lunedì 28 aprile 2008
A ROMA LO SCHIANTO
Tale vittoria di Alemanno a Roma, significa almeno tre cose:
1) Rutelli e la tanto "glorificata" gestione Veltroniana di Roma sono state brutalmente rigettate;
2) la gente (il popolo che vota) è più scaltra e intelligente di quel che taluno vorrebbe far credere, avendo dimostrato di saper valutare e scegliere benissimo, tanto da distinguere un Zingaretti da un Rutelli (il che rende la sconfitta di quest'ultimo e di chi l'ha scelto come candidato più cocente);
3) è ufficialmente aperta una nuova fase della storia politica italiana: con un grande centrodestra, atteso alla verifica della sua maturità e della sua capacità di governo (a Roma come in Italia), e con una sinistra da rifondare.
Il problema, per la sinistra, è un problema (grosso come una casa) di dirigenza e di politica: ha perso Rutelli, certo, ma con lui ha perso il "modello Veltroni", altrettanto certo, e con Veltroni, che ha perso anche le politiche, ha perso tutto il "nuovo" PD, ma oltre al PD ha perso pure la sinistra comunista, i verdi, insomma è il crollo definitivo di tutto il fronte sinistro della politica italiana.
Io credo che tale batosta della sinistra sia dovuta e assolutamente "meritata": nel senso che è il frutto di quanto ha saputo seminare, della sua propria incapacità di proporre progetti credibili (dopo la crisi storica della sua ideologia) e di indicare gli uomini giusti nei ruoli chiave (e che probabilmente, cercando meglio al suo interno, avrebbe potuto trovare). Oltretutto la sconfitta è di proporzioni tali da rendere difficilmente spendibili le solite giustificazioni (Berlusconi ha vinto perché controlla le le tv) o le basse insinuazioni (il popolo non ha dato il voto alla sinistra perché non capisce o è ignorante).
Le reazioni scomposte e sterili di certa parte della sinistra, poi, che cercano di interpretare la vittoria di Alemanno come un cupo riavvento del fascismo a Roma, mi fanno tornare alla mente le questioni emerse anche a proposito della discussione sul 25 aprile e magistralmente poste dal solito Giacalone:
"si è voluto negare che gli italiani siano stati fascisti ed il valore nazionale del fascismo, amputando un pezzo di storia. Si è voluto negare che la Liberazione fu opera degli anglo americani. Si è omologata la Resistenza alla sua influenza comunista, così cancellando il migliore antifascismo, quello che si batté per la libertà e non per una diversa dittatura. Si è lasciato credere che la successiva guerra fredda, la divisione del mondo in due blocchi, sia stata l’ostacolo all’evoluzione dell’Italia, anziché la sua provvidenziale salvezza, in questo modo regalandoci un supplemento di guerra civile, trascinatasi negli anni del terrorismo. Su questo cumulo di bugie abbiamo eretto la torre sbilenca della retorica nazionale, con il risultato che ancora si litiga su quel che fummo e come lo diventammo" (da davidegiacalone.it)
Forse non su tutta, ma sulla parte migliore della sinistra credo si possa sperare di far affidamento per voltare finalmente pagina, guardando alla realtà ed al futuro senza gli antichi dogmi ideologici, se non altro perché non è più pagante, come la sconfitta di ieri dimostra.
Quello che si apre, dal mio punto di vista, è un processo doppiamente positivo: di verifica della crescita politica del cdx in Italia, di rinnovamento radicale (ed obbligato) della sinistra.
Se son rose...
sabato 26 aprile 2008
25 APRILE: UNA RICORRENZA DA RIDEFINIRE
(Gabriele De Rosa, intervistato su Avvenire, pubblicato il 24/05/2008 )
Appunto.
Finché il 25 aprile continuerà ad essere rappresentato come "vittoria partigiana" (e le truppe anglo-americane?), con effluvio di bandiere rosse e canti della rivoluzione bolscevica, sarà una ricorrenza storicamente falsata e che non potrà che dividere la nazione. Come infatti avviene ora.
Il vero problema, forse, è stabilire cosa va veramente inteso, oggi, sia come termine che come valore, con "antifascismo": è quello il punto nodale, l'elemento su cui discutere e trovare una convergenza comune, che, superando schieramenti e posizioni politiche, consenta una analisi contestualizzata ed obiettiva di quel determinato periodo storico (il Fascismo mussoliniano, appunto), ma renda soprattutto possibile trarne il valore eterno e sempre attuale di lotta a qualsiasi forma di dittatura, di oppressione, di razzismo, di limitazione culturale, cioè di ogni forma di pregiudizio di libertà e di giustizia. Solo così potremo tutti sentirci veramente "antifascisti" ed il 25 aprile potrà tornare ad essere una festa sentita da tutto il Paese: la festa dell'antifascismo.
mercoledì 23 aprile 2008
IL "GRANDE" SINDACO RUTELLI
http://www.youtube.com/watch?v=1wOJHJJs_88&feature=related
Quando la satira (quella vera e ben fatta) dice più di mille parole...
domenica 20 aprile 2008
SONO GLI IGNORANTI A VOTARE PDL?
