domenica 25 ottobre 2009

Il nuovo partito progressista conservatore


Pier Luigi Bersani è stato eletto nuovo segretario del Pd. Credo abbia vinto l’unico vero candidato, Franceschini avendo già avuto modo di dimostrare di non essere in grado di raddrizzare il Pd, Marino essendo un evidente e puro outsider (farà la fine di un Adinolfi se non di un Scalfarotto). Tuttavia Bersani, che stimo umanamente, come competenza e sobrietà, rappresenta assolutamente un dejà vu (per il suo passato importante), oltre che il segretario che il Pd avrebbe dovuto avere già da troppo tempo e che forse arriva fuori tempo massimo – come forse tutto il progetto del Pd sembra essersi perso per strada – un tentativo estremo di cercare una salvezza al presente con un consapevole ritorno al passato, a quello che fu il glorioso Pci prima della sua inarrestabile e inesorabile discesa. Sostanzialmente un ripiego, una ritirata strategica, un (tentativo di) ritorno salvifico al passato. Forse comunque un positivo ritorno alla realtà (sia pur vecchia). Vedremo, finalmente, un vero Pci aggiornato all’oggi (che tuttavia continua a non aver fatto veramente i conti con il suo passato e, soprattutto, non ha un vero nuovo progetto di sé da offrire): per dirla con una battuta, un nuovo partito progressista conservatore.

giovedì 22 ottobre 2009

La libertà di stampa come conflitto politico


La libertà di stampa è un tema che attualmente alimenta una grande polemica in Europa, per il supposto pericolo di una sua limitazione e arretramento in alcuni paesi, soprattutto l'Italia. Il parlamento europeo è stato chiamato l'altro giorno a votare su di una risoluzione presentata dall'Idv e dal Pd italiani - e sostenuta dal Pse - dove si chiedeva un ufficiale riconoscimento di una situazione di allarme per la supposta compromissione della libertà di stampa e di espressione nel nostro paese, chiedendo l'emanazione di una direttiva europea sul pluralismo. Tale risoluzione, assieme a quella presentata in opposizione dal Pdl italiano - e sostenuta dal Ppe - dove si affermava l'esatto contrario, sono state entrambe bocciate.

L'ultima classifica redatta da Reporters sans Frontiers, che stila ogni anno un rapporto sulla libertà di stampa nel mondo, denuncia un significativo progressivo restringersi degli spazi per la libertà di stampa - e dunque un arretramento delle posizioni in classifica - di paesi come la Francia di Sarkozi (43esima) e l'Italia di Silvio Berlusconi (che passa dalla 44esima alla 49esima posizione; due anni fa - con Prodi - era al 35esimo). La stessa classifica, tuttavia, vede un clamoroso aumento di ben venti posizioni in un sol colpo per gli Stati Uniti di Obama (dal 40esimo posto al 20esimo) ad appena un anno dalla sua elezione a presidente degli Stati Uniti: un altro straordinario successo che lo stesso personaggio è stato capace di conquistare (oltre al nobel per la pace). Peccato che Obama sia lo stesso che nel corso della campagna elettorale buttò fuori dei giornalisti dal suo seguito, e da Presidente si rifiuta di avere contatti con una rete televisiva (Fox News) che considera al pari di un partito avversario e a proposito della quale Anita Dunn, capo uffico stampa della Casa Bianca, ha dichiarato : «agisce spesso come una divisione di ricerca o di comunicazione del partito repubblicano» e «li tratteremo come un partito d'opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d'informazione».

Tornando all'Italia e alla classfifica di Rsf, scrive Davide Giacalone: "La libertà di stampa ha, in Italia, seri problemi, nessuno dei quali è stato colto da Reporters sans frontières e dal loro annuale rapporto. (...) il problema vero del nostro mercato editoriale è che la quasi totalità degli editori ha interessi industriali che superano, di gran lunga, quelli editoriali. Il che li porta, inevitabilmente, ad utilizzare i primi come strumentali ai secondi. (...) Il conflitto d’interessi, pertanto, nel nostro mercato è endemico (...) Perché, ad esempio, non si sono chiesti in quale modo la stampa è finanziata, chi, nelle diverse parti del mondo, ci mette i soldi perché non chiuda. Lo avessero fatto avrebbero scoperto che qui in Italia i soldi li mettono i lettori, ma prima di loro ce li mette lo Stato, con il finanziamento pubblico e la copertura delle spese. Poi ci sono gli introiti pubblicitari, che se restassero da soli tutti avrebbero già chiuso. (...) Purtroppo, i giornali che oggi pubblicheranno quei dati non avranno il coraggio di mettere in pagina la verità più sgradevole: non mancano le strutture e non mancano i soldi per reggere ed alimentare la libertà, scarseggiano, invece, gli uomini liberi, che non siano luogocomunisti in servizio permanente effettivo, che sappiano difendere le proprie idee senza pensare che siano quelle di tutti."

Un dubbio mi assale: non è che quello della libertà di stampa è solo l'ennesimo argomento di pura e semplice battaglia politica?

domenica 18 ottobre 2009

Intervista a Piero Grasso di America Oggi

La Mafia per conto d’altri. Intervista esclusiva con Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia

di stefano vaccara (per America Oggi)

18-10-2009

Quando mercoledì abbiamo chiesto un'intervista a Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia, dopo il suo intervento all'Istituto italiano di cultura di New York in occasione della presentazione del suo "Per non morire di mafia", libro-intervista con Alberto La Volpe (Sperling & Kupfer 2009) - un servizio sull'evento all'IIC è stato pubblicato venerdì scorso - il giudice collega e amico di Giovanni Falcone aveva subito acconsentito, dandoci appuntamento alla conferenza su Joe Petrosino che si sarebbe tenuta il giorno dopo al John Jay College della City University di New York. "Io sono di parola" ci aveva detto Grasso, sorridendo calorosamente al cronista dall'accento siciliano. Quando però giovedì sera, dopo la conferenza, il giudice è stato nuovamente circondato da collaboratori e diplomatici con già pronti ben altri appuntamenti, abbiamo pensato che non ce l'avremmo fatta. Lo attendavamo rassegnati ma quando erano sul punto di portarlo via, Grasso si è fermato: "Aspettate, datemi almeno dieci minuti, lo avevo promesso al giornalista di America Oggi".

Uomo di legge e di parola, Grasso. Certo, avremmo anche sperato, il giorno della notizia sulla consegna del "papello" di Riina, di poter passare almeno mezz'ora con il capo dell'antimafia italiana, ma ci siamo accontentati di pochi minuti a quattrocchi col magistrato siciliano erede di Falcone e Borsellino.

Giudice Grasso, alla conferenza su Petrosino, l'altro Grasso che le stava accanto, George, il tosto vice capo della polizia di New York, ha detto che se i mafiosi volessero suicidarsi, dovrebbero solo provare a colpire un poliziotto o magistrato americano. In Italia invece...

«Dal ‘92 anche da noi è così».

Però per anni, da Petrosino in poi, gli uomini di legge sono caduti come birilli in Sicilia. Perché negli Usa la mafia non tocca i magistrati, mentre in Italia li può ammazzare?

