mercoledì 16 dicembre 2009

Il nemico perfetto



Fino a qualche tempo fa pensavo che questi anni sarebbero stati ricordati come l’era del berlusconismo. Un periodo in cui il costume ha subito mutazioni profonde, la politica si è personalizzata, i media sono stati militarizzati, la Tv è diventata sempre più volgare, il privato ha invaso la sfera pubblica, i rapporti fra le istituzioni si sono ingarbugliati. Un periodo in cui la figura del leader politico è cambiata profondamente: non più espressione di un partito e di un’ideologia, ma personaggio carismatico che trae il suo consenso dal rapporto con la «gente».

Ma molti dei caratteri che si è soliti associare al berlusconismo si sono manifestati ben prima del suo avvento e non solo in Italia.
(...)Ecco perché, oggi, penso invece che lo specifico del ventennio 1992-2013 gli storici del futuro lo troveranno semmai nell'antiberlusconismo, inteso come imperativo etico e come stato d’animo collettivo.

articolo completo di luca ricolfi

giovedì 12 novembre 2009

Mills e la corruzione che non c'è


Non mi addentro nella vicenda processuale (comunque la si pensi complessa e contorta: chi ha fiducia nei giudici crede nella bontà della sentenza, chi ha dei dubbi sulla loro imparzialità di giudizio meno). Però pongo una questione linguistica: in base alle motivazioni della sentenza di secondo grado, deve essere smentita l’ipotesi del reato di corruzione. Mills, ammesso sia vero, avrebbe ricevuto una somma di denaro (600mila dollari) solo dopo aver reso una testimonianza non piena e reticente su fatti di sua conoscenza relativi a Silvio Berlusconi (in qualità di proprietario della Fininvest), ma che lo coinvolgevano in maniera più o meno diretta in qualità di consulente finanziario per conto della stessa Fininvest. Il suo comportamento scorretto, dunque, non sarebbe stato 'indotto' da una corruzione (cioè da un atto di istigazione ad un comportamento illegale) dato che il compenso (considerata la prova della corruzione) sarebbe solo successivo alla sua testimonianza. Non solo, è possibile se non probabile ritenere che quella sua reticenza sia stata assolutamente volontaria e frutto di una sua libera scelta, volta a coprire atti ed operazioni finanziarie illegali che lo vedevano coinvolto in modo più o meno diretto (insomma la sua reticenza serviva innanzitutto a coprire sé stesso, come gli stessi giudici ammettono nella sentenza). Ammesso sia vero che abbia ricevuto un ‘dono’, un segno di riconoscenza per quella sua testimonianza reticente, non c'è nessuna prova che questo sia stato l'elemento inducente tale comportamento. Dunque la corruzione non c'è.

domenica 25 ottobre 2009

Il nuovo partito progressista conservatore


Pier Luigi Bersani è stato eletto nuovo segretario del Pd. Credo abbia vinto l’unico vero candidato, Franceschini avendo già avuto modo di dimostrare di non essere in grado di raddrizzare il Pd, Marino essendo un evidente e puro outsider (farà la fine di un Adinolfi se non di un Scalfarotto). Tuttavia Bersani, che stimo umanamente, come competenza e sobrietà, rappresenta assolutamente un dejà vu (per il suo passato importante), oltre che il segretario che il Pd avrebbe dovuto avere già da troppo tempo e che forse arriva fuori tempo massimo – come forse tutto il progetto del Pd sembra essersi perso per strada – un tentativo estremo di cercare una salvezza al presente con un consapevole ritorno al passato, a quello che fu il glorioso Pci prima della sua inarrestabile e inesorabile discesa. Sostanzialmente un ripiego, una ritirata strategica, un (tentativo di) ritorno salvifico al passato. Forse comunque un positivo ritorno alla realtà (sia pur vecchia). Vedremo, finalmente, un vero Pci aggiornato all’oggi (che tuttavia continua a non aver fatto veramente i conti con il suo passato e, soprattutto, non ha un vero nuovo progetto di sé da offrire): per dirla con una battuta, un nuovo partito progressista conservatore.