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/elezioni-2008-quattro/flussi-voto/flussi-voto.html
"Il Pdl e la Lega stravincono fra commercianti e artigiani, imprenditori e casalinghe, persone con un titolo di studio inferiore. Ma battono il Pd, con diverse gradazioni, anche fra operai, laureati, adulti, anziani, uomini e donne. Walter Veltroni, invece, riesce a scaldare solo il cuore di studenti e impiegati"
"Un po' a sorpresa il centrodestra vince il confronto anche fra coloro che sono in possesso di un titolo di studio superiore: Lega e Pdl hanno il 44,2 per cento contro il 34,3 per cento del Pd e il 4,7 di Di Pietro. Veltroni riesce a primeggiare solo fra studenti e impiegati"
...ma a votare per Berlusconi non erano stati gli ignoranti?!?
PS: e chi lo dice a Fuksas adesso?
sabato 19 aprile 2008
VIVA LA LEGA
A mio giudizio, la Lega rappresenta la vera risposta popolare alla crisi della politica tradizionale e delle vecchie ideologie: costituisce l'espressione del bisogno di un ritorno al “territorio”, alla “gente”, al "concreto", alle reali esigenze e priorità dei "cittadini", a dispetto e contro il “politically correct”, comprendendo in questo rifiuto anche la correttezza e la formalità espressiva. Il modo di esprimersi e di manifestarsi della Lega, infatti, talora deprecabilmente rozzo e volgare, sembra ricercare volutamente la scorrettezza formale come segno esteriore ed evidente di un grande rifiuto, di una sorta di ritorno al basso, al semplice, al primordiale: è in qualche modo l'espressione più evidente di una ricerca di vera democrazia popolare, senza filtri e schermi, quindi sincera e genuina. Nella Lega, addirittura, l'ignoranza sembra quasi essere elevata al rango di valore, in quanto simbolo di ciò che è più semplice, vero e vicino alla gente più comune.
Naturalmente questo è un processo culturale pericoloso, tendenzialmente disevolutivo, potenzialmente incline a forme di razzismo e di demagogia, ma che ha la sua ragion d'essere in questa fase storica del Paese, dove la crisi delle istituzioni e della classe politica ha raggiunto livelli di guardia.
Accanto a questo aspetto puramente folcloristico-culturale, tuttavia, in questi vent'anni la Lega ha di fatto saputo produrre una classe di nuovi amministratori, sindaci e dirigenti politici che hanno saputo conquistarsi la fiducia ed il rispetto della popolazione, grazie alla loro serietà, preparazione ed impegno nella attenzione agli interessi reali dei cittadini. Quindi si è assistito ad una evoluzione della Lega, da semplice movimento di protesta, a seria e capace forza politica in grado di ben amministrare il territorio, avendo come unica ideologia un sano pragmatismo. Questa evoluzione virtuosa ha fatto sì che anche coloro i quali rimanevano perplessi ed interdetti rispetto alle manifestazioni "culturali" della Lega, hanno cominciato a mostrare un atteggiamento più condiscendente e benevolo, nella convinzione di poter relegare gli aspetti folcloristici e di colore della Lega di Pontida in subordine rispetto al merito di una nuova classe politica in grado di rispondere meglio alle reali esigenze della popolazione.
In qualche misura il successo della Lega dimostra una rivoluzione copernicana della politica italiana, indicando lo spostamento dall'interesse verso le grandi ideologie e le tradizionali forze politiche, a quello per l'attenzione alla difesa dei reali e concreti interessi dei cittadini e del territorio, per come viene amministrato, per come viene gestito, per come vengono usati i soldi del contribuente.
In questo senso, viva la Lega.
PS: come contributo all'analisi del tema suggerisco questo interessante post di un intelligente "terrone":
http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/il_trionfo_della_lega
giovedì 17 aprile 2008
LETTERA APPASSIONATA
http://www.macchianera.net/2008/04/16/perche_non_mi_voti_razzista_di.html
Perchè questa sinistra ha perso?
Questa sinistra non ha perso perchè Berlusconi ha berlusconizzato gli italiani.
Questa sinistra non ha perso perchè tutti vogliono fare i tronisti e le veline.
Questa sinistra non ha perso per Vespa, Mentana, Mimun e tutti gli altri.
Questa sinistra non ha perso perchè gli Italiani son tutti evasori.
Questa sinistra non ha perso per i Calearo, i Colaninno e i Del Vecchio.
Questa sinistra ha perso perchè per pensare agli ultimi si è dimenticata di penultimi e terzultimi.
Questa sinistra ha perso perchè il diritto di un barbone di stendersi sul marciapiede non deve valere di più del diritto di una non vedente a non inciamparci su.
Questa sinistra ha perso perchè se io antiberlusconiano ho il quartiere pieno di zingari, o se il mio paese sembra Tirana, e tu mi dai del razzista, io ho tutte le ragioni per incazzarmi di brutto e votare Borghezio.
Questa sinistra ha perso perchè più ricchezza per pochi e magari disonesti, è meglio che più miseria per tutti.
Questa sinistra ha perso perchè la contessina Borromeo si sente abbastanza tranquilla la sera tardi alla stazione di Milano.
Questa sinistra ha perso perchè, checchè se ne dica, Berlusconi dice che gli italiani son coglioni senza pensarlo, ma da quell'altra parte lo si pensa senza dirlo.
Questa sinistra ha perso perchè La Russa e Bondi non si possono sentire, ma Luxuria e Caruso non si possono neanche vedere.
Questa sinistra ha perso perchè a nessuno frega di TAV, VAT e della base di Vicenza.
Questa sinistra ha perso perchè le leggi ad personam fanno schifo, ma la spazzatura in strada fa molto più schifo.
Questa sinistra ha perso perchè se un italiano stupra o uccide qualcuno è altrettanto grave che se lo faccia un rom, ma in quest'ultimo caso il culo mi rode inevitabilmente di più.
