Loggia P2 (falsa testimonianza): non luogo a procedere
Tangenti alla Guardia di Finanza (corruzione): assoluzione
All Iberian 1 (finanziamento illecito ai partiti): non luogo a procedere
All Iberian 2 (falso in bilancio): assoluzione (primo grado)
Medusa Cinema (falso in bilancio): assoluzione
Terreni di Macherio (appropriazione indebita, frode fiscale, falso in bilancio): non luogo a procedere
Caso Lentini (falso in bilancio): non luogo a procedere
Consolidato gruppo Fininvest (falso in bilancio)Lodo Mondadori (corruzione giudiziaria): non luogo a procedere
Sme-Ariosto (corruzione giudiziaria): assoluzione
Diritti televisivi (falso in bilancio e frode fiscale): indagini in corso
Telecinco (violazione delle leggi antitrust e frode fiscale in Spagna): assoluzione in Italia
Bombe del 1992 e del 1993 (concorso in strage): Procedimento archiviato
A guardare questa sfilza di processi (con relativa imputazione ed esito) tutti riferiti ad un singolo imputato, è possibile arrivare per deduzione logica a due possibili conclusioni alternative:
1) in Italia esiste un delinquente incallito, recidivo, potente, furbo e pericoloso, che però la giusta magistratura non riesce a colpire come meriterebbe. Questa ipotesi comporterebbe come postilla l'ammissione di inefficienza, se non incapacità, di questa buona magistratura, con relative possibili critiche di dispendio inutile di mezzi e denaro pubblici;
2) in Italia esiste una magistratura (o almeno qualche magistrato di qualche procura) orientata in maniera ossessiva nel perseguimento di ogni sorta di possibile reato (dal falso in bilancio, alla associazione mafiosa, al concorso in strage) nei confronti di un ricco e potente cittadino, che, per sua fortuna, ha avuto la forza, i mezzi e la capacità di contrastare in sede di giudizio ed oltre questo abnorme attacco giudiziario (ma che resterà comunque "condannato" in via definitiva dal giudizio inappellabile del collegio giudicante parallelo della corte distinta e superiore di Travaglio & Co., come attestato da tomi e tomi di argomentazioni pubblicate con notevole successo editoriale). Questa seconda ipotesi comporterebbe come postilla la critica non solo per lo sperpero inutile di pubblico denaro e risorse da parte della magistratura, ma, cosa ancora più grave, la critica per il loro uso deviato, in quanto motivato e con finalità diverse da quelle di una corretta ed imparziale giustizia.
Come comune cittadino non sono in grado di affermare nulla sulla reale innocenza o colpevolezza dell'imputato Sivio Berlusconi. Tuttavia mi sembra innegabile che il suo caso, inquadrato nella oggettiva situazione di malagiustizia in Italia per l'abnorme lunghezza dei processi e per i pericolosi aspetti di "discrezionalità" di azione del singolo magistrato o di gruppi di magistrati (il cui uso distorto potrebbe essere oggetto di un uso personalistico e/o politico), dato l'esito di non colpevolezza "tecnica" che tali processi hanno registrato, rende non infondata una sua legittimazione al ruolo di vittima innocente, di "martire" (e sempre sotto il rischio di scacco per nuove possibili imputazioni).
Quello che mi lascia più turbato non è tanto la valutazione di questo caso "eccellente", quanto il pensiero di tutti quei poveri cittadini anonimi che analoghe situazioni di malagiustizia devono o hanno dovuto affrontare senza altrettanto "eccellenti" mezzi e possibilità di difesa.
lunedì 25 febbraio 2008
domenica 24 febbraio 2008
CHI DIFENDE LE VERE CLASSI DEBOLI DEL PAESE?
Abbiamo avuto l'uomo più ricco del paese alla presidenza del consiglio. E potrebbe tornare. Da quì il grande equivoco: che Berlusconi sia l'imperatore delle caste, il potenziale dittatore assoluto.
In realtà Berlusconi, tuttalpiù, rappresenta sé stesso ed i suoi interessi che, per quanto notevoli, non rappresentano affatto le grandi, storiche e vere caste radicate in Italia. Semmai, proprio per la loro evidenza e delimitabilità, i suoi interessi particolari costituiscono un male minore, in quanto più visibili e più controllabili.