«È solo un problema di convenienza. La mafia siciliana non commette un omicidio eccellente soltanto perché c'è un ostacolo. Deve diventare un ostacolo assolutamente insormontabile sotto altri punti di vista. Il problema è che la mafia per molto tempo poteva contare sulla mancanza di una reazione seria. Da un certo momento in poi non più. Ha dovuto eliminare Falcone e Borsellino ma poi la repressione c'é stata. Tutti i mafiosi hanno ritenuto che questo sia stato un grave errore, perché ha acceso i riflettori e ha fatto scattare, finalmente, una repressione molto forte da parte dello Stato. Negli Stati Uniti probabilmente questo rapporto di utilità e convenienza si comprende, commettere un omicidio eccellente creerebbe delle reazioni che li metterebbe in grave difficoltà. Meglio curare gli affari senza farsi notare, piuttosto che compiere delle azioni eclatanti. La strategia per tanti anni di Cosa Nostra siciliana è stata quella volute da Provenzano, di rimanere invisibili. Di non commettere reati che attirino l'attenzione...».

Ma prima di Falcone e Borsellino, ci sono stati i delitti Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa, Giuliano, Chinnici, Terranova... Perché non ci fu la reazione allora?

«La reazione ci fu, col maxiprocesso del'86. Con Buscetta grazie a Falcone. Purtroppo da noi i processi durano parecchio. Io sono stato giudice in quel processo, iniziato nell'86, finito in primo grado nell'88, diventata in Cassazione sentenza definitiva, dopo tre gradi di giudizio, soltanto nel gennaio del '92».

Le stragi di Falcone e Borsellino avvengono pochi mesi dopo quelle sentenze definitive, ma lei nel suo libro va oltre il movente della vendetta mafiosa contro i magistrati del maxiprocesso. Certo, la mafia non dimentica mai come disse Buscetta, ma secondo lei non ci fu soltanto quello, nella decisione delle stragi lei indica anche la necessità di fermare quello che Falcone avrebbe potuto ancora fare contro la mafia, e dopo di lui anche Borsellino...

«Indico anche un terzo movente, quello destabilizzante».

In Italia scoppiava Tangentopoli, succedevano grandi sconvolgimenti politici...

«Quindi la mafia non fa soltanto i propri interessi, ma anche di qualcun altro...»

Nel suo libro ci sono diversi passaggi in proposito. A pagina 84, ecco il suo ragionamento in base a quello che hanno riferito dei pentiti: "Questa affermazione, riferita da collaboratori di giustizia vicini a Bagarella, lascia intendere che Riina, prima delle stragi, avesse ricevuto promesse da parte di soggetti politici o vicini alla politica, come contropartita per l'eliminazione di Falcone. Una conferma a tale ipotesi si rinviene nelle dichiarazioni rese a Caltanissetta da Salvatore Cancemi, secondo il quale la decisione dell'omicidio di Giovanni Falcone fu presa dopo che Riina aveva avuto un incontro con persone importanti, estranee a Cosa Nostra". Perché viene ucciso Falcone?

«Ci sono questi tre moventi complessi. Il primo è per quello che aveva fatto. Il secondo per quello che poteva fare. E poi per l'effetto destabilizzante che non era proprio l'interesse di Cosa Nostra ma di qualche altra entità...»

Lei nel libro li chiama poteri, gruppi. Ma ci spieghi meglio, chi sono questi poteri...

«Ma io... Purtroppo io non posso, la responsabilità penale è personale. Finché non si individuano delle persone, io non posso che rimanere generico».

Torniamo al rapporto tra Stato e mafia. Lei alla conferenza ha ricordato come il termine mafia abbia una derivazione letteraria. Ora, l'ascesa del potere della mafia nella società siciliana coincide con l'Unità d'Italia. Fin dalla seconda metà dell'Ottocento ci furono indagini e rapporti che indicarono e descrissero a fondo il fenomeno mafioso e il suo constante rapporto con la politica. È questo costante rapporto che da alla mafia questo suo nome, si chiama allora mafia proprio per quel rapporto iniziale avuto con la politica? Non si chiamerebbe soltanto criminalità organizzata se non ci fosse più quello?

«Guardi il problema non è terminologico. Il problema è che c'é questa organizzazione che non può vivere da sola. Diceva un collaboratore di giustizia: la mafia e la politica sono come i pesci e l'acqua».

Infatti è il boss Giuffré che lo dice nel suo libro, il mafioso collaboratore che sta al lavoro di Grasso come Buscetta a quello di Falcone...

«Significa che l'uno ha bisogno dell'altro. Perché come è spiegato nel libro, nei momenti preelettorali, la mafia ricerca il consenso. E lo trova già organizzato. Come scrivo nel libro, basta una passeggiata al centro del paese col capomafia, e tutti sanno che non c'é bisogno nemmeno di andarlo a chiedere per chi bisogna votare, tutti sanno chi è gradito alla mafia. Perché poi significa che io posso chiedere al capo mafia un favore, che poi quello si fa da intermediario con qualcun altro e quindi ottenere quello che io voglio. È questo rapporto di intermediazione, tra il bisogno e il favore fatto per soddisfare questo bisogno. Finché certi bisogni non verranno considerati dei diritti allora si creerà sempre questo discorso, che si da come favore qualcosa che spetta per poi richiedere come contraccambio a sua volta una fedeltà che diventà complicità. E quindi tu mantieni così il sistema».

Eppure questo sistema non si arriva a conoscerlo soltanto negli ultimi anni, con il lavoro di Falcone e grazie al pentito Buscetta. Basta leggere i lavori di storici come il britannico John Dickie o il siciliano Salvatore Lupo, con il suo libro sulla storia della mafia appena tradotto dalla Columbia University Press, per accorgersi che tutto quello che Buscetta racconta a Falcone, lo si sapeva già e pubblicamente alla fine dell'Ottocento...

«Scusi, letterariamente è una cosa, giudizialmente è un'altra cosa».

Giudice ma non si trattava solo di racconti letterari o di spartiti d'opera. Prendiamo come esempio storico quello di Diego Tajani, che prima di essere nel 1875 il deputato protagonista di un acceso dibattito in Parlamento a Roma - e di cui tutti i maggiori giornali dell'epoca scrissero - aveva servito come procuratore generale del re a Palermo, dal 1868 al 1872 e si era occupato di indagare le collusioni tra mafiosi, forze dell'ordine e politici. Tajani, grazie all'esperienza di inflessibile magistrato in Sicilia, terrà un discorso alla Camera in cui dirà che negare l'esistenza della mafia "significa negare il sole" e fino a puntare il dito in aula contro l'ex presidente del Consiglio Giovanni Lanza sospettato di complicità con la mafia. E poi Tajani giungeva ad una conclusione, 135 anni fa, che sembra pronuciata ieri: "La mafia che esiste in Sicilia non è pericolosa o invincibile di per sé. È pericolosa e invincibile perché è uno strumento di governo locale". Perchè è poi rimasta per oltre un secolo da quei discorsi così invincibile la mafia, fino al sacrificio di Falcone e Borsellino? È ancora adesso uno strumento di governo o è finalmente tornata ad essere vincibile la mafia?

«Questo non lo so, bisogna confrontarsi con le prossime elezioni. C'è però il fatto che noi abbiamo dato dei colpi notevoli, abbiamo diminuito il potere delle organizzazioni mafiose, soprattutto in Sicilia. In Calabria è un'altra storia, lì è più forte perché non ha avuto ancora la repressione che c'é stata in Sicilia. Noi abbiamo quindi creato le precondizioni perché ci si possa scrollare di dosso questa presenza e questa forma di collusione e intimidazione. Se vuole la politica può fare l'interesse e il bene dei cittadini senza doversi necessariamente confrontare con una mafia potente».