Questa sinistra ha perso perchè Berlusconi ha il sorriso fisso e dall'altra parte, da Veltroni a Diliberto, sembra che abbiano tutti delle emorroidi perenni.
Questa sinistra ha perso perchè fa continua autocritica senza mai fare vera autocritica.
Questa sinistra ha perso perchè tutti loro, a partire dai marcotravaglio, dalle sabinaguzzanti, dai michelesantoro, dai danieleluttazzi, dalle biancaberlinguer, vivono sulla luna e fanno discorsi iperuranici.
Questa sinistra ha perso perchè stìca Jovanotti, stìca Totti, stìca Clooney, stìca Virzì.
Questa sinistra ha perso perchè "loro sono la meglio Italia e gli altri nun sono un cazzo".
Questa sinistra ha perso perchè cinque anni di stronzi sono meglio di due anni di teste di cazzo.
Inviato da: Murmur , 16.04.08 11:15
RAZZISMO ETICO (secondo Luca Ricolfi)
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4409&ID_sezione=&sezione=
"Il risultato elettorale ha preso alla sprovvista un po’ tutti, ma fra i cosiddetti osservatori - giornalisti, commentatori, studiosi, sondaggisti - lo sgomento è particolarmente acuto. Possibile che nessuno avesse intuito che cosa bolliva nella pentola della società italiana? Come mai, a due soli anni dalla catastrofe del 2006, la maggior parte degli exit-poll e dei sondaggi non sono riusciti a prevedere il risultato finale?Ma soprattutto: perché, nelle previsioni, la sinistra è spesso sopravvalutata e la destra sottovalutata? Nel 2006 i sondaggi prevedevano una comoda vittoria di Prodi, mentre il risultato è stato un pareggio quasi perfetto. Nel 2008 i sondaggi degli ultimi giorni prevedevano una vittoria risicata di Berlusconi, o addirittura un pareggio, mentre il risultato finale è stato un trionfo della destra. Perché?
La risposta più onesta è che non lo sappiamo, e possiamo solo fare delle congetture. Fra le molte ragioni che possono aver determinato questi due scacchi consecutivi, tuttavia, ve n’è una che a me pare più importante delle altre. Gli psicologi sociali la chiamano «desiderabilità sociale», Marcello Veneziani parecchi anni fa parlò - più crudamente - di «razzismo etico». In breve si tratta di questo: quando una persona viene intervistata le sue risposte non sono influenzate solo da quel che l’intervistato pensa, ma anche da quel che l’ambiente intorno a lui gli suggerisce di pensare. Proprio così. La società, il gruppo di riferimento, i media definiscono continuamente ciò che è bene, ciò che è appropriato, ciò che è corretto, ciò che è «in». Simmetricamente definiscono ciò che è male, ciò che è inappropriato, ciò che è scorretto, ciò che è «out». Se in una società le istituzioni richiamano continuamente determinati valori (ad esempio la solidarietà) e stigmatizzano sistematicamente determinati atteggiamenti (ad esempio l’ostilità verso gli immigrati), una parte degli intervistati preferisce non rivelare le proprie preferenze se esse sembrano confliggere con ciò che è considerato socialmente desiderabile.Che centra tutto questo con il voto di domenica? C’entra, ma bisogna far intervenire nel discorso il razzismo etico. Una parte della società italiana è afflitta da razzismo etico, nel senso che considera moralmente inferiore chi vota per forze politiche cui essa - la parte sana del Paese - non riconosce piena legittimità democratica. Specie fra coloro che esercitano professioni artistiche o intellettuali dichiararsi di destra, o peggio votare un partito come la Lega, o Forza Italia, o la Destra provoca imbarazzo, sdegno, costernazione, incredulità. Di fronte a certe persone, confessare di aver insidiato una bambina è meno imbarazzante che confessare di aver votato per il partito di Calderoli. Questo sentimento di disapprovazione non è quasi mai esplicito, ma genera un clima che definirei di intimidazione dolce. Tutti possono dire e fare quel che vogliono, ma sanno anche che - in molti contesti - saranno giudicati severamente se confesseranno di aver votato determinati partiti. In breve, c’è una parte del Paese che si sente nella posizione di giudicare gli altri, e c’è una parte del Paese che - proprio per questo - si sente permanentemente sotto esame. In questo diabolico meccanismo è caduto persino Veltroni, che pure aveva fatto del rispetto dell’avversario una delle novità fondamentali della sua campagna elettorale: qualche giorno prima del voto, sfidando Berlusconi a sottoscrivere quattro principi di «lealtà repubblicana», si è posto nella posizione di chi, in quanto depositario del bene, si sente autorizzato a fornire patenti di legittimità democratica all’avversario politico (da questo punto di vista le posizioni girotondine appaiono molto più coerenti, o meno insincere: chi pensa che Bossi e Berlusconi siano due pericoli mortali per la democrazia, giustamente considera un errore politico la linea del pieno rispetto dell’avversario). Può sembrare incredibile, ma le ricerche degli studiosi dimostrano che - quando è intervistata - la gente si vergogna di un sacco di cose, comprese le più innocenti (ad esempio guardare parecchia televisione). Del resto ce l’aveva già spiegato Altan molti anni fa, con la famosa vignetta in cui il militante di sinistra confessa a se stesso: «A volte mi vengono delle idee che non condivido». Se le cose stanno così, il fallimento dei sondaggi diventa meno