E' morto l'inverno dopo ma non si è mai più
dimenticato di essere l'eroe
della partita e di aver reso orgoglioso e
felice suo padre..
non dimenticò mai l'abbraccio di sua madre quando
tornato a casa le raccontò
di aver giocato e vinto.


Questa storia gira su internet, e non so se sia vera. Probabilmente no, ma rimane bellissima.

Nota: nella foto un ragazzo Down (ma non è Shay)

mercoledì 29 luglio 2009

Gelmini: mi batterò per una scuola italiana di qualità


«L’intervento di Paola Goisis (deputata della Lega; ndnick) in commissione Cultura durante la discussione sulla proposta di legge del presidente Aprea (presidente della commissione Cultura, Scienza e Istruzione e relatrice della riforma per l'autogoverno delle istituzioni scolastiche; ndnick) era molto articolato, toccava diverse tematiche e conteneva tra l’altro osservazioni interessanti e assolutamente condivisibili. Come ad esempio quella di favorire un legame più stretto tra i docenti ed il territorio nel quale operano». «Sostenere che il partito di Umberto Bossi propone test di dialetto per i professori, sic simpliciter, è, come dice il capogruppo leghista Roberto Cota, una bufala». «Nella scelta degli insegnanti la stella polare per il governo resta quella della loro preparazione e della loro cultura. Sono insegnanti bravi o no? Tutto il resto viene dopo. Detto questo, non escludo si possa valutare il fattore della rappresentanza territoriale, inserendo accanto agli altri criteri quello della residenza. Si tratta soltanto di ipotesi e prima di essere attuate vanno sciolti tutti i dubbi giuridici». «Occorrono un ampio confronto ed una riflessione che potranno poi rientrare in un progetto più ampio di riforma dei programmi e del meccanismo di selezione per i docenti. Non vedo che cosa ci sia di sbagliato nell’idea di inserire nei programmi di studio elementi che riguardano il territorio, le tradizioni e la cultura locale. Ovvio che questo vale per il Nord e per il Sud allo stesso modo». «Basta con il viavai dei professori che cambiano scuola ogni anno, facendo la spola da una regione all’altra, da una città all’altra. Voglio rivedere questi meccanismi. Ovvio che faremo attente verifiche ma il mio obiettivo è quello di sostenere la continuità didattica, voglio chiudere l’epoca degli insegnanti stagionali». «La vicenda della mozione della giunta di Vicenza (che intendeva bloccare l'afflusso di un gran numero di presidi provenienti dal sud nelle regioni del nord; ndnick) dimostra come queste preoccupazioni attribuite sempre e soltanto alla Lega siano in realtà comuni a tutte le forze politiche presenti in quelle zone. Ricordo infatti che quella mozione è stata sostenuta prima di tutto dai rappresentanti del Partito democratico. Dunque, se una questione settentrionale esiste non riguarda soltanto il partito di Umberto Bossi, ma tutti i cittadini e dunque tutte le forze politiche». «Le rivendicazioni localistiche non hanno più senso in epoca di globalizzazione. I rettori che oggi si lamentano (della classifica stilata dal ministro sui livelli di eccellenza delle università italiane; ndnick) invece di piangere devono rimboccarsi le maniche e darsi da fare per ottenere risultati migliori. L’unico criterio di cui abbiamo tenuto conto è stato quello della qualità sulla base di indicatori internazionali che hanno dato un risultato oggettivo. Anche in questo caso non è vero che il Meridione sia stato penalizzato. Sono state promosse molte università al Sud e molte sono state bocciate al Nord».

A settembre la scuola riparte, le novità della riforma sono molte. Che cosa si aspetta?
«Non mancheranno quelli che faranno opera di terrorismo sulle famiglie. Ma io non intendo farmi condizionare da minoranze rumorose. Mi batterò per riportare la scuola italiana a livelli qualitativi competitivi in Europa e nel mondo».

Brani tratti dall' intervista a Maria Stella Gelmini, ministro dell'Istruzione, sul Giornale.

lunedì 27 luglio 2009

Il sud, il nord e l'Italia

La questione sollevata a proposito della nascita del cosiddetto partito del sud è un qualcosa che ha coinvolto in maniera evidente e diretta il PDL, e che ha assunto i caratteri di una lotta interna per la conquista di potere al suo interno. Tuttavia coinvolge non solo il PDL. E, soprattutto, è molto più di questo.

"In gioco è infatti la sostenibilità del sistema economico italiano. - scrive Alberto Bisin sulla Stampa - Il reddito pro-capite della Lombardia (dati Eurostat 2005) è circa il doppio di quello della Campania, della Calabria o della Sicilia. Così è con alti e bassi sin dagli Anni 60, anche a fronte di interventi fiscali dal Nord al Sud di notevolissima entità. Per esempio, dai dati del ministero delle Finanze (elaborazione Centro Studi Sintesi, 2005) risulta che l’eccesso di spesa pubblica sui tributi raccolti da Stato e Regioni (disavanzo pubblico totale per Regione) è pari a quasi duemila euro pro-capite in Campania, a oltre tremila in Calabria, a tremila e cinquecento euro in Sicilia. I contribuenti lombardi invece versano allo Stato cinquemila euro pro-capite in eccesso di quanto ricevano; e duemila i piemontesi.
Le tasse hanno un’importante funzione redistributiva, dai più ricchi ai meno ricchi, ed è quindi naturale che in Italia il Nord sussidi il Sud. Ma flussi di questa entità sono sostenibili solo se temporanei, se finalizzati a investimenti per lo sviluppo. I sussidi della Germania Ovest all’Est dopo l’unificazione sono un chiaro esempio. Non è questo il caso in Italia, almeno dagli Anni 60. La spesa pubblica nel Sud ha un forte carattere clientelare e ha alimentato una classe di politici e amministratori locali tra le peggiori d’Europa. La gestione della questione rifiuti in Campania, della spesa sanitaria in Calabria, Puglia, e ancora Campania sono casi eclatanti ma niente affatto anomali. Per quanto l’intero Paese sia caratterizzato da un sistema pubblico enormemente inefficiente, la situazione al Sud è addirittura indegna di un Paese sviluppato.
Si è parlato molto della sanità in questi giorni, e molti osservatori hanno notato come sia proprio nelle Regioni in cui la spesa sanitaria è maggiormente fuori controllo che i servizi sanitari sono carenti e i malati sono costretti a curarsi altrove. Una situazione simile si ha anche nell’istruzione. I risultati della valutazione delle università recentemente ripresi dal ministro Gelmini sono chiari: le università superiori alla media italiana in termini di ricerca, insegnamento, e capacità di attrarre fondi sono distribuite quasi esclusivamente al Nord e quelle inferiori alla media al Sud. I test Pisa (Ocse, 2006), che misurano i livelli di apprendimento per alunni di 15 anni, danno risultati chiari: se in matematica gli studenti lombardi stanno a livello dei francesi e dei tedeschi, gli studenti siciliani e campani competono con i turchi e i thailandesi.
(...) La verità è che la spesa pubblica è gestita al Sud in modo spaventosamente clientelare e quindi inefficiente. E così è anche per le entrate (dati Agenzia delle Entrate, medie 1998-2002): per ogni euro Irap dichiarato, si evadono 93 centesimi in Calabria, 60 in Sicilia e in Campania, 13 in Lombardia e 30 in Piemonte.
Non è necessario credere ai riti celtici con l’acqua del Po o essere fautori del ritorno della Serenissima per comprendere che squilibri fiscali come quelli evidenziati, accompagnati dalle divergenze nella qualità dei servizi di cui si è detto, non abbiano nulla a che fare con la solidarietà né con un’equa redistribuzione delle risorse. Tali squilibri sono insostenibili nel medio periodo, specie in un Paese gravato da un debito pubblico enorme e da un fisco tanto asfissiante quanto inefficiente. In questa situazione, il governo irrigidisce giustamente i cordoni della spesa e la classe politica che rappresenta il Sud fa quello che è stata eletta per fare: chiede finanziamenti, sussidi, e posizioni di governo da cui poter elargire finanziamenti e sussidi."