Ma lei che segnali ha visto dalla politica? Si vuole finalmente rinunciare a certe collusioni? Qui non si tratta di colore politico, si sa quanto la mafia cerchi di mettersi d'accordo con chiunque si trovi al potere...

«Io mi occupo di segnali criminali, non di segnali politici».

Appena oggi arriva la notizia che sarebbe stato consegnato ai magistrati di Palermo il famoso "papello" di Riina per la trattativa con lo Stato a tempi delle stragi del '92-93. Tutto ciò grazie alle rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito che di quel "papello" ne sarebbe stato non solo postino, ma persino "suggeritore". Lei che ne pensa? Se lo aspettava che spuntasse il "papello" o è stata una sorpresa?

«Lo aspettavamo e da tanto tempo, finalmente è arrivato. Devo dire che parecchi dei contenuti li conoscevamo già. È certamente un documento che se autografo...».

Cosa potrebbe succedere se è autentico?

«È un fatto importante, perché sarebbe un documento».

Non dice di più Grasso sul papello, ormai trascinato via da chi lo deve portare ad un ennesimo evento, questa volta in New Jersey. Davanti all'ascensore, riusciamo a porgli un ultima domanda:

Giudice lei a New York ha detto che per sconfiggere la mafia serve una stampa libera e una magistratura indipendente. Vede pericoli arrivare in Italia su questo fronte?

«Mi chiede di fare un discorso politico, che non posso fare».

Le chiedo di confermare o meno: senza la stampa libera e una magistratura indipendente, vince la mafia?

«In qualsiasi paese vale questa regola. La democrazia si misura ovunque su quanta libertà si riesce ad avere, quindi sulla stampa completamente libera e un pubblico ministero che riesce a fare indagini nei confronti di chiunque».

Come un corteo di nuvole, come un'accolita di fantasmi


«Siamo alla fine. Questo è l´otto settembre. Non vedi? Non capisci. Non vedi. Non vuoi vedere. Non vedi che tutto si sta disgregando sotto i nostri occhi? Tutto è a pezzi, in rovina. Camminiamo tra i frantumi e i detriti. Non c´è più nulla che regga. Tutti blaterano. Tutti parlano per dire male. Non c´è pietà né comprensione. Dappertutto c´è rancore, odio, ferocia, senza che, in realtà, nulla distingua le idee degli uni da quelle degli altri. I magistrati calunniano i magistrati, gli uomini di chiesa gli uomini di chiesa. Tutti infieriscono contro tutti».

«Se penso ai democristiani di trenta o quaranta anni fa mi sembrano dei giganti. Non riuscivo a distinguerli. Rumor era come Colombo, Bisaglia come Piccoli o Forlani. Avevano vissuto tra gli arcivescovadi, le sacrestie, le scuole e le associazioni cattoliche; e della loro esistenza nascosta conservavano una specie di profumo: un profumo di tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne. Avevano la stessa faccia: un viso molle e un poco informe, il naso annegato tra le guance, i capelli tra il bruno e il biondiccio, gli occhi sbiaditi, un sorriso indeciso sulle labbra. Non ti guardavano negli occhi. Ti stringevano fiaccamente la mano. E, se cominciavano a parlarti, guardavano dall´altra parte. Non esibivano nessuna verità perentoria: le loro parole si perdevano in un bisbiglio materno e rassicurante. Non amavano la forza: né le costruzioni, i programmi, le decisioni, i progetti. Avevano un´idea passiva della politica. Lasciavano che le cose accadessero, e le assecondavano con una mano molle e paziente. E se qualcuno si levava contro di loro, un istinto profondo li spingeva a non offrire resistenza, ad arretrare e ad abbarbicarsi al suolo. Finché il nemico si estendeva troppo, si spossava, si sfiniva; e allora essi lo avvolgevano, lo penetravano, lo trasformavano a poco a poco in loro stessi, con quell´arte dell´assimilazione in cui erano maestri. Era il metodo con il quale Kutuzov, in Guerra e Pace, sconfigge Napoleone».

«Pensa a cosa sono i politici di oggi: a sinistri demagoghi come Umberto Bossi e Antonio Di Pietro. Allora, gli elettori li avrebbero presi a calci. Non avrebbero nemmeno tollerato che si presentassero alle elezioni. Li avrebbero cancellati dalle liste elettorali. Oggi, in Italia, non esistono più uomini politici. Ne esiste uno: Giorgio Napolitano, che regge da solo sulle spalle l´intero paese. Se non ci fosse lui, tutto crollerebbe».

«Io non amo la politica, lo sai. Detesto quella mescolanza di forza, segreto, ipocrisia, arte del compromesso, che forma il carattere degli uomini politici. Esecro la loro presunzione di condurre la storia, come se guidassero una carrozza a cavalli. Ma, mai come in questi anni, mi rendo conto che l´arte della politica è necessaria. Ci vuole la durezza, la tensione, la pazienza, il dono del futuro, il giusto orgoglio, la discrezione, il silenzio, che possedevano uomini come De Gasperi. Oggi sono qualità completamente assenti».

«Guardali, i politici del 2009. Vogliono soltanto una cosa: apparire, esibirsi, esaltarsi: naturalmente alla televisione. Sono figli della televisione, che li ha completamente contagiati e contaminati. Chiaccherano. Non hanno peso né riserve. Sono irreali, come la televisione. Pensano che il gradimento televisivo sia tutto, mentre non importa nulla. Non sanno fare né preparare. Tra pochissimo, non li vedremo più. All´improvviso scompariranno, insieme al nostro paese: come un corteo di nuvole, come un´accolita di fantasmi».

Carlo Fruttero

sabato 17 ottobre 2009

L'internazionale dell'antiberlusconismo


«Ci sono due Italie. Voi parlate una lingua che ha unificato il paese, ma l'italiano che parla Silvio Berlusconi non è l'italiano che parla Rita Levi Montalcini. Voi dovete scegliere tra le parole di Rita Levi Montalcini e i pensieri che Silvio Berlusconi non ha. Ci sono periodi più o meno felici, pagine di storia più o meno nere, ma le vittorie e le sconfitte non sono mai totali. Il fascismo? Non dico che sia dietro l'angolo, ma è ovunque. Non tornerà con le camicie nere e saluto romano, ma veste Armani e usa l'acqua di colonia e ha molti soldi, molti soldi per continuare il suo processo di corruzione». «Berlusconi è un politico e una persona indecente. Si tratta di un esibizionista sessuale. Ma perché gli italiani l'hanno scelto per tre volte? Forse questi italiani sono d'accordo con lui». «Da troppi anni in Italia c'è questo problema. Io vi chiedo perché avete questa grande cultura e avete anche Silvio Berlusconi? Silvio Berlusconi rappresenta le tenebre». «Berlusconi è indecente perché non chiede scusa e perché continua il suo processo di corruzione. Noi in Portogallo abbiamo abbattuto la dittatura con un colpo di stato». «Non dico che dovete fare lo stesso in Italia, ma perché non usate il voto per cambiare? Trovatene uno decente». «Il piccolo partito di Antonio Di Pietro, l'ex magistrato di Mani Pulite, può diventare il revulsivo di cui l'Italia ha bisogno per arrivare a una catarsi collettiva che risvegli all'azione civica il meglio della società italiana».