giovedì 22 ottobre 2009

La libertà di stampa come conflitto politico


La libertà di stampa è un tema che attualmente alimenta una grande polemica in Europa, per il supposto pericolo di una sua limitazione e arretramento in alcuni paesi, soprattutto l'Italia. Il parlamento europeo è stato chiamato l'altro giorno a votare su di una risoluzione presentata dall'Idv e dal Pd italiani - e sostenuta dal Pse - dove si chiedeva un ufficiale riconoscimento di una situazione di allarme per la supposta compromissione della libertà di stampa e di espressione nel nostro paese, chiedendo l'emanazione di una direttiva europea sul pluralismo. Tale risoluzione, assieme a quella presentata in opposizione dal Pdl italiano - e sostenuta dal Ppe - dove si affermava l'esatto contrario, sono state entrambe bocciate.

L'ultima classifica redatta da Reporters sans Frontiers, che stila ogni anno un rapporto sulla libertà di stampa nel mondo, denuncia un significativo progressivo restringersi degli spazi per la libertà di stampa - e dunque un arretramento delle posizioni in classifica - di paesi come la Francia di Sarkozi (43esima) e l'Italia di Silvio Berlusconi (che passa dalla 44esima alla 49esima posizione; due anni fa - con Prodi - era al 35esimo). La stessa classifica, tuttavia, vede un clamoroso aumento di ben venti posizioni in un sol colpo per gli Stati Uniti di Obama (dal 40esimo posto al 20esimo) ad appena un anno dalla sua elezione a presidente degli Stati Uniti: un altro straordinario successo che lo stesso personaggio è stato capace di conquistare (oltre al nobel per la pace). Peccato che Obama sia lo stesso che nel corso della campagna elettorale buttò fuori dei giornalisti dal suo seguito, e da Presidente si rifiuta di avere contatti con una rete televisiva (Fox News) che considera al pari di un partito avversario e a proposito della quale Anita Dunn, capo uffico stampa della Casa Bianca, ha dichiarato : «agisce spesso come una divisione di ricerca o di comunicazione del partito repubblicano» e «li tratteremo come un partito d'opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d'informazione».

Tornando all'Italia e alla classfifica di Rsf, scrive Davide Giacalone: "La libertà di stampa ha, in Italia, seri problemi, nessuno dei quali è stato colto da Reporters sans frontières e dal loro annuale rapporto. (...) il problema vero del nostro mercato editoriale è che la quasi totalità degli editori ha interessi industriali che superano, di gran lunga, quelli editoriali. Il che li porta, inevitabilmente, ad utilizzare i primi come strumentali ai secondi. (...) Il conflitto d’interessi, pertanto, nel nostro mercato è endemico (...) Perché, ad esempio, non si sono chiesti in quale modo la stampa è finanziata, chi, nelle diverse parti del mondo, ci mette i soldi perché non chiuda. Lo avessero fatto avrebbero scoperto che qui in Italia i soldi li mettono i lettori, ma prima di loro ce li mette lo Stato, con il finanziamento pubblico e la copertura delle spese. Poi ci sono gli introiti pubblicitari, che se restassero da soli tutti avrebbero già chiuso. (...) Purtroppo, i giornali che oggi pubblicheranno quei dati non avranno il coraggio di mettere in pagina la verità più sgradevole: non mancano le strutture e non mancano i soldi per reggere ed alimentare la libertà, scarseggiano, invece, gli uomini liberi, che non siano luogocomunisti in servizio permanente effettivo, che sappiano difendere le proprie idee senza pensare che siano quelle di tutti."