Accondiscendere, in queste condizioni, alla pretesa di sempre maggiori sussidi e sempre maggiore impegno economico nel sud da parte dello stato, dunque, oltre che sbagliato ed inefficace, sarebbe esporre ad un grave pericolo la tenuta economica e sociale dell'intera nazione.

"Per questo la rigidità finanziaria del ministro Tremonti è tanto impopolare quanto importante. - scrive ancora Bisin - Data la situazione in cui versa l’amministrazione locale nel Mezzogiorno, il governo fa bene nel breve periodo ad accentrare i centri di spesa per investimenti al Sud. Ma una riproposizione della Cassa del Mezzogiorno sarebbe un grave errore. Nel medio periodo è necessario che gli elettori siano, in ogni parte del Paese, responsabili fiscalmente della spesa dei propri amministratori. Solo allora gli amministratori locali e i governatori regionali saranno eletti sulla base della loro capacità di favorire lo sviluppo e non di produrre sussidi. Ne guadagnerà il Nord, ma soprattutto il Sud."

L'unica soluzione alternativa possibile essendo forse solo l'occupazione militare ed il commissariamento del sud.

Un nuovo 25 luglio, anche se non del prossimo anno


Certamente Silvio Berlusconi non cadrà per una vicenda come quella del D'Addario-gate. Certamente il suo attuale governo sta agendo con un ampio consenso popolare, con già notevoli successi dell'azione perlomeno di alcuni suoi ministri (Brunetta, Tremonti, Zaia, Maroni, per citarne alcuni). Certamente, aldilà delle critiche che gli vengono mosse, Berlusconi ha dimostrato e continua a dimostrare una capacità di leadership nel suo schieramento indiscussa e indiscutibile, forse insostituibile (basti pensare al problema del tenere assieme Lega, ex-AN, e tutte le anime del PDL, nascente 'partito-del-sud' compreso). Tuttavia occorre riconoscere alcuni elementi oggettivi: 1) Silvio Berlusconi a settembre compirà 73 anni, ed a fine mandato dell'attuale governo ne avrà 77; 2) sondaggi a parte, c'è una larga parte dei cittadini, anche tra i suoi stessi sostenitori, che mal tollera certi suoi aspetti comportamentali e personali; 3) se non ora, quando sarebbe il momento di preparare la sua - inevitabile - successione alla guida del PDL?

Scrive Giampaolo Pansa: "In questi giorni sto presentando il mio ultimo libro in diverse città del centro-nord. E ho di fronte un pubblico in gran parte moderato, dove gli elettori del Popolo delle Libertà sono numerosi. Molti di questi mi presentano in forme diverse due domande. La prima domanda è quasi obbligata: quanto tempo potrà durare Berlusconi sotto questa offensiva senza soste? La seconda, che si affaccia con una frequenza sempre maggiore, dice così: siamo sicuri che il premier faccia bene a non ritirarsi, rischiando di procurare un danno irrimediabile al suo governo, alla sua maggioranza e, in definitiva, anche a noi che lo abbiamo mandato a Palazzo Chigi?" (...) "Che cosa ne pensano big come Gianni Letta, Giulio Tremonti e Gianfranco Fini? Se la memoria non m’inganna, non hanno mai aperto bocca in difesa del premier. Ritengo che dovrebbero parlare. E soprattutto agire. Nell’unica direzione utile al paese: convincere Berlusconi a ritirarsi." (...) "I capi del Pdl dovrebbero fare un passo in avanti e dar vita a un nuovo 25 luglio (il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo obbligò Mussolini alle dimissioni; ndnick). Anche loro debbono liberarsi di un leader andato in frantumi. Sarà soltanto un’azione di legittima difesa. Per se stessi e per i loro elettori."

Pur dissentendo dall'opinione di Pansa sul fatto che Berlusconi sia un leader "andato in frantumi" - la mia impressione è tutt'altra: soprattutto ora è forte ed indispensabile come non mai - e dunque pure sulla necessità di un nuovo Gran Consiglio per costringerlo alle dimissioni, ritengo tuttavia giusto, anche in base alle considerazioni sottolineate prima, pensare già oggi al futuro, prepararsi, perlomeno cominciare già oggi a porsi il problema. Per non doversi poi trovare nella condizione di doverlo affrontare improvvisamente e drammaticamente.

Quest'anno il 25 luglio è già passato. Sicuramente ne passerà un altro e forse un altro ancora. Ma un 25 luglio per Silvio Berlusconi dovrà arrivare. La cosa migliore sarebbe che lo programmasse lui stesso. Per non dare all'Italia un altro 8 settembre.

domenica 26 luglio 2009

La questione meridionale (ed il partito del sud)


Se è vero, come è vero, che, ad esempio, nella gestione della sanità pubblica «è possibile che con le stesse dotazioni al Nord facciano i poli di eccellenza e al Sud sforino e costringano la gente a emigrare in Veneto o in Lombardia, per curarsi» (Giulio Tremonti dixit), la soluzione migliore quale può essere? Dare più poteri al (fantomatico) partito del sud o commissariare il sud da parte del nord?

Intervento nel dibattito apertosi sui movimenti all’interno del Pdl per la formazione di un partito del sud o di un partito federato all’interno dello stesso Pdl del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, ospite di radio 102.5:

“Dico no al partito del Sud se la sua mission deve essere quella di ricattare il resto della politica, per avere più risorse e spenderle male”. “Che esista da sempre un problema meridionale è indubbio. Si è tentato in tutti i modi di contrastare questo tipo di declino, basti pensare a alla Cassa del Mezzogiorno, solo che il divario nord-sud si è mantenuto ed anzi allargato. Il problema non è però mettere gli uni contro gli altri, ma affrontare con fermezza i nodi che, a mio parere, si chiamano classe dirigente e politica inadeguata. Inutile o sterile fare del facile campanilismo o peggio farsi prendere dalla facile retorica sui luoghi comuni del Mezzogiorno”. “Come governo stiamo preparando un piano di rilancio del Sud, un piano concreto di opere e infrastrutture, di servizi, con strumenti di controllo della spesa. Tremonti ha un compito gravosissimo e spesso dice no anche al Nord. Oggi la questione che abbiamo davanti è come far convivere i problemi di una parte avanzata del Paese con quelli della parte meno avanzata del Paese. E credetemi che non è facile quando le risorse sono poche e la coperta è corta”. “Fa parte della normale dialettica democratica che ci siano forze politiche che portano avanti le proprie istanze. Il presidente di Berlusconi, che è il punto di sintesi di questa utile tensione, punta a rilanciare la progettualità del Sud. ma per questo serve anche una classe dirigente capace. Inutile parlare di Roma ladrona, del centralismo o cose del genere. Il vero gap nord-sud è nella classe dirigente”. “Se il problema e ‘ avere piu’ soldi e spenderli male allora dico di no. Se questi movimenti politici si formano per ricattare il resto della politica, per avere più risorse e spenderle male allora non li vedo con favore. Viceversa, se questi movimenti si caratterizzano per responsabilità allora ben vengano”.

sabato 25 luglio 2009

Casini: no al centrosinistra, il PDL non sopravviverà.