I grandi interessi economici, che sono spesso non evidenti ed esplicitati alla luce del sole, spesso di natura transnazionale, sanno trovare, per affermarsi, le giuste sponde nella politica, più o meno consapevole e compartecipe, soprattutto di certa politica e certi politici. Prodi, a mio giudizio, ne rappresenta un caso esemplare (per la sua storia ed i suoi trascorsi come dirigente di grandi enti e di consulente di importanti società finanziarie internazionali). Ma anche Veltroni, per altri versi, rappresenta un probabile ideale di politico di riferimento per i grandi interessi: per la sua formazione ed esperienza politica di uomo di apparato, per il suo atteggiamento caratteriale ed umano tendente alla mediazione, per quanto dimostrato praticamente durante la sua esperienza di sindaco di Roma (vedi stesura del recente nuovo piano regolatore, realizzato con il gradimento degli storici grandi immobiliaristi della capitale).
Le vere "caste" da abbattere, in Italia, non sono tanto e solo quelle della politica in sé per sé, quanto quelle costituite da tutte quelle realtà economiche, in primo luogo, ma anche sociali, culturali, e pseudo-istituzionali da cui la casta politica trae riferimento (ed al cui peso ed influenza deve sottostare): i grandi gruppi finanziari, le grandi banche, i grandi gruppi industriali, ma anche i principali sindacati e corporazioni (come quella dei magistrati), come pure quel gruppo di influenti giornalisti-editorialisti delle testate di riferimento (che, dietro una immagine di imparzialità, sono spesso in rapporto assai confidenziale e diretto con certi politici e certi gruppi di potere, nei confronti dei quali rivelano spesso tuttaltro che autonomia ed obiettività) e degli intellettuali e delle èlite culturali (schierati in larghissima maggioranza secondo la cultura dominante e prevalente, per una pura questione di utile conformismo).
Ma chi difende oggi le classi deboli? E quali sono. oggi, le vere classi deboli del paese?
Certamente le classi deboli in assoluto sono quelle dei poveri, degli indigenti, dei disoccupati , dei lavoratori a tempo determinato (la nuova generazione dei 1000€) ed i salariati ed i pensionati delle fasce più basse. Ma come si possono veramente sostenere questi poveri?
"La verità è che se vogliamo risalire la china, sono i ricchi a dovere stringere un po' la cinghia, ceti medi e mediobassi non si possono spremere oltre, hanno già dato"
Questa è la tipica risposta della cultura di sinistra. Ma è un grave errore, per le seguenti ragioni:
1) i ceti medi e mediobassi dell'Italia, che sono la grandissima parte della popolazione, e che sono tutti maledettamente più poveri, schiacciati da tasse e burocrazia, dalla contingenza economica internazionale, dall'inflazione crescente, "spremuti" al limite del tollerabile, comprendono oggi pure larghe fette di quelle classi tradizionalmente ritenute come "ricche" (commercianti, professionisti, piccoli imprenditori, artigiani) e perciò ritenuti da dover colpire. Con ciò finendo di affossare le ultime capacità produttive e di lavoro di questa fondamentale parte del paese.
2) come classi "deboli", secondo me, vanno più in generale considerate tutte quelle in attuale e progressivamente maggiore difficoltà, che non hanno sindacati potenti alle spalle, che magari sono poste all'indice e colpite con durezza per pregiudizio e incomprensione delle proprie problematiche, senza la benché minima tutela. E quali sono quei lavoratori che non hanno alcun tipo di tutela nel proprio lavoro nel caso di malattia, nel caso di riduzione di fatturato, nel caso di necessità di investimenti per la propria attività, e che sono sottoposti, viceversa, ad un crescente peso di burocrazia ed adempimenti normativi (talora anche di considerevole impegno finanziario), oltreché vittime di pregiudizi e di una sorta di colpevolizzazione sociale (in quanto ritenuti responsabili di parte della situazione di crisi del paese per la loro evasione contributiva)?