Un dubbio mi assale: non è che quello della libertà di stampa è solo l'ennesimo argomento di pura e semplice battaglia politica?

domenica 18 ottobre 2009

Intervista a Piero Grasso di America Oggi

La Mafia per conto d’altri. Intervista esclusiva con Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia

di stefano vaccara (per America Oggi)

18-10-2009

Quando mercoledì abbiamo chiesto un'intervista a Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia, dopo il suo intervento all'Istituto italiano di cultura di New York in occasione della presentazione del suo "Per non morire di mafia", libro-intervista con Alberto La Volpe (Sperling & Kupfer 2009) - un servizio sull'evento all'IIC è stato pubblicato venerdì scorso - il giudice collega e amico di Giovanni Falcone aveva subito acconsentito, dandoci appuntamento alla conferenza su Joe Petrosino che si sarebbe tenuta il giorno dopo al John Jay College della City University di New York. "Io sono di parola" ci aveva detto Grasso, sorridendo calorosamente al cronista dall'accento siciliano. Quando però giovedì sera, dopo la conferenza, il giudice è stato nuovamente circondato da collaboratori e diplomatici con già pronti ben altri appuntamenti, abbiamo pensato che non ce l'avremmo fatta. Lo attendavamo rassegnati ma quando erano sul punto di portarlo via, Grasso si è fermato: "Aspettate, datemi almeno dieci minuti, lo avevo promesso al giornalista di America Oggi".

Uomo di legge e di parola, Grasso. Certo, avremmo anche sperato, il giorno della notizia sulla consegna del "papello" di Riina, di poter passare almeno mezz'ora con il capo dell'antimafia italiana, ma ci siamo accontentati di pochi minuti a quattrocchi col magistrato siciliano erede di Falcone e Borsellino.

Giudice Grasso, alla conferenza su Petrosino, l'altro Grasso che le stava accanto, George, il tosto vice capo della polizia di New York, ha detto che se i mafiosi volessero suicidarsi, dovrebbero solo provare a colpire un poliziotto o magistrato americano. In Italia invece...

«Dal ‘92 anche da noi è così».

Però per anni, da Petrosino in poi, gli uomini di legge sono caduti come birilli in Sicilia. Perché negli Usa la mafia non tocca i magistrati, mentre in Italia li può ammazzare?

«È solo un problema di convenienza. La mafia siciliana non commette un omicidio eccellente soltanto perché c'è un ostacolo. Deve diventare un ostacolo assolutamente insormontabile sotto altri punti di vista. Il problema è che la mafia per molto tempo poteva contare sulla mancanza di una reazione seria. Da un certo momento in poi non più. Ha dovuto eliminare Falcone e Borsellino ma poi la repressione c'é stata. Tutti i mafiosi hanno ritenuto che questo sia stato un grave errore, perché ha acceso i riflettori e ha fatto scattare, finalmente, una repressione molto forte da parte dello Stato. Negli Stati Uniti probabilmente questo rapporto di utilità e convenienza si comprende, commettere un omicidio eccellente creerebbe delle reazioni che li metterebbe in grave difficoltà. Meglio curare gli affari senza farsi notare, piuttosto che compiere delle azioni eclatanti. La strategia per tanti anni di Cosa Nostra siciliana è stata quella volute da Provenzano, di rimanere invisibili. Di non commettere reati che attirino l'attenzione...».

Ma prima di Falcone e Borsellino, ci sono stati i delitti Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, Giuliano, Chinnici, Terranova... Perché non ci fu la reazione allora?

«La reazione ci fu, col maxiprocesso del'86. Con Buscetta grazie a Falcone. Purtroppo da noi i processi durano parecchio. Io sono stato giudice in quel processo, iniziato nell'86, finito in primo grado nell'88, diventata in Cassazione sentenza definitiva, dopo tre gradi di giudizio, soltanto nel gennaio del '92».

Le stragi di Falcone e Borsellino avvengono pochi mesi dopo quelle sentenze definitive, ma lei nel suo libro va oltre il movente della vendetta mafiosa contro i magistrati del maxiprocesso. Certo, la mafia non dimentica mai come disse Buscetta, ma secondo lei non ci fu soltanto quello, nella decisione delle stragi lei indica anche la necessità di fermare quello che Falcone avrebbe potuto ancora fare contro la mafia, e dopo di lui anche Borsellino...