inspiegabile. Nella cultura italiana i luoghi comuni della sinistra «politicamente corretta» sono diffusi in modo leggero ma capillare. Per molti cittadini progressisti o illuminati se voti Forza Italia come minimo sei un affarista, un mafioso, o un abbindolato. Se voti Lega sei una persona rozza, egoista e intollerante. Se voti i post-fascisti non hai diritto di sedere al desco dei veri democratici. Se sei di sinistra e ti capita di comprare il Giornale ti guardano come se avessi acquistato un rotocalco pornografico (è successo a me). Insomma, non è sempre e ovunque così ma lo è spesso, specie nei luoghi che contano. Molti elettori di destra se ne infischiano, ma una parte non trascurabile di essi preferisce tenere coperte le proprie carte. Sul lavoro, nelle cene, al bar, ma anche nei sondaggi. Se pensi di votare un partito «democratico» o pienamente sdoganato non hai seri timori a rivelare la tua scelta, ma se hai in animo di votare un «partito maledetto» - ossia un partito di cui i «sinceri democratici» dicono tutto il male possibile - puoi essere tentato di non scoprirti, magari dichiarandoti indeciso, o astensionista, o sostenitore di un partito né carne né pesce (è per questo che, in passato, i Verdi erano sempre sopravvalutati nei sondaggi). Qualche anno fa mi è capitato di scrivere, anche sulla base di una analisi degli atteggiamenti dell’elettorato italiano, che il «complesso dei migliori» era una delle grandi malattie della cultura di sinistra. Il fatto che ancor oggi tante persone preferiscano non rivelare il loro voto quando esso si indirizza verso i «partiti maledetti» mi fa pensare che, nonostante Veltroni (o grazie a lui?), da quella malattia l’Italia non sia ancora uscita"
Luca Ricolfi su La Stampa del 17/04/2008
mercoledì 16 aprile 2008
E' UN CLASSICO
E’ un classico. Cade un governo di centro-sinistra e vince (e come) Berlusconi?
- Il risultato di queste elezioni rappresenta "una sconfitta per il paese intero"
- la democrazia parlamentare non rappresenta più "la parte migliore del paese"
- il voto, pur legittimo, è pura espressione di scontento e di pericolosa deriva secessionista
- Dilagano il fancazzismo e il qualunquismo ideologici
- il paese già annaspa nella merda, mentre fino a ieri pomeriggio erano tutte rose e fiori.
- c'è bisogno di un ripensamento generale della politica (e soprattutto di un risultato diverso delle elezioni)
- il nuovo governo parte male (è già partito?), quindi prepariamoci ad una opposizione "dura" e "intransigente"
- tanto questo governo non potrà durare molto (speriamo)
post originale di quid tum da cui è stato tratto liberamente questa mia "versione":
http://www.quidtum.it/blog/2008/01/24/tutti-a-casa/
martedì 15 aprile 2008
LA RIVOLUZIONE D'APRILE
Avremo una nuova legislatura con camere rivoluzionate: due grandi schieramenti, nessun partitino (a parte l'UDC, ma irrilevante), una maggioranza di proporzioni storiche, la sinistra arcobaleno divenuta sinistra extraparlamentare. Queste sono le premesse per una nuova repubblica.
Queste elezioni hanno rappresentato un cambiamento (del quale ce se ne renderà conto solo osservando plasticamente la composizione delle nuove camere) che forse solo dopo tangentopoli si era verificato in misura altrettanto importante. Solo che questo cambiamento è il frutto del risultato di elezioni democratiche, della libera espressione dei cittadini: una vera rivoluzione, in qualche misura, anche se senza baionette.
Oltre alla composizione del nuovo Parlamento, è cambiato il clima e l'atteggiamento reciproco tra i due principali schieramenti (ma questo si era già capito da prima). Sembra possibile pensare che nella prossima legislatura si possa creare un clima costruttivo e non contrapposto come era stato fino ad ora. Del resto sarebbe assurdo continuare nell'opera di rifiuto e di demonizzazione di una parte e di un leader (Berlusconi) capace di vincere tre elezioni, e di vincere queste ultime in questa misura. Bene ha fatto Veltroni a riconoscerlo pubblicamente, ma sarebbe stato ben difficile non farlo.
Dunque il prossimo Governo e le prossime Camere saranno una assoluta novità, con tutte le premesse positive affinché possano effettivamente svolgere il loro ruolo: il primo governare, le seconde legiferare. Una novità assoluta.
PS: ... e meno male che questa legge elettorale non consentiva la governabilità...
domenica 13 aprile 2008
EPPUR QUALCOSA CAMBIERA'
La prossima legislatura dovrà mettere mano alla riforma elettorale o dar luogo al referendum. Comunque un fatto rilevante.
Sarà comunque la fase finale della parabola di Berlusconi. Quindi di un passaggio significativo ulteriore.
Le nuove camere saranno costituite da gruppi più "omogenei", almeno nominalmente. Questo può essere considerato positivamente o negativamente, fatto sta che è una novità. Che avrà delle conseguenze.
Forse si creeranno le condizioni propizie affinchè l'attività di queste nuove camere, un po' per la loro maggiore omogeneità, un po' per l'auspicabile fine della contrapposizione frontale e di principio, possano lavorare perseguendo il loro più corretto fine: il bene del Paese.
La gravità della situazione e dei problemi da affrontare è tale da rendere possibile una reale consapevolezza condivisa della necessità di affrontarli al meglio.