Ma quanti commercianti sono vittime di usura? Perchè dovrebbero esserlo, se fossero semplicemente una classe di evasori infami? Quante imprese potrebbero sopravvivere se non inadempiendo in qualche misura nei confronti del "socio", che pretende quasi un 50% di entrate, calcolate sul presunto, pagate con anticipo, senza possibilità di dilazioni? Quanti lavoratori dipendenti salariati, con contratto nazionale garantito, tutelati nella malattia e nel diritto di ferie o gravidanza (tutti sacrosanti, per carità), sono supportati da questi vituperati ladri ed evasori? Non sarebbero tutti da considerare un bene, una risorsa da sostenere e sviluppare, anziché essere tartassati oltre i limiti del tollerabile, fino al punto da spingerli a chiudere le loro attività (con danno per l'intero paese)?
3) Chi altri, a meno di pensare esclusivamente ad un assistenzialismo di tipo statalistico (ma sostenuto da chi? E con quali risorse?) se non proprio queste categorie di presunti "ricchi" sono le vere risorse vitali del paese, le uniche in grado di risollevarne le sorti economiche e produttive, se solo adeguatamente sostenute e tutelate, oltreché incoraggiate e facilitate nella creazione di nuove attività e nuove imprese, le sole in grado di poter garantire nuove assunzioni, di dare maggior benessere e di dare impulso ai consumi (non solo i propri), quindi all'economia tutta?
Ebbene è solo il centrodestra che sostiene, con consapevolezza, sia i vecchi che i nuovi "deboli". Ed essendo l'unica a comprendere l'importanza del sostegno e della tutela dell'impresa, è anche l'unica in grado di risollevare veramente le sorti del paese: perché è solo con una politica che tenda a incentivare le vecchie e nuove attività che si potranno creare nuovi posti di lavoro, nuova ricchezza e benessere per tutti.
Le soluzioni e l'atteggiamento della sinistra, viceversa, oltre ad essere gravati dalla demagogia e della difesa sconsiderata dei diritti, senza curarsi dello sviluppo economico che ne consenta una loro adeguata copertura di risorse, non solo non sarebbe di reale aiuto ai poveri, ma ci spingerebbe tutti sempre più sul baratro di una economia ferma, stagnante, appesantita e sempre più impoverita di risorse. E saremmo tutti più poveri. Un bel risultato di redistribuzione.
In realtà Berlusconi, tuttalpiù, rappresenta sé stesso ed i suoi interessi che, per quanto notevoli, non rappresentano affatto le grandi, storiche e vere caste radicate in Italia. Semmai, proprio per la loro evidenza e delimitabilità, i suoi interessi particolari costituiscono un male minore, in quanto più visibili e più controllabili.
I grandi interessi economici, che sono spesso non evidenti ed esplicitati alla luce del sole, spesso di natura transnazionale, sanno trovare, per affermarsi, le giuste sponde nella politica, più o meno consapevole e compartecipe, soprattutto di certa politica e certi politici. Prodi, a mio giudizio, ne rappresenta un caso esemplare (per la sua storia ed i suoi trascorsi come dirigente di grandi enti e di consulente di importanti società finanziarie internazionali). Ma anche Veltroni, per altri versi, rappresenta un probabile ideale di politico di riferimento per i grandi interessi: per la sua formazione ed esperienza politica di uomo di apparato, per il suo atteggiamento caratteriale ed umano tendente alla mediazione, per quanto dimostrato praticamente durante la sua esperienza di sindaco di Roma (vedi stesura del recente nuovo piano regolatore, realizzato con il gradimento degli storici grandi immobiliaristi della capitale).
Le vere "caste" da abbattere, in Italia, non sono tanto e solo quelle della politica in sé per sé, quanto quelle costituite da tutte quelle realtà economiche, in primo luogo, ma anche sociali, culturali, e pseudo-istituzionali da cui la casta politica trae riferimento (ed al cui peso ed influenza deve sottostare): i grandi gruppi finanziari, le grandi banche, i grandi gruppi industriali, ma anche i principali sindacati e corporazioni (come quella dei magistrati), come pure quel gruppo di influenti giornalisti-editorialisti delle testate di riferimento (che, dietro una immagine di imparzialità, sono spesso in rapporto assai confidenziale e diretto con certi politici e certi gruppi di potere, nei confronti dei quali rivelano spesso tuttaltro che autonomia ed obiettività) e degli intellettuali e delle èlite culturali (schierati in larghissima maggioranza secondo la cultura dominante e prevalente, per una pura questione di utile conformismo).