«Indico anche un terzo movente, quello destabilizzante».

In Italia scoppiava Tangentopoli, succedevano grandi sconvolgimenti politici...

«Quindi la mafia non fa soltanto i propri interessi, ma anche di qualcun altro...»

Nel suo libro ci sono diversi passaggi in proposito. A pagina 84, ecco il suo ragionamento in base a quello che hanno riferito dei pentiti: "Questa affermazione, riferita da collaboratori di giustizia vicini a Bagarella, lascia intendere che Riina, prima delle stragi, avesse ricevuto promesse da parte di soggetti politici o vicini alla politica, come contropartita per l'eliminazione di Falcone. Una conferma a tale ipotesi si rinviene nelle dichiarazioni rese a Caltanissetta da Salvatore Cancemi, secondo il quale la decisione dell'omicidio di Giovanni Falcone fu presa dopo che Riina aveva avuto un incontro con persone importanti, estranee a Cosa Nostra". Perché viene ucciso Falcone?

«Ci sono questi tre moventi complessi. Il primo è per quello che aveva fatto. Il secondo per quello che poteva fare. E poi per l'effetto destabilizzante che non era proprio l'interesse di Cosa Nostra ma di qualche altra entità...»

Lei nel libro li chiama poteri, gruppi. Ma ci spieghi meglio, chi sono questi poteri...

«Ma io... Purtroppo io non posso, la responsabilità penale è personale. Finché non si individuano delle persone, io non posso che rimanere generico».

Torniamo al rapporto tra Stato e mafia. Lei alla conferenza ha ricordato come il termine mafia abbia una derivazione letteraria. Ora, l'ascesa del potere della mafia nella società siciliana coincide con l'Unità d'Italia. Fin dalla seconda metà dell'Ottocento ci furono indagini e rapporti che indicarono e descrissero a fondo il fenomeno mafioso e il suo constante rapporto con la politica. È questo costante rapporto che da alla mafia questo suo nome, si chiama allora mafia proprio per quel rapporto iniziale avuto con la politica? Non si chiamerebbe soltanto criminalità organizzata se non ci fosse più quello?

«Guardi il problema non è terminologico. Il problema è che c'é questa organizzazione che non può vivere da sola. Diceva un collaboratore di giustizia: la mafia e la politica sono come i pesci e l'acqua».

Infatti è il boss Giuffré che lo dice nel suo libro, il mafioso collaboratore che sta al lavoro di Grasso come Buscetta a quello di Falcone...

«Significa che l'uno ha bisogno dell'altro. Perché come è spiegato nel libro, nei momenti preelettorali, la mafia ricerca il consenso. E lo trova già organizzato. Come scrivo nel libro, basta una passeggiata al centro del paese col capomafia, e tutti sanno che non c'é bisogno nemmeno di andarlo a chiedere per chi bisogna votare, tutti sanno chi è gradito alla mafia. Perché poi significa che io posso chiedere al capo mafia un favore, che poi quello si fa da intermediario con qualcun altro e quindi ottenere quello che io voglio. È questo rapporto di intermediazione, tra il bisogno e il favore fatto per soddisfare questo bisogno. Finché certi bisogni non verranno considerati dei diritti allora si creerà sempre questo discorso, che si da come favore qualcosa che spetta per poi richiedere come contraccambio a sua volta una fedeltà che diventà complicità. E quindi tu mantieni così il sistema».

Eppure questo sistema non si arriva a conoscerlo soltanto negli ultimi anni, con il lavoro di Falcone e grazie al pentito Buscetta. Basta leggere i lavori di storici come il britannico John Dickie o il siciliano Salvatore Lupo, con il suo libro sulla storia della mafia appena tradotto dalla Columbia University Press, per accorgersi che tutto quello che Buscetta racconta a Falcone, lo si sapeva già e pubblicamente alla fine dell'Ottocento...