Quello che conforta questi auspici è il considerare che non derivino dall'ottimismo (che non c'è, né ci potrebbe essere), ma , paradossalmente, da una sorta di necessarietà data dalla obiettiva difficoltà della situazione: siamo messi così male che è probabile che le cose possano, finalmente, volgere in senso giusto. Almeno politicamente.
La fine del "Berlusconismo" sarà sicuramente un bene per il Paese, ma soprattutto in riferimento alla fine della negatività dell'atteggiamento della sinistra nei confronti di Berlusconi, più che il contrario.
Ma forse sono sempre il solito ottimista.
venerdì 11 aprile 2008
QUELLO DI CUI NON SI PARLA
Riporto integralmente, su questo tema, un interessante post tratto dal sito di Davide Giacalone (riporto il link alla fine):
"Si litiga sulla bandiera, mentre il pennone si sbriciola. L’allarme dei dati Ocse dovrebbe essere una sirena capace di spaccarci i timpani, invece arriva come l’eco moscio da un quartiere lontano. Parliamo di crisi e declino da tempo, nulla accade, ed ora quei dati sembrano doversi aggiungere al pacco delle cose ininfluenti.
Invece fanno paura: l’Italia è ultima in classifica in quanto a produttività generale ed anche in quanto a produttività per ora lavorata. Siamo al ventesimo posto, fra i Paesi industrializzati, per quel che riguarda il prodotto pro capite. Non è una bella posizione, ma ancora testimonia della nostra accumulata ricchezza. Quella stessa ricchezza che ci droga, che corrompe l’anima del ceto più ricco, da cui proviene una classe sempre meno dirigente. E questo è il vero cuore del problema: la nostra politica non rappresenta più gli interessi del Paese, ma solo quelli di chi vive di rendita o di protezione.La produttività non cresce perché i sindacati difendono solo i diritti acquisiti e non quelli del lavoro. Le organizzazioni imprenditoriali difendono gli affari e non il mercato. La politica si difende dalla realtà inscenando scontri di rara inutilità. Intanto la scuola e l’università affondano, condannando i giovani alla marginalità. La giustizia agonizza, togliendo al mercato certezza del diritto. La legislazione del lavoro è quella del secolo scorso. In compenso si fa scendere l’età pensionabile e la si promette alle casalinghe. Tanto il debito è talmente grande che non è neanche il caso di parlarne. E questo scenario demenziale è possibile solo perché dal palcoscenico pubblico sono spariti gli interessi dei giovani, dei lavoratori, delle imprese che lavorano nel mercato vero. I primi condannati dalla loro debolezza, le seconde sempre più interessate a quel che accade altrove. Anche in questa campagna elettorale, manca la rappresentanza degli interessi vitali. C’è gran caciara sul passato, ma un silenzio angoscioso sul futuro. I cittadini non sono sfessati perché non si litiga, ma perché faticano a trovare qualche cosa di pertinente. Voteranno contro, come al solito. Ma lo faranno senza avere trovato un’idea, un linguaggio, una concreta serietà con cui ribaltare la realtà di questi dati, di questo progressivo scivolare che c’incattivisce."
Davide Giacalone
http://www.davidegiacalone.it/index.php/economia/ultimi_ed_inerti
PS: che poi, il problema di questo distacco tra i toni e gli argomenti della campagna elettorale con i problemi reali del Paese, sembra essere lo stesso avvertito da Luca Ricolfi in questo editoriale:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4381&ID_sezione=&sezione=
giovedì 10 aprile 2008
IL DUBBIO COME ANTICAMERA DELLA COMPRENSIONE
Quello che trovo paradossale è come tante persone in buona fede possano mostrarsi tanto intolleranti nei confronti di uno (e solo di quello), quanto incapaci di comprendere la ben più elevata pericolosità di tutto un sistema culturale e di potere, che, radicato capillarmente in ogni ganglio del paese, con l'abile uso della menzogna e dell'ipocrisia, riesce a farsi trasparente ai loro occhi, a incunearsi nelle loro menti, a divenire anzi, per essi, "la Verità", creandola e disfacendola a proprio piacimento. Io trovo molto più pericolosa tale dittatura culturale, di sistema, di qualsiasi presunto "piccolo" dittatore (che poi dittatore, in realtà, non è).
Come tentativo di contributo affinché qualcuno, tra quelli in buona fede, possa almeno farsi instillare il benefico germe del dubbio, propongo la lettura di questo post:
http://www.camelotdestraideale.it/index.php/2008/04/10/tutte-le-balle-del-partito-democratico-e-de-la-sinistra-arcobaleno/
Chissà, il dubbio è l'anticamera della comprensione.
PS: persone anche di sinistra, ma intellettualmente oneste ed in buona fede ce ne sono: http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=GWYCL
martedì 8 aprile 2008
LA NUOVA DESTRA IN ITALIA
Sono tante le persone di sinistra che oggi si sentono un po' spaesate, che sembrano non riuscire a credere più al loro storico partito di riferimento (PCI-DS-PD), del quale non comprendono più il senso della sua evoluzione politica, oltre a non poter più tollerarne le prove di mancanza di quella integrità morale e civile, che ne era stato uno dei suoi presupposti principalmente apprezzati. Anche i fenomeni dell'antipolitica, tipo Grillismo, sembrano attecchire molto in quegli stessi ambienti giovanili che, in un recente passato, sarebbero stati considerati propri della sinistra, (magari "estrema" o "ecologista"), che però era poi in fondo riconducinbili, di fatto, nell'ambito della sinistra ufficiale. Ecco, questo schieramento compatto e con matrice culturale omogenea della sinistra sembra essersi sgretolato, non esistere più.