Ma chi difende oggi le classi deboli? E quali sono. oggi, le vere classi deboli del paese?
Certamente le classi deboli in assoluto sono quelle dei poveri, degli indigenti, dei disoccupati , dei lavoratori a tempo determinato (la nuova generazione dei 1000€) ed i salariati ed i pensionati delle fasce più basse. Ma come si possono veramente sostenere questi poveri?
"La verità è che se vogliamo risalire la china, sono i ricchi a dovere stringere un po' la cinghia, ceti medi e mediobassi non si possono spremere oltre, hanno già dato"
Questa è la tipica risposta della cultura di sinistra. Ma è un grave errore, per le seguenti ragioni:
1) i ceti medi e mediobassi dell'Italia, che sono la grandissima parte della popolazione, e che sono tutti maledettamente più poveri, schiacciati da tasse e burocrazia, dalla contingenza economica internazionale, dall'inflazione crescente, "spremuti" al limite del tollerabile, comprendono oggi pure larghe fette di quelle classi tradizionalmente ritenute come "ricche" (commercianti, professionisti, piccoli imprenditori, artigiani) e perciò ritenuti da dover colpire. Con ciò finendo di affossare le ultime capacità produttive e di lavoro di questa fondamentale parte del paese.
2) come classi "deboli", secondo me, vanno più in generale considerate tutte quelle in attuale e progressivamente maggiore difficoltà, che non hanno sindacati potenti alle spalle, che magari sono poste all'indice e colpite con durezza per pregiudizio e incomprensione delle proprie problematiche, senza la benché minima tutela. E quali sono quei lavoratori che non hanno alcun tipo di tutela nel proprio lavoro nel caso di malattia, nel caso di riduzione di fatturato, nel caso di necessità di investimenti per la propria attività, e che sono sottoposti, viceversa, ad un crescente peso di burocrazia ed adempimenti normativi (talora anche di considerevole impegno finanziario), oltreché vittime di pregiudizi e di una sorta di colpevolizzazione sociale (in quanto ritenuti responsabili di parte della situazione di crisi del paese per la loro evasione contributiva)?
Ma quanti commercianti sono vittime di usura? Perchè dovrebbero esserlo, se fossero semplicemente una classe di evasori infami? Quante imprese potrebbero sopravvivere se non inadempiendo in qualche misura nei confronti del "socio", che pretende quasi un 50% di entrate, calcolate sul presunto, pagate con anticipo, senza possibilità di dilazioni? Quanti lavoratori dipendenti salariati, con contratto nazionale garantito, tutelati nella malattia e nel diritto di ferie o gravidanza (tutti sacrosanti, per carità), sono supportati da questi vituperati ladri ed evasori? Non sarebbero tutti da considerare un bene, una risorsa da sostenere e sviluppare, anziché essere tartassati oltre i limiti del tollerabile, fino al punto da spingerli a chiudere le loro attività (con danno per l'intero paese)?
3) Chi altri, a meno di pensare esclusivamente ad un assistenzialismo di tipo statalistico (ma sostenuto da chi? E con quali risorse?) se non proprio queste categorie di presunti "ricchi" sono le vere risorse vitali del paese, le uniche in grado di risollevarne le sorti economiche e produttive, se solo adeguatamente sostenute e tutelate, oltreché incoraggiate e facilitate nella creazione di nuove attività e nuove imprese, le sole in grado di poter garantire nuove assunzioni, di dare maggior benessere e di dare impulso ai consumi (non solo i propri), quindi all'economia tutta?
Ebbene è solo il centrodestra che sostiene, con consapevolezza, sia i vecchi che i nuovi "deboli". Ed essendo l'unica a comprendere l'importanza del sostegno e della tutela dell'impresa, è anche l'unica in grado di risollevare veramente le sorti del paese: perché è solo con una politica che tenda a incentivare le vecchie e nuove attività che si potranno creare nuovi posti di lavoro, nuova ricchezza e benessere per tutti.