Queste sono le parole di José Saramago, intellettuale portoghese militante comunista e scrittore premio Nobel (naturalmente non c'è relazione tra le tre cose. O forse sì?), al teatro Quirino di Roma, ultima tappa di un tour che lo ha portato in giro per l'Italia (Torino, Alba, Milano) per promuovere il suo libro "Il quaderno", raccolta dei post scritti sul suo blog, pubblicato da Bollati Boringhieri, dove si parla ampiamente dell'Italia descritta vittima del "fascismo stile Armani" di Silvio Berlusconi e in preda a mafia e camorra (era annunciata, poi annullata, la partecipazione di Roberto Saviano).
Anche la giovanissima moglie (rispetto a Saramago che ha 86 anni), la traduttrice Pilar del Rio, sale sul palco e, raccontando di come ha convinto Saramago ad aprire un blog, dice: «Le donne oltre a essere belle sono anche intelligenti, capito Silvio Berlusconi?». Frase seguita naturalmente dall'apoteosi del pubblico in sala. Già, il pubblico in sala. Del pubblico e del clima in sala se ne può avere una idea dalla battuta che fa una coppia in prima fila che quasi sfiora il palcoscenico: «Da qui si vede benissimo... è perfetto... anche se uno gli vuole sparare... meno male che a Giosè qui gli vogliamo tutti bene...».

Certo che, a sentir loro, deve essere terribile vivere nell'Italia che loro descrivono e sotto una ferrea dittatura come quella di Silvio Berlusconi. Mi chiedo: ma perché non tornano ad occuparsi dei problemi loro, in casa loro, magari portandosi dietro (il Portogallo va benissimo) quel grand'uomo di Antonio Di Pietro e anche quelli del pubblico in sala che la pensano come loro? Poveracci, perché lasciarli in quest'inferno in mezzo a tanti deficienti che votano un Silvio Berlusconi?

Nota: lo spunto per questo post e la fonte delle frasi riportate è questo articolo di Luca Mastrantonio sul Riformista.

Update: "Non vedo quale altro nome potrei dargli (a Silvio Berlusconi; ndnick). Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che che dà feste, organizza orge e comanda un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte del paese di Giuseppe Verdi se un vomito profondo non riesce a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene e distruggere il cuore di una delle più ricche culture europee."
José Saramado (da La cosa Berlusconi, El País, 7 giugno 2009; citato ne il manifesto, 8 giugno 2009, p. 2)

giovedì 15 ottobre 2009

A proposito di omofobia: ma la Carfagna non era una deficiente?


A proposito dell'omofobia, non è certamente da parte del ministro delle pari opportunità che ci sono resistenze all'introduzione di norme contro la stessa.

Ma la Carfagna non era una deficiente?

Parole al vento

Un certo Matteo Mezzadri, un giovane attivista del Pd modenese, sulla sua pagina di Facebook ha lanciato questo messaggio: «Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi?». Uno scherzo, certo. Fatto da uno che dice di sé: «Ho deciso di impegnarmi in politica convinto di poter vantare esperienza nella comunicazione con i giovani e nella capacità di percepire e riportare le nostre esigenze, con occhio attento al futuro». Un bravo ragazzo, insomma: diploma in fisica, laureando in ingegneria, segretario della sinistra giovanile, membro della segreteria provinciale, rappresentante all’assemblea nazionale dei Giovani democratici, componente della segreteria del circolo del Pd di Savignano (Modena). Che naturalmente è stato subito censurato per questa goliardata da due consiglieri regionali del PD («Un’autentica vergogna che si commenta da sé. Strani pensieri per un giovane di primo piano delle battaglie non violente»), tanto da costringerlo alle dimissioni dai suoi incarichi politici: «Chiedo scusa a tutti, amici e meno amici, a partire da Berlusconi. E mi dimetto dalle cariche del Pd, attendendo dal partito eventuali provvedimenti nei miei confronti. Il mio è stato un linguaggio che nessuno dovrebbe avere».

Episodio rientrato, scuse fatte, dunque tutto sistemato.

Tuttavia c'era qualcuno, saggio o semplicemente con molta esperienza, che solo qualche giorno fa scriveva: «l'aria che sento circolare in Italia mi ricorda molto quella dell'inizio degli anni '70. Non dico sia la stessa. Però, come i vecchi cani da caccia, vengo messo in allarme. Perché, essendo abbastanza anziano, rammento quel che ho visto allora»«L'imperversare dei cattivi maestri. Quelli che intossicano l'aria. Soprattutto quelli di sinistra. Scrivono che Berlusconi è come Mussolini, che la democrazia in Italia sta morendo, che non c'è più la libertà di stampa. Ancora: la ricomparsa dei firmaioli. Si stende un proclama e i cervelloni di sinistra lo firmano o mandano lettere su lettere ai giornali. Se non fosse grottesco, mi incuterebbe un timore. Ce le ricordiamo o no le 800 e più firme in fondo all'appello contro Calabresi "torturatore" di Pinelli? La famosa intellighentia di sinistra troppe volte ha tradito i doveri degli intellettuali: distinguere, non fare confusione, non aizzare le reazioni delle persone più semplici».

Non è così difficile ritenere che ci possa essere qualcuno - più disperato, più esaltato, più invasato - che possa non pensare solo ad un atto goliardico su Facebook. E in effetti questa sembra essere una preoccupazione condivisa dai servizi segreti.

Non è il caso, prima che il sangue scorra per le strade, che tutti facciano uno sforzo per cambiare registro, abbassare i toni e rinunciare allo scontro aperto e continuo alimentato spesso solo dalla faziosità e dalla polemica fine a sé stessa?

PS: Lo so: parole al vento.

martedì 13 ottobre 2009

Pansa e basta

«Sottoscrivo dalla prima riga all'ultima l'editoriale di Ferruccio de Bortoli (sul corretto ruolo dell'informazione e in polemica con un editoriale di Eugenio Scalfari, ndnick), e anche la sua replica a Eugenio Scalfari e Marco Travaglio. È il momento di fermarci. Di stabilire una tregua. Nel Paese, e anche tra i giornali».
"Il Paese è diviso in due blocchi che si odiano, si scomunicano a vicenda, si combattono senza esclusioni di colpi. Vedo in giro molto pregiudizio, cose gridate senza riscontri, condanne morali pronunciate senza autorità. Personalmente mi sono già vaccinato da solo: quando sono usciti i miei libri revisionisti, la sinistra mi ha subito dato del fascista, senza aver nemmeno letto nulla di quello che scrivevo. Ma se allarghiamo le nostre vicende personali, e le collochiamo nel quadro dell'Italia di oggi, è una roba che fa spavento."
«L'imperversare dei cattivi maestri. Quelli che intossicano l'aria. Soprattutto quelli di sinistra. Scrivono che Berlusconi è come Mussolini, che la democrazia in Italia sta morendo, che non c'è più la libertà di stampa. Ancora: la ricomparsa dei firmaioli. Si stende un proclama e i cervelloni di sinistra lo firmano o mandano lettere su lettere ai giornali. Se non fosse grottesco, mi incuterebbe un timore.»

Dall'intervista a Giampaolo Pansa sul CdS. Che sottoscrivo a mia volta.

lunedì 12 ottobre 2009

Berlusconi male assoluto. O no?