Daltronde, sono passati quasi vent'anni dalla caduta di quel famoso muro di cemento armato(1989), era dunque ora che cominciasse a cadere quello culturale, quello dell'ideologia invincibile e superiore (sempre e comunque), o quantomeno che venisse meno la presunzione di tale superiorità.
Il problema principale della sinistra oggi, forse, è la conseguenza di una mancanza: il non aver mai voluto affrontare ufficialmente la crisi della propria ideologia. Salvo trovarsi oggi, ad esempio, una Cina popolare con industria e finanza rampante e spietata, e, in Italia, un Veltroni che presenta il "nuovo" PD con un programma che potrebbe essere ascritto alla destra e con al suo interno elementi politicamente e culturalmente diversissimi se non opposti (Binetti, Bonino, Calearo, operaio Thyssen). Che ci sia tanta gente che, continuando a ritenersi in buona fede di sinistra, si ponga dei dubbi lo trovo positivo, ne sono contento, ma forse era inevitabile.
Questa crisi culturale della sinistra, ha determinato conseguenze importanti anche sul fronte opposto, quello della destra, soprattutto per come viene percepita, o quantomeno ammessa: fino ad oggi, infatti, esisteva la difficoltà da parte della maggior parte delle persone in qualche modo di "sinistra", a rendersi conto che "la destra" non rappresentasse semplicemente tutto ciò che non riconosce ed accetta la cultura di sinistra (ergo, che non ha cultura= fascisti e reazionari), quasi non potendo nemmeno ammettere l'idea che ci possano essere persone che, con altrettanta buona fede ed altrettanto degna onestà morale, abbiano bisogno e cerchino valori di riferimento diversi e nuovi. Probabilmente, dico io, migliori e più rispondenti al mondo per com'è evoluto e com'è oggi.
Questo della destra italiana è un processo ancora in nuce, in evoluzione: parte da una esigenza ed un bisogno di valori, da un ripensamento su quella che è stata l'evoluzione culturale degli ultimi cinquant'anni (post-fascismo, sessantotto, brigatismo rosso, Europa, internazionalizzazione tecnologica, culturale ed economica, ecc. ), sul rendersi conto della inadeguatezza dei modelli politici ed esistenziali evidenziatesi fino ad oggi. Quello che sento chiaramente, io come tanti, è la crisi di ciò che è stato finora, la consapevolezza che l'unico modello culturale ammesso e riconosciuto valido fino ad oggi (la sinistra), non è più attuale, credibile e seriamente riproponibile. A destra e solo a destra si stà cominciando a creare qualcosa di nuovo: riscoperta dei valori fondamentali sia a livello individuale (educazione, moralità, religione, idealismo, valore della vita), sia a livello societario (meritocrazia, rigore, legalità, sicurezza, giusta socialità, patriottismo). I fermenti del nuovo, le spinte più innovative, l'entusiasmo e la volontà di cambiamento, a mio parere si possono riscontrare, oggi, più tra i giovani di destra. A sinistra, infatti, si ha l'impressione di trovare solo ambienti e proposte culturali vecchie, stanche, asfittiche ed autoreferenziali.
Su cosa potrà essere compiutamente la nuova destra in Italia, e quale possa essere il modello referenziale ideale non saprei dire. Non direi Sarkozy, né Aznar, né Merkel, né nessuno degli altri politici europei, anche perché probabilmente avremmo bisogno di un nostro proprio esponente. Berlusconi rappresenta, oggi, l'indiscusso leader dello schieramento del popolo del centrodestra in Italia, ma non può esserne sicuramente considerato il riferimento culturale: ha dei formidabili meriti storico-politici, grandissimi meriti umani e indiscutibile capacità manageriale (chi più di lui?), ma ritengo la sua fase politica come un passaggio necessario, ma di transizione. Quello che deve avvenire è la crescita di una cultura, di una consapevolezza, di una maturità politica nuova. Di destra, appunto. Ma questo richiederà del tempo.
sabato 5 aprile 2008
SPECIALE, EVASIONE E FISCO GIUSTO

Riporto alcuni interessanti stralci dell'intervista al generale Speciale, ex Comandante generale della GdF ed attuale candidato per il PDL in Umbria, pubblicata sulla Stampa.it del 5/4/2008.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200804articoli/31621girata.asp
«Basta con lo spionaggio fiscale e il Grande Fratello occhiuto. Non puoi staccare un assegno che ti seguono per tutta la vita. Con Tremonti i soldi sono tornati dall’estero, con Visco sono scappati. Ora parlano del fantomatico tesoretto, che al massimo sarà di 1,8 miliardi. Ma questi soldi sono stati recuperati grazie a Berlusconi, Tremonti e al sottoscritto."
«Chi vi parla è figlio di artigiani e commercianti. Conosco bene il vostro mondo. Con Visco abbiamo subito avuto divergenze di vedute. Io volevo la pacificazione fiscale, ma mi è stato imposta l’oppressione fiscale. Nei vostri confronti c’è stato un pregiudizio inaccettabile. La lotta all’evasione non può essere il pozzo di San Patrizio dove prendere tutti i soldi che servono allo Stato».