Le soluzioni e l'atteggiamento della sinistra, viceversa, oltre ad essere gravati dalla demagogia e della difesa sconsiderata dei diritti, senza curarsi dello sviluppo economico che ne consenta una loro adeguata copertura di risorse, non solo non sarebbe di reale aiuto ai poveri, ma ci spingerebbe tutti sempre più sul baratro di una economia ferma, stagnante, appesantita e sempre più impoverita di risorse. E saremmo tutti più poveri. Un bel risultato di redistribuzione.
venerdì 22 febbraio 2008
ATTENTI A DIRE GIUSTIZIA
Che la Giustizia in Italia sia in una condizione lontana da un livello accettabile di civiltà, degno di un paese moderno quale siamo, mi pare indiscutibile. Basta solo citare la intollerabile lunghezza di qualsiasi procedimento processuale.
Che in Italia ci sia stato qualcuno "particolarmente" perseguito da parte di alcune procure, e nei confronti del quale ci sia stato un "accanimento" processuale continuato e reiterato (sia dentro che, ed in modo ancor più discutibile e massiccio, fuori delle aule giudiziarie), mi pare altrettanto inoppugnabile.
Che chi sia stato perseguito abbia usato tutti i mezzi disponibili per difendersi, magari anche notevoli, direi che è semplicemente legittimo (soprattutto in riferimento al punto precedente). Semmai viene da chiedersi quanti abbiano dovuto subire situazioni analoghe senza la possibilità di difendersi in modo sufficientemente efficace.
Che, in contrasto con quanto detto sopra, si siano registrati casi in cui, non solo non è stato dimostrato altrettanto rigore nella volontà di perseguire, ma vi sia stato un atteggiamento di difesa garantista portata all'estreme ed opposte conseguenze, con censura dei magistrati che intendevano perseguire, mi sembra altrettanto indiscutibile.
La Giustizia, come anche la moralità ed i principi etici, è un valore fondamentale. Ma solo se universale, cioè valido per tutti. Altrimenti diventa altro: pretesto od elemento di discriminazione, se non di persecuzione.
Uno degli strumenti più efficaci attraverso il quale i regimi autoritari esercitano la loro egemonia e la loro pressione sui dissidenti, sotto la parvenza di buoni e legittimi intenti, consiste nello sfruttare ad arte e fino alle estreme conseguenze simili operazioni.
In ogni caso anche i giudici sono uomini, e come tali fallibili.
Il garantismo, sempre inteso in senso universale, costituisce dunque uno elemento imprescindibile ed irrinunciabile di giustizia e di democrazia.
"Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini, e vi troverò una qualche cosa sufficiente a farlo impiccare"
Richelieu
Che in Italia ci sia stato qualcuno "particolarmente" perseguito da parte di alcune procure, e nei confronti del quale ci sia stato un "accanimento" processuale continuato e reiterato (sia dentro che, ed in modo ancor più discutibile e massiccio, fuori delle aule giudiziarie), mi pare altrettanto inoppugnabile.
Che chi sia stato perseguito abbia usato tutti i mezzi disponibili per difendersi, magari anche notevoli, direi che è semplicemente legittimo (soprattutto in riferimento al punto precedente). Semmai viene da chiedersi quanti abbiano dovuto subire situazioni analoghe senza la possibilità di difendersi in modo sufficientemente efficace.
Che, in contrasto con quanto detto sopra, si siano registrati casi in cui, non solo non è stato dimostrato altrettanto rigore nella volontà di perseguire, ma vi sia stato un atteggiamento di difesa garantista portata all'estreme ed opposte conseguenze, con censura dei magistrati che intendevano perseguire, mi sembra altrettanto indiscutibile.
La Giustizia, come anche la moralità ed i principi etici, è un valore fondamentale. Ma solo se universale, cioè valido per tutti. Altrimenti diventa altro: pretesto od elemento di discriminazione, se non di persecuzione.
Uno degli strumenti più efficaci attraverso il quale i regimi autoritari esercitano la loro egemonia e la loro pressione sui dissidenti, sotto la parvenza di buoni e legittimi intenti, consiste nello sfruttare ad arte e fino alle estreme conseguenze simili operazioni.