Intervista a Pier Ferdinando Casini sul Riformista:

Presidente, secondo lei il berlusconismo è in crisi?
Se crisi significa che è iniziato il conto alla rovescia sulle sorti del governo direi proprio di no. La legislatura arriverà alla sua scadenza naturale. Però stanno emergendo contraddizioni politiche che era facile prevedere.

Quali sarebbero?

Le faccio un elenco: Berlusconi è sempre più Berlusconi, e un po’ di autocritica servirebbe anche a lui; la Lega ha la golden share dell’alleanza e fa il bello e cattivo tempo anche esponendo il governo a tornare sui suoi passi come sul caso delle badanti; il Mezzogiorno è dimenticato; le promesse al mondo cattolico come il quoziente familiare lasciate cadere; il Pdl è un comitato elettorale e non un partito. Se poi a questi elementi soggettivi aggiungiamo quelli oggettivi, come una crisi ben lungi dall’essere superata, direi che la situazione è difficile.

Difficile in misura da auspicare un governo tecnico, o di emergenza per la crisi?
Non auspico nulla. A coloro che mostrano una certa impazienza verso soluzioni poco chiare rispondo con le parole che Emilio Colombo usò nei confronti di un Flaminio Piccoli particolarmente agitato, durante una riunione dei dorotei: “Quanto a te, Flaminio, calma, calma, calma”. Nel senso che o Berlusconi capisce che così non va e apre un percorso autocritico, o è giusto che questa stagione politica si consumi fino in fondo.

Che cosa pensa, da cittadino e da cattolico, del sexgate di Berlusconi?
Da cittadino penso che dovrebbe avere un atteggiamento più rigoroso nelle frequentazioni. Da cattolico non scaglio la prima pietra. Svilirebbe il mio rapporto con la fede non tener conto che sulla vita delle persone le somme si tirano in ben altre sedi.

E la cosiddetta mozione «anti-papi» del Pd, slittata a settembre?
Propaganda pura. Se il Pd pensa che Berlusconi è venuto meno ai suoi doveri istituzionali proponga una commissione di inchiesta. Quella mozione è una ipocrisia politica e morale.

Torniamo al governo. Che cosa intende per autocritica?
Una correzione di rotta sui punti che ho elencato. Insomma, di fronte a una crisi economica di questa portata mi sarei aspettato che il governo facesse un appello alle forze responsabili presenti in Parlamento. Noi eravamo pronti, anche sul tema della riforma delle pensioni, soprattutto perché vediamo il rischio di possibili tensioni sociali. Un altro esempio? In Abruzzo la protezione civile può pure essere santificata ma Zamberletti in Friuli non espropriò gli enti locali dalle loro funzioni. E ancora: quando Berlusconi ha chiesto il voto per Mario Mauro al Parlamento europeo noi non abbiamo detto “no, è di Forza Italia”, ma “sì, perché è italiano”.

Che cosa comporterebbe una correzione di rotta da parte di Berlusconi?
Qualora si verificasse si aprirebbe una fase politica nuova, di cui dovremmo prendere atto tutti, compreso il Pd. Ovviamente non parlo della Lega o di Di Pietro, che rappresentano l’antipolitica di governo e di opposizione.

Lei, come il Riformista, auspica un nuovo arco costituzionale che, nell’isolare le forze antipolitiche, tracci il perimetro della dialettica politica?
Magari! Gli attacchi al capo dello Stato segnano un discrimine politico, etico e istituzionale. E mi sembrano un po’ ipocrite le parole del mio amico Enrico Letta che distingue il Di Pietro ministro delle Infrastrutture da quello che fa i girotondi attorno al Colle. Andiamo al fondo della questione: noi non vogliamo essere l’ago della bilancia degli schieramenti, ma ci accontenteremmo di essere parte di un super-partito di responsabilità nazionale. Un partito del quale non vorremmo neanche avere la golden share.

Al primo punto la difesa del Parlamento?
Certo. Tra decreti, voti di fiducia e maxiemendamenti viene costantemente svilito e viene pure dribblato il controllo del presidente della Repubblica. Lo dico con molta franchezza: Fini in molte occasioni dice cose che condivido ma forse è un po’ troppo impegnato a fare futuro (riferimento ironico alla fondazione vicina al presidente della Camera, ndr) che a fare presente. Un po’ di coraggio in più non guasterebbe.

Congresso del Pd. Da spettatore come giudica il dibattito?
Certo non tifo per Marino, che sulla laicità ha un approccio molto distante dal mio. Ma prendo atto che sia Bersani sia Franceschini dicono che è inevitabile un rapporto con noi. E ha ragione Franceschini ad affermare che non siamo un partito di centrosinistra. Infatti non vogliamo essere la Margherita del 2010, e il problema del centrosinistra col trattino non ci riguarda.

Però?
Però vedo elementi di contraddizione nella maggioranza di Franceschini dove c’è chi rifiuta l’idea di un partito a vocazione maggioritaria come Rutelli e altri che ne sono ancora convinti sostenitori. Per quanto riguarda l’evoluzione del sistema politico Bersani è più chiaro e ci sono convergenze tra noi. Ma dallo stato del dibattito mi pare che chiunque vincerà il congresso avrà gli stessi problemi.

Le convergenze di cui parla riguardano solo le riforme istituzionali?
Se Bersani pensa che noi possiamo stare in un'alleanza con Di Pietro e un pezzo di estrema sinistra sbaglia. Noi non siamo assolutamente disponibili a un nuovo centrosinistra.

Tra un anno le regionali. I nostri sondaggi dicono che siete determinanti in quattro regioni.
La verità è che sono molte di più. Faccio prima a dirle dove la partita è più scontata: Emilia, Toscana, Veneto e Lombardia. Per il resto i nostri voti servono ovunque per vincere.

Alle amministrative di quest’anno lei ha fatto alleanze a geometria variabile. Riproporrà lo schema alle regionali?
Sì. Accettare l’idea di alleanze prestabilite significa essere subalterni agli uni o agli altri. Noi lavoriamo per smantellare questo bipartitismo artificioso. E se questo è l’obiettivo non ci si può chiedere di irrigimentarci. A chi dice “o l’Udc sceglie o non faremo alleanze” rispondo che questo ricatto non ci spaventa.

Cioè sosterrete Formigoni in Lombardia e magari un candidato del Pd nel Sud?
Innanzitutto noi non mangeremo le minestre che vorranno proporci. Valuteremo, proporremo nostri candidati e progetti, come alle scorse amministrative. Anche perché molti dei governatori uscenti non sono sostenibili. Certo non ci vedrei niente di male a sostenere Formigoni. Se ci fosse però un leghista il discorso sarebbe diverso visto che, diversamente da Violante, non sono stato sedotto da Calderoli.

Insomma, mani libere?
Non siamo più il partito degli assessori e non abbiamo l’ossessione del potere. Qualcuno, polemicamente, dice che ci siamo snaturati. In parte è vero: il Ccd aveva nel cromosoma il Polo delle Libertà. Ma abbiamo perso la scommessa che il berlusconismo si amalgamasse al popolarismo europeo. Anzi Berlusconi ha accentuato, nel Pdl, le caratteristiche emergenziali di FI del ’94 fondando un partito da un predellino e dicendo: “chi c’è, c’è”. Non credo che il Pdl sopravviverà a lui. Noi vogliamo rimanere il punto di riferimento dei moderati e dei riformatori di centro. Dalle alleanze prestabilite stiamo fuori, nello spirito di un partito sturziano che riconosce autonomia al territorio, nel compiere le scelte di buona amministrazione che riguardano da vicino i cittadini.