«Scusi, letterariamente è una cosa, giudizialmente è un'altra cosa».

Giudice ma non si trattava solo di racconti letterari o di spartiti d'opera. Prendiamo come esempio storico quello di Diego Tajani, che prima di essere nel 1875 il deputato protagonista di un acceso dibattito in Parlamento a Roma - e di cui tutti i maggiori giornali dell'epoca scrissero - aveva servito come procuratore generale del re a Palermo, dal 1868 al 1872 e si era occupato di indagare le collusioni tra mafiosi, forze dell'ordine e politici. Tajani, grazie all'esperienza di inflessibile magistrato in Sicilia, terrà un discorso alla Camera in cui dirà che negare l'esistenza della mafia "significa negare il sole" e fino a puntare il dito in aula contro l'ex presidente del Consiglio Giovanni Lanza sospettato di complicità con la mafia. E poi Tajani giungeva ad una conclusione, 135 anni fa, che sembra pronuciata ieri: "La mafia che esiste in Sicilia non è pericolosa o invincibile di per sé. È pericolosa e invincibile perché è uno strumento di governo locale". Perchè è poi rimasta per oltre un secolo da quei discorsi così invincibile la mafia, fino al sacrificio di Falcone e Borsellino? È ancora adesso uno strumento di governo o è finalmente tornata ad essere vincibile la mafia?

«Questo non lo so, bisogna confrontarsi con le prossime elezioni. C'è però il fatto che noi abbiamo dato dei colpi notevoli, abbiamo diminuito il potere delle organizzazioni mafiose, soprattutto in Sicilia. In Calabria è un'altra storia, lì è più forte perché non ha avuto ancora la repressione che c'é stata in Sicilia. Noi abbiamo quindi creato le precondizioni perché ci si possa scrollare di dosso questa presenza e questa forma di collusione e intimidazione. Se vuole la politica può fare l'interesse e il bene dei cittadini senza doversi necessariamente confrontare con una mafia potente».

Ma lei che segnali ha visto dalla politica? Si vuole finalmente rinunciare a certe collusioni? Qui non si tratta di colore politico, si sa quanto la mafia cerchi di mettersi d'accordo con chiunque si trovi al potere...

«Io mi occupo di segnali criminali, non di segnali politici».

Appena oggi arriva la notizia che sarebbe stato consegnato ai magistrati di Palermo il famoso "papello" di Riina per la trattativa con lo Stato a tempi delle stragi del '92-93. Tutto ciò grazie alle rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito che di quel "papello" ne sarebbe stato non solo postino, ma persino "suggeritore". Lei che ne pensa? Se lo aspettava che spuntasse il "papello" o è stata una sorpresa?

«Lo aspettavamo e da tanto tempo, finalmente è arrivato. Devo dire che parecchi dei contenuti li conoscevamo già. È certamente un documento che se autografo...».

Cosa potrebbe succedere se è autentico?

«È un fatto importante, perché sarebbe un documento».

Non dice di più Grasso sul papello, ormai trascinato via da chi lo deve portare ad un ennesimo evento, questa volta in New Jersey. Davanti all'ascensore, riusciamo a porgli un ultima domanda:

Giudice lei a New York ha detto che per sconfiggere la mafia serve una stampa libera e una magistratura indipendente. Vede pericoli arrivare in Italia su questo fronte?

«Mi chiede di fare un discorso politico, che non posso fare».

Le chiedo di confermare o meno: senza la stampa libera e una magistratura indipendente, vince la mafia?

«In qualsiasi paese vale questa regola. La democrazia si misura ovunque su quanta libertà si riesce ad avere, quindi sulla stampa completamente libera e un pubblico ministero che riesce a fare indagini nei confronti di chiunque».