Premetto che anch'io sono tra coloro che trovano inammissibili e inaccettabili certi comportamenti e atteggiamenti - pubblici e privati - di Silvio Berlusconi, che tutto possono essere considerati fuorché misurati e attenti, tantomeno appropriati al suo ruolo istituzionale e di leader politico. Se non talora addirittura francamente ridicoli, come nel caso della sua autoproclamazione pubblica (in conferenza stampa accanto a Zapatero) quale 'miglior capo di stato degli ultimi 150 anni': un vero grande uomo di stato di certo non avrebbe potuto mancare di virtù fondamentali come la modestia e la sobrietà. Ritengo tuttavia che Silvio Berlusconi abbia dimostrato delle capacità e dei meriti, sia nella sua attività imprenditoriale che politica, certamente fuori dal comune. Come certamente riconosco in Silvio Berlusconi il leader indiscusso di uno schieramento di centrodestra che, oltre ad un fortissimo consenso elettorale, può vantare un elevatissimo consenso popolare per l'attività del suo governo. Per questo, con altrettanta convinzione, ritengo inaccettabile la violenta campagna mediatica che lo attanaglia oramai da mesi e il cui vero obiettivo sembra essere, in realtà, il tentativo di delegittimarlo politicamente, attaccandolo però su piani molto diversi e distanti da quelli propri della politica, come quello giudiziario (vecchia storia) o quello che attiene al suo più stretto privato (da Noemi alla D'Addario). In questa campagna - dai toni francamente esasperati e esasperanti - si arriva oramai a cercar di far passare l'idea che tutti i mali del paese, dalla sua politica alla sua economia, dalla sua cultura alla decadenza dei suoi valori e del suo costume, dalla sua criminalità ai suoi aspetti di devianza istituzionale e democratica, dipendano essenzialmente ed unicamente da un unico problema - Silvio Berlusconi - e che dunque la cosa essenziale per risolverli sia rimuoverlo. In un modo o nell'altro.

I mali del nostro paese
, tuttavia, sono tanti e ben precedenti l'avvento politico di Silvio Berlusconi: "Prima di tutto - scrive Giampaolo Pansa - la corruzione della casta politica, sfociata nel disastro di Tangentopoli e nel giustizialismo di Mani Pulite, sacrosanto e tuttavia non sempre imparziale, misurato e risolutivo. Poi la mafia, con i suoi crimini. Il terrorismo rosso e nero, la fabbrica di centinaia di assassinati. L’evasione fiscale, cancro antico e mai sconfitto. Il disastro scolastico, drammatico soprattutto ai piani alti, con un sistema universitario tra i peggiori al mondo. L’ignoranza e l’incompetenza dilaganti, sia pure meno di oggi. Il padrinaggio politico che inquinava il mercato del lavoro: niente posto a chi non disponeva di un santo in paradiso. E ancora. I concorsi truccati, come gli appalti. L’inefficienza dell’apparato amministrativo pubblico, a tutti i livelli, da quello comunale a quello statale. La burocrazia asfissiante. L’assenteismo cronico, un male mai curato. Il disordine urbanistico. L’illegalità edilizia. Il divario terribile fra il Sud e il Nord. L’avarizia sociale. La mancanza di solidarietà. La sicumera imbecille nell’affermare che i diritti vengono prima dei doveri. Il maschilismo più ottuso, capace di rendere molte famiglie dei posti infernali. (...) "Possiamo mettere tutte queste cose sul conto del Cavaliere? Se ci azzardassimo a farlo, dovremmo vergognarci di noi stessi. Sento replicare dalle tante sinistre: ma il Caimano sta al governo da quindici anni! Ecco un falso cronologico e politico. Dal 1994 a questo 2009 il centro-sinistra ha comandato per la metà del quindicennio, con i due governi di Romano Prodi. Il Cavaliere può aver fatto poco o nulla per rendere migliore l’Italia. Ma di certo non è la sola fonte di tutti i nostri guai." (...) "Anche grandi giornali d’informazione, che avrebbero l’obbligo di mantenere la testa fredda, si abbandonano a un’illusione pericolosa. Quella che induce a pensare: una volta sparito il Caimano, ritornerà l’età dell’oro. Ho già scritto più volte che di Berlusconi non m’importa niente. Non è il mio premier. Neppure il suo partito è la mia casa politica. Ma conosco bene i polli del pollaio di centro-sinistra. Quando non provo paura, mi fanno ridere. La settimana delle tre domeniche non l’ha ancora inventata nessuno. Credete che ci riesca un governo partorito da Franceschini, o da chi per lui, da Di Pietro e da qualche lunatico rosso? Provate a immaginarli al potere invece che al bar, questi quattro compari."

Già, proviamo a immaginarlo. E forse ci renderemo conto che Silvio Berlusconi, se non rappresenta la soluzione ideale, non rappresenta certamente nemmeno il vero e centrale problema del paese, ma forse, al momento, la migliore soluzione disponibile (e comunque destinata a non essere eterna). Un po' come ci si è dovuti rendere conto, col senno di poi, che il 'regime democristiano' della prima repubblica, nonostante i suoi difetti, è quello che ci ha consentito anni di grande crescita del benessere e soprattutto una vera democrazia. Cosa che difficilmente avremmo avuto se avessero prevalso i migliori.

Benigni è satira


«io sono il più grande comico degli ultimi 150 anni, sfido chiunque a negarlo. Vedrete di che pasta sono fatto»

«Gesù Cristo è la seconda persona più perseguitata di tutti i tempi»


Queste sono due battute fatte da Roberto Benigni in occasione della sua partecipazione ad un convegno al museo diocesano di Terni sul tema della «giusta mercede», organizzato dal Bancopers club della Bnl con la collaborazione della locale diocesi. Tra gli oratori il vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, che ha svolto «spunti di riflessione» sulla enciclica «Caritas in veritate», l’ex presidente del consiglio Giuliano Amato ed il presidente di Assonime Luigi Abete.

«Che cosa ci faccio io qui? - si è chiesto il comico, uno degli ultimi a parlare - Sinceramente sono come il ministro Bondi a un convegno sulla cultura».


Certo di Benigni si può dire di tutto, ma non certo che non sappia cosa sia fare satira.

Una storia incredibile

Questa storia sembra incredibile. Tuttavia, trattando di università e di sindacato in Italia, dev'essere sicuramente vera.

domenica 11 ottobre 2009

La satira in pericolo


Proprio vero: sul servizio pubblico è sempre difficile fare satira (con l'unica eccezione di quella che ha come oggetto Silvio Berlusconi, della quale invece ce n'è in abbondanza). Soprattutto se non di sinistra. Anzi, la satira non di sinistra
non doveva proprio esistere.


Nella foto: Igor Righetti
(ideatore e conduttore de 'Il comunicattivo' su Rai radio1)

sabato 10 ottobre 2009

Il processo del giovedì


L'ultima puntata di Annozero si è occupata della supposta 'trattativa' segreta intrapresa da elementi del Ros e referenti della mafia, nel periodo stragista che portò all'assasinio di Falcone e di Borsellino del 1992. Un altro grande successo di ascolti accompagnato da un'altra polemica (per le presunte 'rivelazioni' fatte in trasmissione e più ancora per l'interpretazione che se ne è voluto dare dalla trasmissione di Santoro: Borsellino ucciso perché ne era al corrente). Ma forse è proprio anche questo il segreto del successo di annozero: il saper montare polemiche (con arte e abilità) su temi scomodi e controversi. Tuttavia non si può non sottolineare che questa sia sempre un'operazione pericolosa e soprattutto suscettibile di errore: è possibile ritenere di poter fare dei processi in televisione? Possono questi processi mediatici sostituire o contraddire quelli ufficiali? Con quali regole di garanzia per le parti tirate in ballo?