In ogni caso anche i giudici sono uomini, e come tali fallibili.
Il garantismo, sempre inteso in senso universale, costituisce dunque uno elemento imprescindibile ed irrinunciabile di giustizia e di democrazia.
"Datemi sei righe scritte dal più onesto degli uomini, e vi troverò una qualche cosa sufficiente a farlo impiccare"
Richelieu
martedì 19 febbraio 2008
LA NUOVA IMMAGINE "ISTITUZIONALE" DI BERLUSCONI
Fino ad ora, Silvio Berlusconi è apparso più silenzioso del solito in questa campagna elettorale.
Certamente parlerà, se ne può star certi. Ma oserei dire che il suo silenzio, in questo momento, sia d'oro. Veltroni, dal canto suo, è costretto a darsi da fare, a parlare e far "sognare" per tutta una serie di motivi (disastrosa esperienza Prodi, nuovo partito, nuova identità del centrosinistra, ecc.). Il rischio di una eccessiva esposizione personale di Berlusconi, viceversa, è quello di incorrere nell'unico e solito trabocchetto della sinistra: denigrare la persona Berlusconi e con lui il PDL, accreditandolo come partito personale (oltre a prestare il fianco alle solite accuse di usare i suoi mezzi personali ed il richiamo al solito conflitto d'interessi).
Attraverso il suo silenzio, o quantomeno un suo più basso e più tranquillo profilo, stà cominciando ad emergere il peso e la consistenza di quella realtà costituita dalla sensibilità delle persone di centrodestra nel paese (finora fatte passare per poco più di una manica di idioti idolatri di Berlusconi), oltreché stà dando la possibilità di esposizione ad altri politici del suo schieramento (e di Fini in primo luogo, che stà assumendo il rango di vero luogotenente del centrodestra, anche con una discreta capacità di visione strategica di lungo periodo).
Inoltre mi sembra di intuire la volontà di una nuova sua veste ed immagine di sé, più "istituzionale", e questo ha due possibili spiegazioni:
1) Veltroni, il suo sfidante, non lo attacca personalmente e sembra coltivare, condiviso, i presupposti di un possibile dialogo nella prossima legislatura;
2) probabilmente nella sua testa Berlusconi non ha mai rinunciato all'idea di poter essere amato dall'Italia intera, e stà coltivando una immagine di sé compatibile con quella di Presidente della Repubblica (suo vero obiettivo che gli rimane da raggiungere).
Certamente parlerà, se ne può star certi. Ma oserei dire che il suo silenzio, in questo momento, sia d'oro. Veltroni, dal canto suo, è costretto a darsi da fare, a parlare e far "sognare" per tutta una serie di motivi (disastrosa esperienza Prodi, nuovo partito, nuova identità del centrosinistra, ecc.). Il rischio di una eccessiva esposizione personale di Berlusconi, viceversa, è quello di incorrere nell'unico e solito trabocchetto della sinistra: denigrare la persona Berlusconi e con lui il PDL, accreditandolo come partito personale (oltre a prestare il fianco alle solite accuse di usare i suoi mezzi personali ed il richiamo al solito conflitto d'interessi).
Attraverso il suo silenzio, o quantomeno un suo più basso e più tranquillo profilo, stà cominciando ad emergere il peso e la consistenza di quella realtà costituita dalla sensibilità delle persone di centrodestra nel paese (finora fatte passare per poco più di una manica di idioti idolatri di Berlusconi), oltreché stà dando la possibilità di esposizione ad altri politici del suo schieramento (e di Fini in primo luogo, che stà assumendo il rango di vero luogotenente del centrodestra, anche con una discreta capacità di visione strategica di lungo periodo).