Ma allora, chiediamo per strada, questa montagna di evasione che contraddistingue l’Italia, come... Speciale fulmina il cronista: «Ma non è vero che è una montagna! Così come non è vero che Berlusconi giustifica chi evade. Ha detto che li capisce perché la pressione fiscale è iniqua. Il mio slogan è pagare meno, pagare tutti». Il suo refrain è che gli imprenditori sono dei «missionari»: «Il pistone dello sviluppo che deve essere messo in grado di stantuffare». A Sulci Lama, mentre in fabbrica le saldatrici scoppiettano sull’acciaio, il titolare della «Nardi-macchine agricole» lamenta la perdita del Tfr dei lavoratori. E Speciale: «Per voi era ossigeno. Vi ha messo nelle mani delle banche».
Considerazioni di nicknamemadero:
Che dire, se questo è il giudizio dell'ex Comandante Generale della GdF... come dargli torto?
Certamente si tratta di semplici frasi riportate in un breve articolo di giornale, ma alcune di esse trovo che siano molto significative e che debbano indurre ad una più attenta riflessione: sulla differenza tra pacificazione fiscale (quella adottata con Tremonti) e controllo fiscale oppressivo (di Visco) e sulla loro reale efficacia relativa ed incidenza nella lotta all'evasione (anche in rapporto ai meriti del famoso tesoretto), nonché sulla legittimità della colpevolizzazione di intere categorie di cittadini (piccole partite IVA, commercianti ed artigiani) nell'attribuzione di un mastodontico danno erariale, sulla reale entità del quale Speciale sembra insinuare qualche dubbio. Il riferimento al danno per la sottrazione del TFR con la conseguente esigenza di rivolgersi alle banche, invece, era probabilmente riferito alle medie e grandi imprese.
In sostanza viene spontaneo chiedersi: oltre che discutibile nel merito (soprattutto per la limitazione della privacy dell'individuo), è veramente così efficace la politica del controllo oppressivo e telematico del cittadino nella lotta alla evasione (adottata con Visco) o può avere controindicazioni ed effetti collaterali indesiderati (aumento del nero in contante, disincentivazione ai consumi e fuga dei capitali all'estero)? E' legittima la colpevolizzazione della grandissima maggioranza dei lavoratori autonomi come se fossero responsabili dei mali del paese? Non si è quantomeno esagerato nella quantificazione del danno all'erario determinato dalla loro evasione fiscale?
PS: interessante anche questa chicca a proposito della questione dei gay nell'esercito (dopo la polemica sollevata dalle esternazioni del generale Del Vecchio, candidato invece nel PD):
Già, anche lei li caccerebbe dall’esercito? «Ma non ci penso neppure. Ho troppa rispetto per le persone, anche per la loro diversità. Un gay potrebbe essere un ottimo combattente. Io ne ho avuti durante il mio periodo di comando ed era gente che sapeva stare al suo posto, fare il proprio dovere. Anzi avevano un pizzico di intelligenza in più. Ma la famiglia deve essere fatta da un maschio e da una donna, auspicabilmente benedetta da Dio con un matrimonio cattolico».
venerdì 4 aprile 2008
SULL'IMPARZIALITA' DEL PRESIDENTE
A mio parere le affermazioni di Berlusconi, per come sono state fatte, sono state sicuramente non opportune, prova ne sia la loro pronta correzione fatta successivamente dallo stesso Berlusconi ed altri esponenti del suo gruppo. Tuttavia non si può negare che una fondatezza del dubbio sollevato da Berlusconi ci possa essere: Napolitano è una saggia persona adulta, di indubbie qualità, ma con un passato politico altrettanto indubitatamente ben definito e chiaramente opposto a quello del cavaliere; la sua elezione non è avvenuta attraverso la ricerca di una scelta condivisa con l'opposizione, ma è stato imposto dalla maggioranza come esponente di quella stessa maggioranza. Dunque perché si dimostri il suo essere Presidente di tutti gli italiani, occorrerà verificare nei fatti la sua imparzialità ed indipendenza, non essendo sufficente la sua presunzione di obiettività solo per derivazione dal suo ruolo istituzionale.
Come contributo interessante (e da me assolutamente condiviso) sulla questione, riporto integralmente un post tratto da www.davide giacalone.it:
"Il Quirinale è un equivoco istituzionale, un guaio che si deve avere il coraggio d’affrontare. Le polemiche con l’elastico non mi piacciono, ma se Berlusconi poteva risparmiarsi le “forche caudine” (da dove sarebbero passati gli sconfitti), il Presidente della Repubblica aveva il dovere di non diffondere un comunicato che non esito a definire scandaloso. Si pretende che l’inquilino del colle più alto sia imparziale e non schierato, secondo la retorica dell’impossibile monarca repubblicano. Ma l’imparzialità è l’ideale degli idioti e la maschera dei faziosi, quel che necessita è il rispetto delle regole, che, invece, sono state stracciate da tempo. Dice Napolitano, oggi, che mai Presidente venne meno ai propri doveri. Se è così, però, perché lo stesso Napolitano, assieme ai suoi compagni, chiese di buttare fuori sia Leone che Cossiga? E perché dovremmo essere così fessi da credere che un uomo da sempre fedele militante di una parte estrema sia divenuto, per investitura e vecchiaia, un saggio equanime? E’, questa, una figura inesistente.Gronchi venne vivacemente contestato e considerato troppo interventista. Saragat fu antifascista ed anticomunista con un Parlamento che conteneva gli uni e gli altri. Posso portare carrette d’esempi, ma ancora si rispettavano le regole. Oggi non è così. Secondo la Costituzione (art. 87) il Presidente deve essere muto, potendosi rivolgere solo alle Camere. Nella realtà non stanno zitti un minuto e parlano ovunque e di tutto. Nessun suo atto è valido (89), essendo irresponsabile (90), se non controfirmato dal governo. Ma la regola va a gambe all’aria se dal Quirinale s’influisce sulla sorte del governo (come quando Napolitano salvò Prodi, illegittimamente reclamando una nuova legge elettorale, mai fatta). Il massimo potere (92) consiste nel “nominare” il presidente del Consiglio, ma sono anni che si racconta agli italiani la favola (falsa) che sono loro a nominarlo.La Costituzione scritta è stata violentata, ed a poco serve che se ne dicano innamorati i carnefici. A questo punto nessuno può fare l’offeso, ma è dovere di tutti non abbandonarsi ai battibecchi, semmai riconoscere che quel vecchio testo deve essere rinvigorito ed aggiornato, altrimenti lo vedremo sbriciolarsi. Complice l’acida prosopopea di chi si ritiene sul trono."