"Ne resterà solo uno. Ed io ci sarò." (sintesi di nick del Casini-Highlander pensiero)

giovedì 23 luglio 2009

Di Pietro contro tutti: anche Donadi

Come scrive Carlo Panella sul suo blog, "è evidente a tutti la logica che sta dietro ai caroselli tentati da Di Pietro davanti al Quirinale a alle sue parole sprezzanti verso Napolitano: continuare con la logica di Mani Pulite, destabilizzare tutte le istituzioni e imporre un'ipoteca populista e forcaiola sulla vita politica del paese. Il Quirinale, si sa, è l'unica istituzione che -nonostante Oscar Luigi Scalfaro- è uscita indenne nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Ma ora Di Pietro ne fa oggetto di lazzi e provocazioni, sulla base della sua abituale sgrammaticata lettura istituzionale (la non firma delle leggi di berlusconi da lui pretesa è improponibile) e il suo gesto ormai è irreparabile".
Talmente irreparabile da aver costretto finalmente anche il PD ad un netto smarcamento nei suoi confronti. Basta citare le parole di Massimo D'Alema: «Da membro dell'opposizione, trovo sinceramente che indirizzare l'attacco, in modo pretestuoso e anche volgare, contro il capo dello Stato, è semplicemente un modo per aiutare il governo e il presidente del Consiglio a sollevarsi dalle proprie responsabilità. L'onorevole Di Pietro la smetta». D'Alema ha anche sottolineato come anche tra i dipietristi «cominci a sorgere qualche dubbio e qualche riserva sulla condotta» del loro leader.

In effetti l'onorevole Massimo Donadi, capogruppo dell'Idv alla camera, pare piuttosto esplicito al riguardo nella sua intervista rilasciata al Riformista:
"Non possiamo certo rimanere inermi di fronte all'offensiva di Berlusconi. Ma Di Pietro non deve portare avanti lo scontro frontale con Napolitano. Così rischiamo di fare il gioco del premier". "L'idea della manifestazione non mi ha convinto. La tentazione anche legittima di forzare la mano di Napolitano rischia di portarci al risultato opposto."riconosco che il compito del presidente della Repubblica deve essere per definizione improntato al massimo equilibrio. Aggiungo che, soprattutto in questo momento, con una maggioranza così allineata al suo capo, il ruolo di Napolitano è ancora più delicato. È Berlusconi che ha tutto l'interesse a portare i rapporti con il Colle sul filo del rasoio". "Così facendo, rischiamo di “costringere” il capo dello Stato ad essere ancora più prudente. Mi creda, l'Italia dei valori riconosce la grande valenza istituzionale della lettera che Napolitano ha accompagnato alla «promulgazione piena» della legge sulla sicurezza. Pensi che il suo contenuto è diventato una nostra mozione. Più che altro guardate come ha reagito la maggioranza: Maroni s'è limitato a dire che farà qualcosa quando sarà l'ora di scrivere i regolamenti attuativi...". "Certo, nel suo intervento dell'altro giorno il capo dello Stato è stato molto esplicito (il riferimento al "vano rotear di scimitarra" del "feroce Saladino", ndnick). Ma sono convinto che il presidente della Repubblica non avesse la benché minima intenzione di offendere Di Pietro. Napolitano è un galantuomo. Ripeto: forse il Quirinale sta seguendo la linea del tatticismo esasperato. Ma la logica dello scontro frontale finirà per portarlo nella direzione opposta rispetto a quella che vogliamo. Con l'aggravante che l'unico ad avvantaggiarsi rischia di essere, alla fine, Silvio Berlusconi".

Di Pietro-Saladino è riuscito a mettere d'accordo tutti. Era ora.

Pressione fiscale al 43,3% per effetto del calo del PIL


(Dal Sole24Ore)
"Il 2009 registrerà un calo del gettito fiscale del 2,2% ma, per effetto della riduzione della crescita, ci sarà un aumento della pressione fiscale che tornerà dal 43% del 2008 al 43,3%, cioè al picco registrato nel 2007 con il precedente Governo, raggiungendo così il livello più alto se si esclude il 1997, cioè l'anno dell'eurotassa nel quale toccò il 43,7%. La pressione fiscale, cioè il rapporto tra le tasse incassate e la ricchezza prodotta dal paese, tornerà a scendere sotto la soglia del 43% solo nel 2013 (42,9%)."
La pressione fiscale (o tributaria) è il rapporto tra le entrate tributarie e il Pil al netto delle imposte in conto capitale. La "pressione fiscale" è quella che grava sulla ricchezza dei cittadini. Secondo il DPEF del giugno 2008, la pressione fiscale dovrebbe aumentare fino al 43,2% nel 2010, per poi calare al 42,9% nel 2013 [1].
(da Wikipedia)
"Il quadro di finanza pubblica per gli anni 2008-2013, indica che «nonostante l'aggravarsi della crisi economica e il conseguente peggioramento delle condizioni di finanza pubblica, l'indebitamento netto rimane al di sotto del limite del 3% nel 2008, eccede questo limite nel 2009 mentre riprende una tendenza alla diminuzione negli anni successivi»."

"Più preoccupante è invece l'andamento del debito, che nelle nuove previsioni dal 105,9% del 2008, tornerà a salire per rimanere fermo sopra al sopra il 111% del pil nel triennio 2009-2012 (con il picco del 112,5% il prossimo anno) e poi ridursi lievemente al 101,5%& nel 2013: cioè alla fine del quinquennio considerato il debito sarà quattro punti più alto dell'attuale."

mercoledì 22 luglio 2009

D'Addario: il parere di uno straniero saggio


''I giornali si devono vendere e si vendono con le notizie un po' scabrose''. ''Chi di noi può giudicare la vita privata degli uomini. Se si comincia con questo, allora entriamo nelle case di tutti e non credo che tutti siano santi. Mischiare privato con la politica vuole dire non avere argomenti politici. Non ho lezioni da dare a La Repubblica, ma non so se fa bene all'Italia che è un grande Paese civile e per questo io sono qui in Mediobanca e in Telecom''. ''Se solo ci fosse un po' di patriottismo sarebbe meglio: vorrei vedere cosa succederebbe se la stampa francese parlasse del suo presidente come fa certa stampa italiana. Credo che non abbiate bisogno di lezioni dagli stranieri per dirvi come vi dovete comportare''. ''E' un attacco all'Italia, oggi si tratta di Berlusconi, prima si diceva che Andreotti era mafioso e poi attaccarono Craxi. Non avete capito che non vogliono che l'Italia sia un grande Paese, ma vogliono che sia un Paese del Terzo mondo. Non leggete i giornali francesi e inglesi che hanno un odio profondo verso l'Italia''. ''Murdock è stato autorizzato a venire in Italia, Sawiris ha comperato Wind. L'Italia è il Paese più aperto, meno razzista e più generoso in Europa. Non dovete prendere lezioni di grandezza da altri, siete più grandi di loro, potete dare voi lezioni a francesi, inglese e tedeschi. Pensate che i francesi avrebbero mai lasciato il controllo della Mediobanca o della Pay-Tv francese ad un gruppo straniero?''.

Così Tarak Ben Ammar, finanziere franco-tunisino, presente nei consigli di amministrazione di Telecom Italia e di Mediobanca, commenta le polemiche relative alle vicende personali del premier Silvio Berlusconi.
E se fosse solo uno straniero saggio?