Inoltre mi sembra di intuire la volontà di una nuova sua veste ed immagine di sé, più "istituzionale", e questo ha due possibili spiegazioni:
1) Veltroni, il suo sfidante, non lo attacca personalmente e sembra coltivare, condiviso, i presupposti di un possibile dialogo nella prossima legislatura;
2) probabilmente nella sua testa Berlusconi non ha mai rinunciato all'idea di poter essere amato dall'Italia intera, e stà coltivando una immagine di sé compatibile con quella di Presidente della Repubblica (suo vero obiettivo che gli rimane da raggiungere).
lunedì 18 febbraio 2008
QUELLO CHE STA CAMBIANDO POLITICAMENTE IN ITALIA
Senza forse averne ancora realizzato la piena consapevolezza, direi che in Italia stiano avvenendo alcune cose importanti dal punto di vista politico:
1) esiste, è attecchito e sta sempre di più prendendo coscienza di sé un "centrodestra", un vero e grande centrodestra che non è un partito di plastica (come poteva essere ritenuto 15 anni fa, al suo esordio, FI), ma una realtà diffusa, popolare, radicata, profonda, maggioritaria (con tutta probabilità) di cittadini.
2) Silvio Berlusconi ne è stato indubbiamente il promotore, il catalizzatore, l'artefice, e continua necessariamente ad esserne il leader, per il momento; ma oramai questo "centrodestra" esiste, vive e si sta via via definendo anche sul piano politico, delle idee, della cultura, e continuerà senz'altro ad esistere dopo di lui. In questo senso sostengo che il centrodestra non coincide con la persona Silvio Berlusconi.
3) Si stanno definendo e caratterizzando meglio anche gli altri schieramenti politici; il centrosinistra, che costituisce lo schieramento principale contrapposto al centrodestra, seguendo la scelta della nascita del PD ha contribuito fortemente alla chiarificazione del quadro politico (sia pur con le incertezze ed i tentennamenti di percorso, dovuti per lo più a tattica e calcoli di tipo prettamente elettoralistico), distaccandosi dalla sinistra arcobaleno e dal pensiero no-global.
4) Questa ridefinizione del quadro politico, oltre a riavvicinarci ad una situazione politica più conforme a quella europea (PPE-conservatori e area socialista-laburista), fa sì che si possano modificare (almeno tendenzialmente) anche l'atteggiamento ed il rapporto reciproco, sempre meno personalistico e sempre di più programmatico, creando le condizioni di un dialogo finalmente più costruttivo.
5) Quello che sostengo è che forse si sia avviato un processo che, certo non nell'immediato, ma in un futuro non troppo remoto, possa riportare la politica italiana su di un livello dialettico e sostanziale tollerabilmente civile. Se così davvero fosse tutto il resto potrebbe venire da sé: migliori politici, il loro ricambio, la lotta sulle idee e non solo tra leader, ecc.ecc.
Forse questa è solo una speranza, ma anche solo questa speranza mi consente di guardare le cose con una ottica più ampia e distaccata, più attenta al senso generale delle cose che stanno avvenendo piuttosto che alle piccole vicende particolari ed alle questioni marginali. E con un minimo di ottimismo.
1) esiste, è attecchito e sta sempre di più prendendo coscienza di sé un "centrodestra", un vero e grande centrodestra che non è un partito di plastica (come poteva essere ritenuto 15 anni fa, al suo esordio, FI), ma una realtà diffusa, popolare, radicata, profonda, maggioritaria (con tutta probabilità) di cittadini.
2) Silvio Berlusconi ne è stato indubbiamente il promotore, il catalizzatore, l'artefice, e continua necessariamente ad esserne il leader, per il momento; ma oramai questo "centrodestra" esiste, vive e si sta via via definendo anche sul piano politico, delle idee, della cultura, e continuerà senz'altro ad esistere dopo di lui. In questo senso sostengo che il centrodestra non coincide con la persona Silvio Berlusconi.
3) Si stanno definendo e caratterizzando meglio anche gli altri schieramenti politici; il centrosinistra, che costituisce lo schieramento principale contrapposto al centrodestra, seguendo la scelta della nascita del PD ha contribuito fortemente alla chiarificazione del quadro politico (sia pur con le incertezze ed i tentennamenti di percorso, dovuti per lo più a tattica e calcoli di tipo prettamente elettoralistico), distaccandosi dalla sinistra arcobaleno e dal pensiero no-global.
4) Questa ridefinizione del quadro politico, oltre a riavvicinarci ad una situazione politica più conforme a quella europea (PPE-conservatori e area socialista-laburista), fa sì che si possano modificare (almeno tendenzialmente) anche l'atteggiamento ed il rapporto reciproco, sempre meno personalistico e sempre di più programmatico, creando le condizioni di un dialogo finalmente più costruttivo.