Come un corteo di nuvole, come un'accolita di fantasmi


«Siamo alla fine. Questo è l´otto settembre. Non vedi? Non capisci. Non vedi. Non vuoi vedere. Non vedi che tutto si sta disgregando sotto i nostri occhi? Tutto è a pezzi, in rovina. Camminiamo tra i frantumi e i detriti. Non c´è più nulla che regga. Tutti blaterano. Tutti parlano per dire male. Non c´è pietà né comprensione. Dappertutto c´è rancore, odio, ferocia, senza che, in realtà, nulla distingua le idee degli uni da quelle degli altri. I magistrati calunniano i magistrati, gli uomini di chiesa gli uomini di chiesa. Tutti infieriscono contro tutti».

«Se penso ai democristiani di trenta o quaranta anni fa mi sembrano dei giganti. Non riuscivo a distinguerli. Rumor era come Colombo, Bisaglia come Piccoli o Forlani. Avevano vissuto tra gli arcivescovadi, le sacrestie, le scuole e le associazioni cattoliche; e della loro esistenza nascosta conservavano una specie di profumo: un profumo di tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne. Avevano la stessa faccia: un viso molle e un poco informe, il naso annegato tra le guance, i capelli tra il bruno e il biondiccio, gli occhi sbiaditi, un sorriso indeciso sulle labbra. Non ti guardavano negli occhi. Ti stringevano fiaccamente la mano. E, se cominciavano a parlarti, guardavano dall´altra parte. Non esibivano nessuna verità perentoria: le loro parole si perdevano in un bisbiglio materno e rassicurante. Non amavano la forza: né le costruzioni, i programmi, le decisioni, i progetti. Avevano un´idea passiva della politica. Lasciavano che le cose accadessero, e le assecondavano con una mano molle e paziente. E se qualcuno si levava contro di loro, un istinto profondo li spingeva a non offrire resistenza, ad arretrare e ad abbarbicarsi al suolo. Finché il nemico si estendeva troppo, si spossava, si sfiniva; e allora essi lo avvolgevano, lo penetravano, lo trasformavano a poco a poco in loro stessi, con quell´arte dell´assimilazione in cui erano maestri. Era il metodo con il quale Kutuzov, in Guerra e Pace, sconfigge Napoleone».

«Pensa a cosa sono i politici di oggi: a sinistri demagoghi come Umberto Bossi e Antonio Di Pietro. Allora, gli elettori li avrebbero presi a calci. Non avrebbero nemmeno tollerato che si presentassero alle elezioni. Li avrebbero cancellati dalle liste elettorali. Oggi, in Italia, non esistono più uomini politici. Ne esiste uno: Giorgio Napolitano, che regge da solo sulle spalle l´intero paese. Se non ci fosse lui, tutto crollerebbe».

«Io non amo la politica, lo sai. Detesto quella mescolanza di forza, segreto, ipocrisia, arte del compromesso, che forma il carattere degli uomini politici. Esecro la loro presunzione di condurre la storia, come se guidassero una carrozza a cavalli. Ma, mai come in questi anni, mi rendo conto che l´arte della politica è necessaria. Ci vuole la durezza, la tensione, la pazienza, il dono del futuro, il giusto orgoglio, la discrezione, il silenzio, che possedevano uomini come De Gasperi. Oggi sono qualità completamente assenti».

«Guardali, i politici del 2009. Vogliono soltanto una cosa: apparire, esibirsi, esaltarsi: naturalmente alla televisione. Sono figli della televisione, che li ha completamente contagiati e contaminati. Chiaccherano. Non hanno peso né riserve. Sono irreali, come la televisione. Pensano che il gradimento televisivo sia tutto, mentre non importa nulla. Non sanno fare né preparare. Tra pochissimo, non li vedremo più. All´improvviso scompariranno, insieme al nostro paese: come un corteo di nuvole, come un´accolita di fantasmi».