Del caso D’Addario-Berlusconi mi pare si sia detto, scritto, sentito, visto a sufficienza per farsene una opinione chiara. Come ha scritto Antonio Polito sul Riformista, “il dovere di informare dovrebbe fermarsi sulla soglia del buco della serratura, o dell’origlio. Nel senso che il guardonismo è superfluo quando non aggiunge informazioni. E, di conseguenza, rischia di essere morboso”. In Italia chi continua a parlarne lo fa solo per un intento politico in chiave anti-Berlusconiana (il gruppo Repubblica-Espresso anche per vendere qualche copia in più). Chi ne continua a scrivere all’estero lo fa solo perché l’argomento è “pruriginoso” (quindi piace, soprattutto all’estero), e perché da modo di dare sfogo ad antipatie e rivalità nazionalistiche. Dunque chi in Italia usa ed esalta in chiave interna questi articoli pubblicati all’estero, oltre che non aggiungere niente all’informazione, presta semplicemente il fianco a questi atteggiamenti sostanzialmente anti-italiani. Questo era essenzialmente il senso ultimo delle affermazioni di Tarak Ben Ammar (che i francesi, in particolare, conosce bene) e mi pare che, nonostante sia senz’altro un ’socio’ ed un amico personale di Silvio Berlusconi, in questo caso non si possa non riconoscere che abbia detto una cosa saggia.

A proposito della presunta ’superiorità italiana’, devo dire che in effetti ben difficilmente, in Italia, avremmo assistito ad una campagna simile per tenore, argomenti e rancore personale verso un capo di governo estero. Su questo, siamo davvero superiori. Anche se, di converso, all’estero ben difficilmente ci sarebbe stato l’atteggiamento accondiscendente e complice che si è potuto trovare in Italia nei confronti di attacchi di simile bassezza e cattiveria provenienti da un altro paese. Non è forse il vittimismo e l’autolesionismo una peculiarità (negativa stavolta) molto italiana?




martedì 21 luglio 2009

D'ADDARIO: SARA' ORA DI FINIRLA?


A proposito delle registrazioni fatte dalla D'Addario in occasione dei suoi incontri con Silvio Berlusconi e recentemente pubblicate dal gruppo l'Espresso, scrive Antonio Polito sul Riformista:

“… il dovere di informare dovrebbe fermarsi sulla soglia del buco della serratura, o dell’origlio. Nel senso che il guardonismo è superfluo quando non aggiunge informazioni. E, di conseguenza, rischia di essere morboso.

Abbiamo ascoltato ieri, come tanti italiani, le registrazioni rese pubbliche dall’Espresso che la escort Patrizia D’Addario ha realizzato con mezzi propri durante i suoi incontri – uno dei quali sessuale – con Silvio Berlusconi. E quell’audio non aggiunge niente a quanto si sapeva: perché la D’Addario stessa l’aveva rivelato ai giornalisti e ai magistrati con dovizia di particolari.

Del resto Berlusconi non ha mai smentito quell’incontro, limitandosi una volta a dire che aveva invitato a casa l’ospite sbagliato. Dunque la motivazione con cui il giornale ha pubblicato le conversazioni – e cioè come prova che la D’Addario non mente – non è robusta.”

(…)

"Per finire, ma solo come aggiunta, va segnalato che la voce maschile che si ascolta in quelle registrazioni è la voce di una persona che non risulta nemmeno indagata in questi procedimenti. Che si chiami Silvio Berlusconi, e che Silvio Berlusconi abbia scherzato col fuoco fino a scottarsi in questa storia, nulla toglie al suo diritto di cittadino di veder protetto almeno quell’ultimo simulacro di privacy che è la camera da letto."


Come non concordare?

sabato 18 luglio 2009

Befera: successo della lotta alla evasione fiscale


Uno dei pochi presunti meriti del precedente governo di centro-sinistra (e del ministro Visco in particolare), era quello dell'efficace azione di lotta all'evasione fiscale, condotto attraverso una serie di misure, come la tracciabilità dei pagamenti, che tuttavia, aldilà della loro reale efficacia nella lotta alla evasione fiscale, rendevano certamente molto più complicata e piena di adempimenti burocratici la vita dei cittadini onesti. L'attuale governo ha provveduto a rimuovere molte di quelle norme ed adempimenti, ma senza che la lotta all'evasione fiscale sembra ne abbia tratto un danno. Tutt'altro.
Già nello scorso anno si è registrato un significativo aumento (un vero "boom d'incassi" secondo il Corriere della Sera) delle entrate fiscali: 6,9 miliardi di euro, l'8% in più rispetto al 2007.
Nei primi 6 mesi di quest’anno, il fisco è riuscito a recuperare quasi due miliardi di euro. Questo ha sottolineato in una intervista rilasciata al CdS l'altro ieri Attilio Befera, il direttore dell’Agenzia delle Entrate: “500 milioni in più rispetto al 2008. A fine 2009 avremo riscosso un miliardo in più sempre rispetto al 2008, e parlo di incassi. Gli accertamenti l’anno scorso sono arrivati a 20 miliardi, un record. Prima il fisco riusciva a recuperare il 3 per cento di queste somme, oggi siamo al 10 per cento. Ed è solo l’inizio”. Un cambio di rotta, osserva Befera, dovuto al fatto che “adesso il governo e il parlamento ci hanno dato strumenti efficaci. La spinta che c’è stata sull’adesione volontaria e sugli accertamenti sintetici, con i quali si verifica la capacità di spesa confrontandola con il reddito dichiarato, sta dando ottimi risultati. Poi abbiamo cambiato strategia anche noi, stiamo spingendo sulle indagini bancarie e sugli accertamenti mirati”. Con il varo dello scudo fiscale poi le cose dovrebbero andare ancora meglio. Befera ha negato che questo strumento possa essere ritenuto un premio agli evasori: “Non è così, perché lo scudo fa da cerniera con la stretta del decreto sui redditi nei paradisi fiscali, che salvo prova contraria sono considerati frutto di evasione (si è invertito infatti l'onere della prova: chi ha i capitali all'estero deve dimostrare la loro provenienza lecita, e non più il contrario; nda)”.

Per capire le ragioni del successo della politica di contrasto all'evasione fiscale, interessante questa intervista ad Attilio Befera, Direttore dell'Agenzia delle Entrate, fatta nel marzo di quest'anno. nella quale illustra la sua impostazione: «vogliamo fare una lotta all'evasione mirata, colpendo i veri evasori, senza sparare nel mucchio, individuando attraverso l'uso di nuove tecnologie i settori economici e i territori in cui è più alta l'evasione». «Questa attività dovrebbe permetterci di mantenere lo stesso livello di incassi, spalmando la lotta all'evasione su tutti i contribuenti e facendo un contrasto forte nei confronti delle situazioni fraudolente, come la compensazione di crediti iva inesistenti». Uno degli strumenti più efficaci è risultato essere il cosiddetto accertamento sintetico, attuato mediante «l'avvio di una campagna di acquisizione dati per attribuire a questo strumento il massimo dell'efficacia».

Nessun rimpianto per Visco, dunque.