Scrive Francesco La Licata sulla Stampa : "Come spesso accade quando la cronaca, per sua natura tutt’altro che certa e definitiva persino nei tribunali, approda alla ribalta mediatica, si è liberata un’incontrollata ridda di voci, ipotesi e reazioni che, piuttosto che semplificare la già ingarbugliata vicenda, la rendono ancora più difficile da decifrare. La prima conclusione avventata sembrerebbe proprio la presunta reazione di Borsellino alla notizia della trattativa. Sapeva, era contrario ed è morto per questo. Ma è proprio così? E se era contrario, a chi ha esposto la propria contrarietà? Vuol dire che dovremo aspettarci ulteriori rivelazioni da altri soggetti che ebbero contatti con Borsellino? Senza considerare che resta incomprensibile come sia potuto accadere che il candidato alla successione a Giovanni Falcone a capo della Procura nazionale sia rimasto silente per 25 giorni, senza avvertire la necessità di condividere con qualche amico fidato quanto aveva appreso. Ma questa sarà materia dei prossimi accertamenti".

Ma non solo. La chiave di lettura di queste 'rivelazioni' fatta nel corso della trasmissione di Santoro comporta una conseguenza assai più grave, rappresentata dalla deleggittimazione dell'operato dello stato nel suo insieme e ai più alti livelli, e in particolare dei suoi soggetti più direttamente in campo nella lotta alla mafia con sacrificio, rischio e vittime reali: il corpo dei carabinieri.

Scrive ancora La Licata: "E’ comprensibile che nella vicenda abbia pesato una certa «ragion di Stato». Ciò che risulta meno accettabile è che in nome del primato della politica (una politica trasversale, visto che negli anni si sono alternati governi di segno opposto) una verità parziale sia stata offerta ai famigliari delle vittime come frettoloso risarcimento al lutto. Né ciò che si profila all’orizzonte sembra poter sanare il deficit di verità. Esposti al fuoco incrociato mediatico restano le solite prime file, spesso in funzione di parafulmini. Sullo sfondo restano le responsabilità politiche, spesso pronte a scaricare in basso il peso delle sconfitte e a rivendicare il merito dei successi. Si intravede già oggi la necessità della riapertura del processo sulla strage di via D’Amelio, minato dalle rivelazioni giunte da Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino che inficiano indagini non esaltanti del passato. Sarebbe auspicabile che non venisse praticata la via breve della ricerca di un capro espiatorio, uno qualunque".

D'altronde di precedenti assai sconfortanti non ne sono certo mancati, come il caso Canale, del quale così scrive Davide Giacalone: "Per capire meglio, usino la vita di Canale, che tanto è abituato, a far da cavia. Carabiniere, braccio destro di Borsellino, cognato del carabiniere Antonino Lombardo, quello che si sparò dopo le accuse rivoltegli da Leoluca Orlando Cascio, in diretta televisiva e senza uno straccio di contraddittorio. Allora Canale si ribellò, disse che il congiunto era stato ammazzato, che si doveva vederlo chi collaborava e chi combatteva la mafia. Gli si aprirono le porte dell’inferno: accusato, a sua volta, di mafia, con numerosi pentiti pronti a testimoniare. Carriera bloccata, vita spezzata. Canale passa anni ed anni da imputato. E’ assolto in primo grado. Assolto in secondo grado. Assolto in cassazione. La sentenza finale, copiando quella di secondo grado, spiega che non c’era un fico secco, non dico per condannare, ma neanche per indagare. L’11 agosto scorso commentai tale sentenza della cassazione, le cui motivazioni erano state depositate con scandaloso ritardo. Il Giornale di Sicilia la commenta giovedì scorso, dieci settembre, scrivendo, in buona sostanza, che secondo i supremi giudici non c’è la certezza che Canale sia colpevole, lasciando intendere che non c’è neanche la certezza che sia innocente. Ma è la legge che afferma necessaria la certezza, quindi i giudici sono obbligati a motivare la sua assenza, salvo che, per farlo, dimostrano che non c’era un bel niente. Insomma, ad un cittadino onesto, in questo caso ad un carabiniere onesto, non basta nemmeno farsi assolvere perché il fatto non sussiste, perché una volta marchiati dalle procure antimafia si resta marchiati a vita".

Se non si comprende questo, si rischia di legittimare le accuse di un altro carabiniere, il capitano Ultimo, l'ufficiale dell'Arma che il 15 gennaio del 1993 ha arrestato Totò Riina e che da anni vive sotto scorta: "Annozero e le star che lo promuovono sono il migliore esercito di Riina Salvatore. E' importante che ciò che resta della società civile si unisca contro questa nuova fase stragista mediatica dei nuovi Corleonesi. Alla fine quelli che hanno combattuto la mafia saranno, oltre agli attori di Annozero, il figlio di Ciancimino, i figli di Riina e magari anche quelli di Provenzano e Brusca". Accuse sicuramente ingiuste e ingiustificate nel merito - nessuno mette in discussione l'impegno di una trasmissione come quella di Santoro contro la mafia - ma non nell'evidenziare un rischio oggettivo: l'uso strumentale dell'informazione piegandola ad una tesi precostituita. Che nel caso di annozero non aveva come vero obiettivo certo i carabinieri...

Senza contare che ci sono giornalisti, come Lino Jannuzzi, certo non meno informati e autorevoli - non fosse altro che per una questione di anzianità - su mafia e suoi rapporti con la politica, che sulle questioni trattate da Annozero hanno opinioni assai diverse da quelle di Santoro e di Travaglio.

venerdì 9 ottobre 2009

Obama: nobel "d'incoraggiamento"


Sul valore, la credibilità e il significato stesso dei premi nobel per la pace, da tempo s’erano creati motivi di perplessità (ad esempio dopo l'attribuzione del premio, nel 1994, ad un personaggio controverso come Arafat).

Ma certo, un premio nobel “d’incoraggiamento” non s’era mai visto. Perché di risultati significativi per la pace, sinceramente, al momento non mi pare che se ne possano attribuire ad Obama. Se non altro per una questione di tempo. Semmai a lui si può attribuire la creazione di nuove speranze e di nuove aspettative di pace, alimentate da splendidi discorsi, certamente, ma non è un po' troppo poco? E siamo sicuri che a queste premesse e a questi discorsi seguiranno fatti significativi e concreti?

Forse è proprio la materia così impegnativa – la pace – a rendere difficile l’attribuzione di un simile premio.

Riterrei dunque più sensato l’attribuzione di un nobel per la pace solo come premio straordinario (per casi eccezionale e indiscutibili: Gandhi ad es.) e non per obbligo di routine.

PS: tutto sommato, visto com’è andata, non era poi così assurda e improponibile la proposta fatta da qualcuno di candidare come nobel per la pace Silvio Berlusconi... Perché no?

mercoledì 7 ottobre 2009

Colpo di mano

L'Alta Corte Costituzionale alla fine si è espressa con un parere d'illeggittimità del Lodo Alfano.

C’è chi esulta per il giudizio ‘imparziale’ della Corte Costituzionale. Così ‘imparziale’ dall’esserlo anche nei confronti di una precedente sentenza della stessa Corte Costituzionale sullo stesso tema (oltre che del parere del Presidente della Repubblica evidentemente fondato sulla base di quel precedente giudizio).

C'è chi esulta per l'affermazione del principio che "tutti i cittadini sono uguali di fronte alla Legge". Peccato che quello stesso principio fosse stato, con giuste ragioni, contraddetto dai padri costituenti per salvaguardare il potere politico (nella Costituzione era sancita l'immunità per tutti i parlamentari, poi abolita successivamente agli eventi di tangentopoli).