5) Quello che sostengo è che forse si sia avviato un processo che, certo non nell'immediato, ma in un futuro non troppo remoto, possa riportare la politica italiana su di un livello dialettico e sostanziale tollerabilmente civile. Se così davvero fosse tutto il resto potrebbe venire da sé: migliori politici, il loro ricambio, la lotta sulle idee e non solo tra leader, ecc.ecc.
Forse questa è solo una speranza, ma anche solo questa speranza mi consente di guardare le cose con una ottica più ampia e distaccata, più attenta al senso generale delle cose che stanno avvenendo piuttosto che alle piccole vicende particolari ed alle questioni marginali. E con un minimo di ottimismo.
sabato 16 febbraio 2008
IL SENSO PERDUTO DELL' ESSERE VERAMENTE "RADICALI"
I "radicali" hanno una storia di tutto rispetto in Italia. Come "movimento" di idee e battaglie civili hanno saputo dare un contribuito fondamentale alla modernizzazione civile, culturale, di costume del paese (divorzio ed aborto, soprattutto, ma anche legge elettorale maggioritaria, lotta al finanziamento pubblico dei partiti, diritti delle minoranze in genere). Tuttavia il graduale passaggio da "movimento"di idee e battaglie ad una forma più costituita ed organizzata politicamente, cioè a "partito" vero e proprio, con tutto quello che rappresenta e che comporta, ha fatto sì che si perdesse progressivamente, ma inesorabilmente, gran parte del senso, della forza, della purezza, della credibilità dell'essere "radicale", e perdendo ciò si è smarrita anche la bussola della sua iniziativa originaria e peculiare. Marco Pannella ne è stato l'indubbia e riconosciuta guida carismatica in entrambe queste fasi, guida esercitata con tutto l'impegno della sua grandissima energia e vitalità personale, con tutto il bene ed il male che ciò ha comportato, ivi compresi indubbi eccessi istrionici e personalistici. Oggi si deve registratre una obiettiva fase di confusione ed incertezza sul significato dell'essere "radicali", dispersi come sono politicamente tra i vari schieramenti (talora addirittura reietti) e senza più la capacità di proporsi in maniera forte, unitaria e convincente.
Il futuro dei "radicali", secondo me, non può essere che quello di un ritorno alle sue origini, al movimento per le battaglie civili e di principio, quelle stesse battaglie che l'hanno sempre contraddistinti e caratterizzati (dalla conquista dei diritti delle minoranze al riconoscimentdiritto del diritto all'eutanasia, dalla difesa della laicità dello stato alla rivendicazione dell'opportunità della ricerca sulle cellule staminali), e per la conquista delle quali è, oggi come sempre, indispensabile la presenza di un movimento che si batta per esse. Ma al di fuori di qualsiasi schieramento partitico.
Il futuro dei "radicali", secondo me, non può essere che quello di un ritorno alle sue origini, al movimento per le battaglie civili e di principio, quelle stesse battaglie che l'hanno sempre contraddistinti e caratterizzati (dalla conquista dei diritti delle minoranze al riconoscimentdiritto del diritto all'eutanasia, dalla difesa della laicità dello stato alla rivendicazione dell'opportunità della ricerca sulle cellule staminali), e per la conquista delle quali è, oggi come sempre, indispensabile la presenza di un movimento che si batta per esse. Ma al di fuori di qualsiasi schieramento partitico.
giovedì 14 febbraio 2008
UNA NOTIZIA DI SPERANZA
In questo momento di rivolgimento e di confusione della politica italiana, finalmente una notizia di speranza:
Palermo, 14 febbraio 2008 - Emanuele Filiberto di Savoia non disdegna un suo impegno in politica. "Perché no? Tra 5-10 anni. Dopo che avrò studiato, sarò pronto"
http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.phpid=5141&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=
Basta aspettare.
Palermo, 14 febbraio 2008 - Emanuele Filiberto di Savoia non disdegna un suo impegno in politica. "Perché no? Tra 5-10 anni. Dopo che avrò studiato, sarò pronto"
http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.phpid=5141&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=
Basta aspettare.
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