Update - Qualche informazione interessante su Attilio Befera, la sua formazione, i suoi incarichi precedenti e il precedente successo con Equitalia, tratte dalla nota ANSA uscita il 21/5/2008 in occasione della sua nomina attuale a Direttore delle Agenzie delle Entrate:
Attilio Befera, 62 anni il mese prossimo, è attualmente l’amministratore delegato di Equitalia, la società che cura per lo Stato la riscossione coattiva delle imposte (ma anche il recupero delle multe non pagate per gli enti locali). Laureato in economia e commercio con 110 e lode, Befera proviene dal mondo bancario, è stato super-ispettore del Secit ed ha già guidato l’Agenzia delle Entrate per alcuni mesi in un periodo di interregno tra la direzione di Raffaele Ferrara e il ritorno del direttore ora dimissionario Massimo Romano. Nel mondo fiscale Befera è stato chiamato da Vincenzo Visco, durante il primo governo Prodi, ma è poi rimasto ai vertici dell’amministrazione finanziaria anche durante i cambi di governo che si sono succeduti. Di fatto il suo ruolo all’interno dell’Agenzia delle Entrate, dove è stato a lungo il ‘numero due’, è stato caratterizzato dalle sue precedenti esperienze di tipo creditizio. In particolare è stato l’interfaccia del mondo bancario ed ha curato la verifica e il controllo dell’attività di recupero da parte delle società della riscossione (in gran parte rappresentate da banche). La recente riforma del settore della riscossione, realizzata da Tremonti alla fine del suo precedente mandato come ministro dell’Economia, lo ha visto come uno dei protagonisti: ha infatti costruito la società Equitalia – che è controllata dall’Agenzia delle Entrate, dall’Inps ma anche dal mondo bancario – seguendo passo passo le molte operazioni che hanno portato alla fusione dei settori-riscossione che le diverse banche avevano in tutta Italia, assorbendone anche il personale. Il settore è così ritornato direttamente sotto il controllo pubblico, con un recupero anche di efficienza nella percentuale degli incassi, dovuto anche all’adozione di normative più stringenti che hanno reso difficile per gli evasori la possibilità di continuare ad aggirare il fisco una volta scoperti.(ANSA).

venerdì 10 luglio 2009

Bilancio del G8 dell'Unità: G1


Della serie: alla vigilia il G8 sembrava fosse destinato ad essere un disastro, una catastrofe organizzativa ed un’onta nazionale per colpa del nostro premier, talmente incapace, inadeguato e indegno, da indurre alla mancata partecipazione parecchi capi di stato (first ladies comprese), che l’avrebbero schifato come la peste; dopodiché, visto che le cose sono andate alquanto diversamente, addirittura, organizzativamente parlando, “bene”, e non potendo mettere in dubbio la discreta riuscita di questo G8 abruzzese, con risultati significativi anche se non eccezionali (ma in quale altro G8 ce ne sono stati?), allora non rimane loro che attribuirne i meriti a qualcun altro: e chi meglio di Mr. Obama? Che i suoi grandi meriti ce l’ha indubbiamente, ma che non può averli tutti e solo lui: è possibile ammettere che qualche piccolo merito possa averli avuti anche l'organizzazione e tutto lo staff italiano (ad esempio quello del ministro Tremonti, solo per dirne uno) e, ebbene si, Silvio Berlusconi in particolare? Si può almeno riconoscere il coraggio e la capacità di organizzare un evento del genere improvvisandolo in poco tempo all'Aquila, tre mesi dopo un terribile terremoto, mettendo a diretto contatto l'attenzione del mondo intero - ed ai massimi livelli di rappresentanza, anche mediatica - la problematica di quella terra, sollecitando un più forte impegno concreto d'aiuto da parte della comunità internazionale?

No, per l'Unità non si può.

Di Pietro porge l'altra guancia al Guardian

The Guardian, lo storico quotidiano inglese di Manchester, aveva pubblicato un articolo con pesanti, quanto evidentemente infondate illazioni circa la crescente convinzione - non si sa bene da parte di chi - di dover allontanare dal G8 l'Italia e del caos nel quale versava l'organizzazione del G8 dell'Aquila, per colpa degli organizzatori italiani. Naturalmente, un articolo del genere aveva sollevato le immediate critiche e proteste da parte italiana, dal ministro degli esteri Franco Frattini in particolare, ma soprattutto era stato categoricamente smentito nel merito di quanto sostenesse al più alto livello delle istituzioni internazionali (da Barack Obama, a José Barroso, a Ban Ki-Moon, tanto per citarne alcuni) oltre che dall'evidenza del successo della manifestazione.

Tuttavia qualcuno ha voluto oggi prendere le parti del giornale inglese, addirittura facendo pubblicare sullo stesso giornale una lettera nella quale, tra l'altro, esprime le sue scuse, a nome dell'Italia, per la reazione a tale articolo da parte delle sue autorità ufficiali. Ecco il brano in questione:
“Mi scuso, a nome dell’Italia, con la redazione di The Guardian per la reazione prevedibile del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del Ministro degli Esteri, Franco Frattini.”
Come direbbero gli inglesi: "no comment".

Di Pietro, la dittatura italiana (de facto) e la solidarietà iraniana


Antonio Di Pietro, facendo seguito all'analoga iniziativa intrapresa sull'Heral Tribune, nonché alla lettera pubblicata sul Guardian, potrebbe magari prossimamente annunciare l'intenzione di acquistare una pagina del quotidiano iraniano di stato “Kayan” per la pubblicazione di un appello ufficiale, scritto di suo pugno in farsi e suggellato dal simbolo dell’IdV, per sollecitare la solidarietà del libero popolo iraniano e del suo leader Ahmadinejad contro il rischio di dittatura rappresentato dal tiranno ‘de facto’ Silvio Berlusconi. Pare in effetti che la sua clamorosa iniziativa politica internazionale sia stata subito seguita dalla protesta ufficiale di Ahmadinejad contro il governo italiano, reo della violenta repressione delle pacifiche manifestazioni di piazza contro il recente G8 dell'Aquila. Che abbia voluto così sottolineare il suo appoggio a Di Pietro contro l'odioso tiranno italiano?

PS: Interessante e condivisibile l'editoriale scritto da Piero Ostellino a proposito della iniziativa di Antonio Di Pietro sull'HT.

giovedì 9 luglio 2009

Anche questa è una novità positiva del G8

Scrive Maurizio Molinari sulla Stampa: "Due strette di mano con Muammar Gheddafi alla cena dei leader all’Aquila, l’incontro di oggi con Benedetto XVI su lotta all’Aids e alla povertà, gli ultimi ritocchi al programma di domani ad Accra e l’intesa su commercio e clima con il sudafricano Jacob Zuma descrivono l’impegno su più fronti di Barack Obama, teso a gettare le basi di un nuovo rapporto con l’Africa (il continente dove nacque suo padre, nda). Le due strette di mano con il colonnello libico sono avvenute durante la cena offerta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha visto Obama e Gheddafi sedere agli opposti lati di Silvio Berlusconi. Appena si sono incontrati Obama è andato incontro a Gheddafi e poi, durante la cena, il presidente americano si è alzato per tornare dal leader di Tripoli. Si è trattato della prima stretta di mano in assoluto fra Gheddafi e un presidente degli Stati Uniti. Denis McDonough, vice consigliere per la sicurezza nazionale, l’aveva anticipata poco prima dicendo che «Obama vuole continuare a contribuire al successo del summit, non tira indietro la mano di fronte a nessuno, sarà ben lieto di salutare tutti coloro che incontrerà» e che nel caso di Gheddafi l’interesse americano è «veder continuare la cooperazione dimostrata dalla Libia con la decisione di voler rinunciare al proprio programma nucleare», pur continuando a «fare presenti i propri motivi di preoccupazione» per le imprevedibili scelte politiche di Tripoli. La Libia d’altra parte ha normali relazioni con gli Stati Uniti e Gheddafi, nella veste di presidente dell’Unione Africana, è un interlocutore naturale di Washington, il cui inviato speciale per il Darfur, Scott Gration, sta tentando di accelerare il dispiegamento di una forza di pace inter-africana a difesa delle popolazioni civili minacciate dai predoni sostenuti dal governo del Sudan.

Dunque senz'altro una iniziativa voluta e cercata da Barack Obama. Ma certamente resa possibile o quantomeno facilitata dai nuovi ottimi rapporti diplomatici italiani con la Libia e di Silvio Berlusconi in particolare (non a caso seduto a tavola tra i due nel corso della cena) con Gheddafi.

The plot against Italy?