C’è chi vede in questo un segno della fine di un ‘regime politico'. Un ‘regime politico' evidentemente così vulnerabile e poco agguerrito, da non riuscire a imporsi su quindici giudici della Corte Costituzionale (o almeno sulla loro maggioranza).

C’è chi esulta per una vittoria di una ‘libera Istituzione’ come la magistratura contro chi minaccia la democrazia. Una vittoria stranamente simile a quella ottenuta dalla stessa ‘libera Istituzione’ nel 1994, allorché la notizia di un avviso di garanzia per concorso in corruzione alla GdF arrivò, dopo preavviso alla redazione del Corriere della Sera, durante la conferenza Onu sulla criminalità a Napoli (il processo conseguente del quale portò a un nulla di fatto).

Quello che mi pare è che chi esulta per tutto ciò lo faccia in realtà per l’espressione di ciò che è contrario a tutto questo: vale a dire un grave tentativo di forzatura della democrazia quale espressione del libero voto popolare e l’intollerabile interferenza su di essa da parte di una agguerrita e militante magistratura.

Possibile che ciò che è già successo nel ‘94 non faccia venire alcun dubbio a nessuno di quelli che oggi gioisce?

Possibile che nessuno di questi riesca a vedere che il vero attacco alle istituzioni democratiche venga proprio dalla sua casta più potente (per il potere di inquisire, a prescindere dal riuscire a condannare) e intoccabile (ovviamente non da sola) del nostro paese?

Possibile che nessuno riconosca che l’impunità prevista dal lodo Alfano (in realtà solo una sospensione di giudizio) fosse solo, anche in considerazione della storia politica del nostro paese negli ultimi quindici anni, uno strumento che potesse garantire al potere politico di svolgere il suo ‘normale’ mandato parlamentare? In primo luogo ad un presidente del consiglio (di fatto) eletto dal popolo in libere elezioni?

Evidentemente non si vuole questo.

E Questo è il colpo di mano che temo.

martedì 6 ottobre 2009

Il lodo del lodo Alfano

Questo brano di Davide Giacalone trovo che sia un argomento di riflessione interessante:
“stiamo parlando di fatti risalenti a venti anni fa! (Lodo Mondadori e processo CIR; ndnick) La giustizia civile ha atteso quella penale, che ha proceduto con la consueta lentezza e la consueta contraddittorietà (gli imputati furono assolti, ma la Cassazione annullò tutto ed impose un secondo giudizio d’appello). Una parte della giustizia penale è ferma, invece, proprio perché bloccata dal lodo Alfano. I tempi sono così lunghi che dall’epoca dei fatti ad oggi Berlusconi ha fatto in tempo a presiedere tre volte il governo e perdere due volte le elezioni. Dal che discende che se avesse subordinato, come molti gli hanno chiesto, la sua vita pubblica alla risoluzione delle controversie giudiziarie avrebbe dovuto rinunciare alla prima, al punto che la storia d’Italia sarebbe stata diversa, e scritta più dai magistrati che dai cittadini elettori. Al tempo stesso, però, come si dimostra in queste ore, il blocco dei procedimenti che direttamente lo riguardano lo difende personalmente, ma non impedisce affatto che le carte tribunalizie sommergano quelle politiche.”


Vale a dire, in riferimento al dibattito sul lodo Alfano e nell'imminenza della sentenza dell'Alta Corte sulla sua costituzionalità, è più corretto un provvedimento che protegga le prime quattro cariche dello stato sospendendo (non amnistiando) eventuali procedimenti a loro carico in modo da consentire il loro normale mandato politico di governo, oppure è più corretto lasciare ad un magistrato il potere di indurre alle dimissioni un primo ministro democraticamente eletto - e con larga maggioranza - per presunti reati, anche ipoteticamente commessi vent’anni prima, dei quali potrebbe poi risultare non colpevole (come successo già nel ‘94)?

Non è pericoloso - o almeno discutibile - consentire un potere simile – far dimettere un premier – al potere giudiziario? Non rispondeva essenzialmente a questa preoccupazione la motivazione di fondo del lodo Alfano (simile a quello adottato in altre avanzate democrazie a protezione politica delle più alte cariche dello stato)? In questo senso, può ritenersi più aderente al principio generale della nostra Costituzione il Lodo Alfano o la sua bocciatura in nome di un astratto quanto ingannevole principio di uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge (un premier democraticamente eletto è un cittadino come un altro? Sono uguali gli effetti di un procedimento giudiziario nei suoi confronti rispetto ad un cittadino qualsiasi?)?

lunedì 5 ottobre 2009

Tira una brutta aria

Scrive oggi Federico Geremicca sulla Stampa:
"Libera informazione (con decine di migliaia di cittadini in piazza per una manifestazione;ndnick), Quirinale (il Capo dello Stato esplicitamente accusato da Di Pietro di essere un vile, con toni e argomenti mai ascoltati in precedenza;ndnick) e Corte Costituzionale (con l’ormai imminente pronunciamento dell’Alta Corte sul lodo Alfano;ndnick): contemporaneamente sotto violentissimo tiro incrociato. Poteri o organi dello Stato la cui funzione, fondamentalmente, è ergersi a garanzia che leggi ed etica pubblica siano rispettate. Non può essere un caso che al centro degli attacchi più aspri oggi siano capisaldi democratici il cui profilo dovrebbe essere la neutralità rispetto alle contese in atto.
E infatti, probabilmente, non lo è: probabilmente, anzi, quel che è sotto gli occhi di tutti è l’ennesimo frutto marcio del cosiddetto bipolarismo all’italiana. (...) quando la partita si fa così cattiva, non può meravigliare che nemmeno a chi dovrebbe esser neutrale e terzo sia permesso di esser tale: né a chi racconta o assiste alla contesa (l’informazione e il suo pubblico); né a chi è chiamato a fare da arbitro (il Quirinale); e nemmeno al guardalinee, in questo caso - appunto - la Corte Costituzionale. Quando si passa dalle parole ai pugni, la pretesa dei contendenti è che si stia o di qua o di là. E intendiamo entrambi i contendenti: perché se è vero che è stato Berlusconi a definire farabutti i giornalisti, è pur vero che è stato Di Pietro a dare del vigliacco al Capo dello Stato.
È certamente una vergogna. Ma con l’annunciata Apocalisse che sta per abbattersi sulla Corte - qualunque sarà il suo verdetto - non è nemmeno detto che il peggio si sia già visto".