Carlo Fruttero

sabato 17 ottobre 2009

L'internazionale dell'antiberlusconismo


«Ci sono due Italie. Voi parlate una lingua che ha unificato il paese, ma l'italiano che parla Silvio Berlusconi non è l'italiano che parla Rita Levi Montalcini. Voi dovete scegliere tra le parole di Rita Levi Montalcini e i pensieri che Silvio Berlusconi non ha. Ci sono periodi più o meno felici, pagine di storia più o meno nere, ma le vittorie e le sconfitte non sono mai totali. Il fascismo? Non dico che sia dietro l'angolo, ma è ovunque. Non tornerà con le camicie nere e saluto romano, ma veste Armani e usa l'acqua di colonia e ha molti soldi, molti soldi per continuare il suo processo di corruzione». «Berlusconi è un politico e una persona indecente. Si tratta di un esibizionista sessuale. Ma perché gli italiani l'hanno scelto per tre volte? Forse questi italiani sono d'accordo con lui». «Da troppi anni in Italia c'è questo problema. Io vi chiedo perché avete questa grande cultura e avete anche Silvio Berlusconi? Silvio Berlusconi rappresenta le tenebre». «Berlusconi è indecente perché non chiede scusa e perché continua il suo processo di corruzione. Noi in Portogallo abbiamo abbattuto la dittatura con un colpo di stato». «Non dico che dovete fare lo stesso in Italia, ma perché non usate il voto per cambiare? Trovatene uno decente». «Il piccolo partito di Antonio Di Pietro, l'ex magistrato di Mani Pulite, può diventare il revulsivo di cui l'Italia ha bisogno per arrivare a una catarsi collettiva che risvegli all'azione civica il meglio della società italiana».

Queste sono le parole di José Saramago, intellettuale portoghese militante comunista e scrittore premio Nobel (naturalmente non c'è relazione tra le tre cose. O forse sì?), al teatro Quirino di Roma, ultima tappa di un tour che lo ha portato in giro per l'Italia (Torino, Alba, Milano) per promuovere il suo libro "Il quaderno", raccolta dei post scritti sul suo blog, pubblicato da Bollati Boringhieri, dove si parla ampiamente dell'Italia descritta vittima del "fascismo stile Armani" di Silvio Berlusconi e in preda a mafia e camorra (era annunciata, poi annullata, la partecipazione di Roberto Saviano).
Anche la giovanissima moglie (rispetto a Saramago che ha 86 anni), la traduttrice Pilar del Rio, sale sul palco e, raccontando di come ha convinto Saramago ad aprire un blog, dice: «Le donne oltre a essere belle sono anche intelligenti, capito Silvio Berlusconi?». Frase seguita naturalmente dall'apoteosi del pubblico in sala. Già, il pubblico in sala. Del pubblico e del clima in sala se ne può avere una idea dalla battuta che fa una coppia in prima fila che quasi sfiora il palcoscenico: «Da qui si vede benissimo... è perfetto... anche se uno gli vuole sparare... meno male che a Giosè qui gli vogliamo tutti bene...».

Certo che, a sentir loro, deve essere terribile vivere nell'Italia che loro descrivono e sotto una ferrea dittatura come quella di Silvio Berlusconi. Mi chiedo: ma perché non tornano ad occuparsi dei problemi loro, in casa loro, magari portandosi dietro (il Portogallo va benissimo) quel grand'uomo di Antonio Di Pietro e anche quelli del pubblico in sala che la pensano come loro? Poveracci, perché lasciarli in quest'inferno in mezzo a tanti deficienti che votano un Silvio Berlusconi?

Nota: lo spunto per questo post e la fonte delle frasi riportate è questo articolo di Luca Mastrantonio sul Riformista.

Update: "Non vedo quale altro nome potrei dargli (a Silvio Berlusconi; ndnick). Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che che dà feste, organizza orge e comanda un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte del paese di Giuseppe Verdi se un vomito profondo non riesce a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene e distruggere il cuore di una delle più ricche culture europee."
José Saramado (da La cosa Berlusconi, El País, 7 giugno 2009; citato ne il manifesto, 8 giugno 2009, p. 2)