Questa è una delle tante vignette satiriche su Silvio Berlusconi comparse sulla stampa internazionale (questa è del Times).
Scrive Beppe Severgnini: "The plot against Italy? Il complotto contro l'Italia, come un romanzo di Philip Roth? Il G8 è stato preceduto da giudizi severi e prese in giro. Prima i media internazionali si sono divertiti con minorenni ed escort, che ormai sbucano come finferli dopo la pioggia. Poi il "Guardian", senza citare una fonte rintracciabile, ha ventilato la nostra espulsione dal G8. Quindi il "New York Times" ha suggerito a Obama di prendere il volante.
Il mondo ce l'ha con l'Italia? No. Ma un certo maligno godimento sembra evidente. Noi dimentichiamo di vivere nel luogo mitico per generazioni di viaggiatori colti - quelli che oggi scrivono e parlano nei media internazionali. Vedere ciò che avremmo potuto diventare, e non siamo diventati, dà il sapore amaro ai commenti. La delusione è il carburante della perfidia."
Perfidia, appunto: intesa come atteggiamento subdolo, malvagio e sleale, incline alla provocazione, da cui se ne trae soddisfazione. "Intendiamoci - sostiene una voce della staff del premier riportata sulla Stampa - non abbiamo problemi con le notizie o le opinioni, ma quando sono false non possiamo tacere. E poi si sta creando uno strano effetto di rimbalzo. Un giornale italiano scrive una cosa sbagliata, tipo che Letta non accetta più gli inviti a cena di Berlusconi. Uno straniero la copia pari pari, e il giorno dopo un giornale italiano la riprende tramite il corrispondente, come se fosse uno scoop nuovo. Ma stiamo scherzando?". Certo, non si può negare che a questo attacco senza eguali al nostro presidente del consiglio non sia mancato il materiale per alimentarlo e, come sostiene Rachel Donadio, corrispondente del New York Times da Roma, «questa polemica non l’ha inventata la stampa estera. Certi aspetti della vita privata hanno un interesse pubblico, quando riguardano chi è al potere». Tuttavia, dice sempre Rachel, «perché date tanto peso a quello che scriviamo? Non l’ho mai capito. Negli Stati Uniti un editoriale uscito su un giornale straniero non provocherebbe mai tutte queste reazioni».

Già, ma anche questo è un problema tipicamente italiano. Almeno quanto lo è Silvio Berlusconi.

Inoltre siamo sicuri che comportamenti libertini paragonabili sarebbero stati attaccati dall'estero allo stesso modo in un paese diverso dall'Italia? Come ammette Philippe Ridet, corrispondente di Le Monde "Per carità, noi francesi non possiamo dare lezioni: Mitterrand aveva due mogli e una figlia segreta".


martedì 7 luglio 2009

Duopolio televisivo? Non più


Sky diviene il secondo gruppo televisivo italiano per ricavi, dopo la Rai che mantiene la supremazia, e prima di Mediaset che scende al terzo posto. È quanto rileva la Relazione annuale al Parlamento dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presentata dal presidente Corrado Calabrò. «Ne emerge - nota Corrado Calabrò - una struttura dominata dalla presenza, ormai comparabile, di tre soggetti, con una posizione simmetrica in termini di ricavi complessivi del settore televisivo». Mediaset «è leader nella pubblicità e nuovo concorrente nelle offerte a pagamento»; Sky è «di gran lunga leader nella pay tv e nuovo concorrente nella pubblicità"; mentre Rai «mantiene le classiche posizioni attraverso una quota di rilievo nella pubblicità e prelevando le risorse residue del canone».
(Fonte: Corriere della Sera)
Dunque è finito il duopolio Mediaset-Rai nelle telecomunicazioni in Italia. Ora c'é anche, a pieno titolo, Rupert Murdoch (nella foto).

Tremonti e le sue 12 tavole



Uno degli obiettivi più importanti ed ambiziosi del prossimo G8 è quello di affrontare la grave crisi dell'economia mondiale ponendo altresì le basi di una strutturale riforma delle sue regole. Frutto di un intenso e proficuo lavoro del gruppo di esperti guidati dal nostro ministro dell'Economia Giulio Tremonti, in stretta collaborazione con i tecnici del cancelliere tedesco Ange­la Merkel, sono stati ufficialmente presentati su un sito apposito predisposto dall'Ocse, l'organismo che riunisce le 30 economie piu' avanzate del mondo, dodici punti fondamentali di una sorta di codice etico per un'economia mondiale piu' forte, giusta e trasparente. L'obiettivo finale è definire un nuovo Global Legal Standard per l'economia e la finanza mondiale, che miri ad una "convergenza condivisa al massimo livello da strutture legali internazionali".
Tra i punti, descritti in un articolo del Corriere della Sera, ci sono il superamento del segreto bancario, nuove governance societarie, il rispetto degli standard per la difesa dell'ambiente, del lavoro, la lotta all'evasione e all'elusione fiscale, la lotta alla criminalita' finanziaria e al riciclaggio di denaro sporco, la definizione di stipendi per i top manager delle banche e dell'industria che siano "sostenibili" e collegati a obiettivi di lungo termine degli stakeholder, la definizione di una governance delle grandi imprese condivisa e basata su regole certe e trasparenti.
Dal vertice del G8 a L'Aquila dovrebbe uscire un documento di 72 pagine e di 12 punti, che non sarà quasi certamente un documento definitivo, ma di cui il documento dell'Ocse, che riprende i Global Standard predisposti dal governo italiano, dovrebbe costituire l'ossatura, che consentirà di lavorare poi ad un documento piu' articolato in vista del G20 di settembre a Pittsburg.

sabato 4 luglio 2009

No global no party


Di nuovo a Vicenza una esibizione dei soliti pacifisti. C'è chi ha definito quella di Vicenza una prova generale, fatta nella immediata vigilia del G8 d'Abruzzo (per farsi una idea dei preparativi, basta andare a dare un'occhiata al loro sito: Abruzzo Social Forum).

"I soliti violenti, con il solito Casarin, hanno agitato la piazza, animato gli scontri e sostenuto le loro tesi anti americane ed anti occidentali. - scrive Davide Giacalone - Noi, sempre interessati a tutte le opinioni, comprese le loro, assistiamo alla scena e dividiamo il problema in due parti: una riguarda l’ordine pubblico e l’altra la politica.
Affrontiamo e liquidiamo la prima, che tanto è semplice: chi viola la legge deve essere arrestato, portato davanti ad un giudice e condannato. Per chi propaganda la violenza può esserci la sola risposta consistente in identificazione e punizione. Senza giri di parole.