Davide Giacalone
http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/quirinale_equivoco
giovedì 3 aprile 2008
QUELLO CHE E' SUCCESSO A BOLOGNA
(la foto sopra è tratta da La Stampa)
"La faccenda del comizio bolognese, tenuto da Giuliano Ferrara, con relativi insulti, contestazioni, lancio di uova e pomodori, in una piazza in preda alla follia, può essere liquidata in modo semplice, elementare e non per questo sbagliato: da una parte manifestando la solidarietà a chi ha tutto il diritto d’esprimere le proprie
opinioni, dall’altra avvertendo che la differenza fra la piazza e la televisione sta proprio nel fatto che nella prima qualcuno può anche risponderti. Ho visto un filmato ed ho potuto apprezzare un Giuliano (ne sono un ammiratore, in odierno dissenso, come dirò) in grande forma, pronto a sfidare il balbettio conformista, già a partire dal berretto. La piazza gli piace, come piace a me ed a quanti amano la politica vera. Quella bolognese era migliore di una piazza vuota. Solidarietà e realismo, dunque. Ma siamo un po’ troppo in superficie. Approfondendo, le cose si fanno dolorose.Sono contrario all’aborto. Non conosco nessuna persona assennata che sia favorevole all’aborto. Non sono credente, non uso le categorie del sacro, ma so per certo che la vita comincia al momento del concepimento (in un certo senso, la precede), benché non in quel momento si può già parlare di persona. Quando avviene il passaggio non lo so, e non lo sa nessuno. Le uniche certezze le hanno quelli che non vedono la differenza. Sono favorevole alla legge che regolamenta l’aborto, con ciò stesso ammettendolo. Trovo che sia del tutto legittimo pensarla diversamente e trovo che sia non solo legittimo, ma opportuno che chi considera l’aborto un crimine, sempre e comunque, lo dica e faccia valere nella battaglia politica. Ed anche in quella elettorale. Ferrara, però, è su una posizione diversa: da una parte dice che la 194 va anche bene, quindi accetta la regolamentazione dell’aborto e ne ammette la condivisa esistenza; dall’altra parla dell’aborto come di un omicidio, e degli aborti come un genocidio. La seconda cosa è inconciliabile con la prima. Chi ama le idee, quindi le parole con le quali prendono corpo, sa che è rischiosissimo usarle per fare i giocolieri. Ferrara ha elaborato un cocktail per infuocare i palati e torcere le budella. La secolarizzazione ecclesiastica ha suggerito alle gerarchie di lasciarlo da solo. A Bologna se la son bevuta.Quella piazza, però, mette i brividi. Descrive una situazione che con l’aborto ha davvero poco a che fare. In assenza d’idee per cui combattere si cercano simboli contro cui mobilitarsi. Si cerca un rappresentante del male per riuscire a costruirsi un’identità di bene. La battaglia s’accende per ragioni esistenziali, non politiche. Se così non fosse qualcuno si sarebbe accorto che il fenomeno della lista anti abortista non ha alcuna speranza di cambiare di una virgola la realtà, quindi combatterlo non solo è inutile, ma si presta a farne il giuoco. Ma la ragionevolezza ha poco a che vedere con i dilemmi esistenziali. Quei ragazzi urlanti, quei lanciatori di bombe-macchia, somigliano terribilmente alle tifoserie calcistiche agguerrite: in grado di farci scappare il morto, ma incapaci di spiegare cosa cavolo stanno fancendo.La violenza, sempre latente in una società umana, così come sempre latente nell’animo umano, non riesce più ad essere trattenuta, ma non sa trovarsi una ragione per scatenarsi. Così cerca occasioni, pretesti che non macerano un fine nascosto, ma nascondo l’inesistenza di un fine (per quanto bislacco o demenziale).Quest’anno va di moda celebrare una finta rivoluzione di quaranta anni fa. Un gorgoglio borghesuccio che in Italia (ma anche in Germania e Francia) produsse rutti terroristici, al servizio di una guerra di cui non comprendevano neanche i contorni. Si celebra, così, il falso racconto di una falsa storia, lecchinando anche qualche falso protagonista e mettendo nel conto qualche tardiva, e ridicola, rivisitazione. Ma non si considera che l’avere bruciato un paio di generazioni nella combustione ideologica ha generato un successivo periodo in cui le ceneri hanno soffocato anche le idee. Così il poliziotto muore perché assaltato allo stadio, i tifosi si minacciano negli autogrill e un gruppo di cretinetti pensano di promuovere la libertà bersagliando il comizio di una minoranza.Per queste ragioni la giornata bolognese ci riguarda tutti, e non possiamo cavarcela solo con il rito della superficialità."
Davide Giacalone
http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/la_piazza_l_aborto_le_idee