A Vicenza, ieri, si sono visti i militanti vestiti di nero, incappucciati e con le maschere antigas. Vanno presi, smascherati e deve essere loro proibito prendere parte ad altre manifestazioni, così come accade ai tifosi violenti, cui viene interdetto l’ingresso negli stadi. Quelli armati di biglie metalliche, non credo per giocarci a palline, vanno arrestati e considerati elementi pericolosi, che circolano con armi improprie, capaci di provocare danni e ferite gravi. Quelli che sfasciano le vetrine è bene che riflettano sulla vile aggressione al lavoro ed al sudore altrui, stazionando il giusto nelle patrie galere. L’insieme di queste cose, il comporsi d’organizzazioni paramilitari, che scendono in piazza alla ricerca dello scontro fisico, trovando in quello l’identificazione del proprio spazio e della propria esistenza, deve essere stroncato subito, perché il lasciar correre, il mostrarsi comprensivi, l’indulgere al non essere severi per non favorire radicalizzazioni, serve solo a prepararsi un futuro pessimo, quando l’intervento sarà comunque necessario, ma con più dolore e sangue alle spalle.
Detto questo, veniamo alla questione politica. Su quel terreno i manifestanti non hanno tutti i torti. Non condivido neanche una parola delle loro tesi, ma non solo credo sia giusto possano manifestarle e sostenerle, ma osservo che in loro c’è una certa coerenza. Buona parte della sinistra, ad esempio, era pronta a pronunciare parole d’infuocato pacifismo, tanto declamato quanto inutile, ogni volta che la presidenza Bush accennava alla necessità di non cedere militarmente all’attacco del fondamentalismo islamico. Quella stessa sinistra, però, pur solitamente ciarliera, non ha trovato le parole per commentare l’iniziativa della presidenza Obama, in Afghanistan, dove è stato sferrato un attacco senza precedenti, contro i talebani. Questo succede a causa di un penoso luogocomunismo, che vuole le presidenze democratiche più pacifiste e “de sinistra” di quelle repubblicane, ma a dispetto del fatto che nella storia c’è scritta la prevalenza guerrafondaia dei democratici sui repubblicani (per intenderci, e fare un ripassino: furono i democratici a portare gli Usa nella guerra del Viet Nam, e furono i repubblicani a tirarceli fuori).
I manifestanti di Vicenza, insomma, non sono diventati più estremisti in un solo giorno, è che si sono ritrovati a dire le cose di sempre in un contesto più isolato, con meno contorni conformistici. Essi, per come la vedo io, sono coerenti nell’errore, mentre altri tartufescamente sfuggono. Che i manifestanti abbiano torto, e torto marcio, lo ricavo dalle tante cose che, negli anni, hanno detto, spesso per bocca di quel Casarini che fa il professionista del falso spontaneismo nerovestito (un giorno ci chiederà la pensione, perché quello che non finisce in tragedia s’accomoda facilmente in barzelletta), e lo ricavo anche da quello che non hanno detto. Già, perché chi racconta la frottola del pacifismo globale, chi ritiene d’esser chiamato a battersi contro ogni forma di repressione militarizzata, non può non avere trovato un minuto di tempo per convocare una bella manifestazione a favore degli studenti iraniani. Invece sono mancati, e mancheranno sempre perché quel che li eccita non è schierarsi a favore della libertà e del diritto al dissenso, ma contro il mondo che ha assicurato e difeso la libertà ed il diritto al dissenso. Contro l’occidente, contro le democrazie, contro gli Stati Uniti. Noi, che non ci tappiamo mai gli occhi e le orecchie, che c’interessiamo a chiunque abbia qualche cosa da dire, nel vederli muoversi li riconosciamo subito, perché sono il rigurgito della peggiore cultura europea, quella che fu antisemita, che guardò con condiscendenza al nazifascismo, che individua nell’autodeterminazione di popoli ed individui la devianza dalla luminosa via del progresso. Quella che coccolò prima l’estremismo e poi il terrorismo, sostenuto dai soldi e dalla logistica dei servizi segreti comunisti, quella che strinse il pugno per non allargare la mente. Può darsi che Casarini & C. neanche se n’accorgono, e, del resto, non occorre essere consapevoli per ereditare tare genetiche. Ma noi li conosciamo, e non ci piacciono affatto".

Prepariamoci dunque al peggio. Ma non in Abruzzo. Meglio, molto meglio a Roma: si possono fare più danni e ci si può confondere e fuggire molto più facilmente.

La rivoluzione silenziosa del sistema giustizia italiano

La digitalizzazione del sistema della giustizia, attuata secondo il protocollo d’intesa sottoscritto lo scorso 26 novembre nell’ambito del Piano E-Gov 2012, consentirà:
  • Notificazioni telematiche
  • Rilascio telematico di certificati giudiziari
  • Trasmissione telematica delle notizie di reato
  • Registrazione telematica degli atti giudiziari civili presso l’Agenzia delle Entrate
  • Accesso pubblico via rete alle sentenze Razionalizzazione infrastrutture ICT

Tali innovazioni - in notevole stato di avanzamento, soprattutto nella procura di Milano, ma anche in altre di tutto il territorio nazionale, Roma compresa - sono state rese possibili dal lungo e importante lavoro svolto dai ministeri competenti (Ministero Pubblica amministrazione e Innovazione e Ministero della Giustizia) insieme ai vertici del Tribunale, delle cancellerie e dell’avvocatura, la cui fattiva collaborazione e disponibilità ha consentito di trovare soluzioni capaci di rendere più fluida ed efficiente l’attività di ciascuno, a fronte di un investimento relativamente molto modesto.

Sono state chiamate “sperimentazioni”, perché di ciascun prodotto si intende testare le potenzialità, ma si tratta d’idee e pratiche che dovranno essere adottate in tutti i Tribunali in modo coerente ed unitario.

Ciascuna innovazione influirà sull’organizzazione degli uffici, porterà risparmi economici e libererà il personale da attività meramente manuali.

Dunque una vera rivoluzione silenziosa del sistema giustizia italiano, che, senza alcuna sua riforma strutturale, lo migliorerà significativamente dal punto di vista della velocità, dell'efficienza, del risparmio, della razionalità e della trasparenza.

Questa la conferenza stampa del 10 giugno 2009 tenuta in proposito dai ministri Brunetta ed Alfano.

mercoledì 1 luglio 2009

La 'personalizzazione' della politica un male moderno (e non solo italiano)?

Scrive Giampiero Ricci su Ffwebmagazine:

"Come noto Caligola fece senatore un cavallo, Eliogabalo si mise contro il popolo e le famiglie dei patres inscenando un matrimonio con una vestale, Nerone si guadagnò il risentimento della corte costringendo gli ospiti ad ascoltare i suoi versi. Nei nostri tempi si assiste davvero alla rilettura in chiave postmoderna di un esercizio della leadership che pareva seppellito nelle brume della storia?
La spaventosa implementazione della information communication technology dell’ultimo ventennio ha gioco forza accorciato i tempi concessi ai leader politici per rispondere agli stimoli avanzati da società sempre più complesse e i poveri leader si cimentano nell’agone politico sapendo che buona parte delle loro chance di vedersi confermati alla successiva tornata elettorale risiede nella loro capacità di reazione, di proposta, di fedeltà a un programma ovvero di soluzione rapida a un dato problema, una capacità che molto spesso consiste nella “comunicazione” della propria presunta efficienza, più che in una efficienza politica tout court o in una reale incisione nella battaglia quotidiana dei comuni mortali.
Con The Cult of the Presidency: America's Dangerous Devotion to Executive Power (pp. 264, Cato Institute), Gene Healy, editorialista del Los Angeles Times e del Chicago Tribune propone una pubblicazione organica dei suoi studi sugli abusi di potere dei presidenti americani di entrambi gli schieramenti, districandosi tra eccessi di retorica bipartisan, populismi che oltre a essere il sale della democrazia, sono spesso strumenti indispensabili per muovere l’immaginario collettivo; il punto è che sopra tale condizione delle democrazie contemporanee di fatto appare germinare una nuova vecchissima tendenza politica: il culto del presidente.
" (...)
"Healy incolpa forse troppo facilmente la personalizzazione della politica, la quale peraltro ha il merito di costringere il leader di turno a prendersi le sue responsabilità e a mettere la faccia sul proprio comportamento politico con tutto quello che ne consegue, ma al di là di questo su una cosa ha ragione, troppo spesso «quando i candidati presidenziali parlano sembra quasi che stiano concorrendo per una carica a metà tra l’angelo guardiano, lo sciamano e il signore supremo della terra» perdendo di vista il fatto che essi non sono altro che amministratori pro-tempore di una res publica che sono chiamati ad onorare."

Ovviamente ogni riferimento a Silvio Berlusconi nell'articolo è puramente incidentale e non voluto.