Ma ci sono molti altri ad avere negative sensazioni, come Giampaolo Pansa:

"
Il bipolarismo si sta trasformando in un mostro. I due blocchi non si limitano a combattersi, com’è normale che accada. Ormai si odiano. E si odieranno con rabbia crescente. Senza preoccuparsi del veleno che spargono. Senza domandarsi quali effetti perversi avrà nel corpo di un Paese sempre più intossicato. Su questo sfascio campeggiano i cattivi maestri. Nella lunga stagione del terrorismo, venivano chiamati così gli intellettuali e i politici che alimentavano la violenza. (...) I cattivi maestri stanno su entrambi i fronti. Sul centrodestra, il più illustre è Silvio Berlusconi. A parole il Cavaliere combatte il disordine, ma nei fatti lo alimenta. Oggi vivremmo in clima meno intossicato se il premier fosse stato tanto saggio da controllare meglio la propria vita privata. Senza circondarsi di veline e di prostitute. Tutti possono chiamare a raccolta squadre di ragazze per le proprie serate allegre. Ma non tutti fanno il premier. Chi guida un Paese deve onorare i milioni di elettori che lo hanno votato. E non comportarsi come un satrapo malato di sesso. Ma pure sul centrosinistra i cattivi maestri guidano le danze. È una pessima lezione politica gridare che l’Italia non è più una democrazia. Che il Cavaliere è un sosia abominevole di Mussolini e di Hitler. Che la stampa non è libera perché imbavagliata da Silvio il Dittatore. Che quanti dissentono dal verbo dei maestri sono sicari prezzolati. Che il Parlamento è in mano ai mafiosi, ormai in grado di fare le leggi. Quest’ultima assurda lezione ha trovato la sua icona: un capo partito, Antonio Di Pietro, si è fatto fotografare davanti a Montecitorio con la coppola in testa e le smorfie da boss di Cosa Nostra. Una vergogna, ma per Di Pietro. Tanto ignorante da non sapere che la coppola non la portavano i mafiosi. Bensì i contadini siciliani e i sindacalisti che combattevano la mafia".

Questo clima di bipolarismo spinto si riflette naturalmente sull'informazione, il cui problema principale non sarebbe, secondo
Filippo Facci, una sua reale mancanza di libertà, quanto una sua vera e propria 'militarizzazione' determinata da questo bipolarismo conflittuale aperto, col risultato di schiacciare l’indipendenza di pensiero: volenti o nolenti ci si deve schierare (o lo ci si ritrova proprio malgrado) da una parte o dall'altra.

In tutto ciò anche il quadro politico, che fino a pochi mesi fa sembrava ragionevolmente stabile e sicuro, con un governo forte della sua schiacciante maggioranza (e un'opposizione assai debole), sembra oggi rendere possibili prospettive avventurose e dalle conseguenze assai incerte, se non inquietanti, come l'indizione di nuove elezioni anticipate che, in un quadro generale come questo, tenderebbero ad assumere i toni della resa finale.

Non c'è che dire: tira proprio una brutta aria.

sabato 3 ottobre 2009

La censura dei contrari alla censura


«Denunciare che in Italia la libertà di stampa è in pericolo è un assurdo».
L’informazione «è diventata il teatro di uno scontro di potere» e la manifestazione di Roma «fotografa una disparità: è stata convocata contro la decisione del premier di querelare Repubblica e l'Unità. Si contestano due sole querele e non quelle che colpiscono altri giornali, magari di diverso orientamento».
«Mi chiedo: è possibile che la libertà di stampa sia stata messa in pericolo solo dalle querele di Berlusconi?»
.
In Italia «si ha una strana concezione del pluralismo dell’informazione: ci sono giornali che si considerano depositari della verità, che giudicano gli altri che la pensano in modo diverso come nemici o servi. Chi ha questa concezione manifesta contro un ipotetico regime politico, per insediare un inaccettabile regime mediatico».


Questi i concetti più significativi espressi da Augusto Minzolini, direttore del TG1, nel corso del suo editoriale nel telegiornale di ieri alle 20. Questo editoriale, oltre a rinfocolare una polemica già in atto nei confronti di Minzolini da parte di tutta l'opposizione che lo accusa di essere schierato su posizioni filo-governative, ha scatenato le furibonde proteste degli organizzatori alla manifestazione 'contro il bavaglio all'informazione'. Aldilà del fatto che i concetti espressi da Minzolini nell'occasione sono assolutamente razionali, fondati e legittimi - per il sottoscritto sacrosanti - tanto da essere stati condivisi, almeno nella sostanza, da numerosi altri giornalisti, anche tra i non sospettabili di servilismo nei confronti di Silvio Berlusconi come
Antonio Polito, Antonello Piroso, Giampaolo Pansa che hanno dichiarato la loro consapevole non-partecipazione a quella manifestazione, ma non è un paradosso che quelli che sono scesi in piazza a manifestare 'contro la censura e l'intimidazione alla stampa e ai liberi giornalisti' condannino una libera opinione di un altro giornalista che non condivide la loro? Sostanzialmente, non si è liberi di ritenere - e sostenere - che la libertà di stampa in Italia ci sia, i problemi dell'informazione, che ci sono, essendo dipendenti da altri fattori? Uno dei fattori principali dei quali è l'uso del giornalismo per una finalità diversa dall'informazione e dalla libera espressione (come sostenuto anche da Filippo Facci)? Che anche il voler cavalcare il tema della denuncia della mancanza di libertà di stampa sia in realtà solo una modalità di azione politica?

“Coloro si sono scagliati contro il direttore del Tg1 - sottolinea Mario Ferrara, senatore del Pdl e vice presidente della Commissione Finanze e Tesoro di palazzo Madama - dimostrano con i fatti di essere tutt’altro che difensori del diritto costituzionale garantito dall’art. 21, ma perfetti sostenitori del pensiero unico di parte, la loro”.

Dunque forse hanno avuto ragione coloro che hanno manifestato ieri denunciando il tentativo di censura alla libera espressione: proprio come quella che loro vorrebbero si applicasse a Minzolini.

L'Italia distorta


«È dai tempi di Mussolini che un governo italiano non interferiva sui media in maniera così eclatante e preoccupante».
È il giudizio espresso in un articolo («La museruola agli informatori») dell'Economist sullo stato dell'informazione in Italia sotto il governo di Silvio Berlusconi. L'articolo del settimanale britannico prende spunto dalla manifestazione per la libertà di stampa che si terrà oggi sabato 3 ottobre per osservare che i giornalisti e tutti gli italiani «hanno ottime ragioni per essere preoccupati» e dunque «per protestare». L'Economist ricorda le richieste di danni avanzate dal premier nei confronti dei quotidiani la Repubblica e l'Unità (quest'ultima, scrive, «potrebbe chiudere» se dovesse risarcire Berlusconi con i 2 milioni di euro che le sono stati richiesti); la presenza di numerosi media direttamente o indirettamente riconducibili al presidente del Consiglio; e «l'assalto senza precedenti lanciato alla Rai», con riferimento alla trasmissione "Annozero", dove è stato concesso spazio ad «una donna (Patrizia D'Addario) che sostiene di essere stata pagata per trascorrere una notte con il primo ministro».

L'articolo dell'Economist cita anche l'ultimo rapporto sulla libertà d'informazione della Freedom House che declassa l'Italia al 73/esimo posto su 195 Paesi analizzati: uno Stato solo «parzialmente libero», appena un gradino sopra la Bulgaria. «Almeno sotto questo punto di vista - è l'analisi del settimanale - l'Italia di Silvio Berlusconi si sta allontanando dall'Europa occidentale per somigliare alle più deboli democrazie dell'Est».

Ma può questa essere seriamente ritenuta un'analisi corretta del nostro paese?

"l'Italia è un paese paragonabile alla Bulgaria, in quanto a indipendenza dei media, o è una democrazia casinara e chiacchierona quante altre mai? Il regime sta imbavagliando i giornalisti - «muzzling», come dice il titolo dell'Economist - oppure i giornalisti non parlano d'altro che del regime e dei suoi vizi?" - scrive Antonio Polito sul Riformista - "Spiegare a un marziano (che sbarcasse nel nostro paese;ndnick) come stanno veramente le cose è difficile. E, a quanto pare, stavolta è difficile spiegarle anche all'Economist, caduto in uno dei suoi rari strafalcioni da superficialità. Quando scrive che mai l'Italia aveva vissuto tanta ingerenza sui media da parte del regime berlusconiano, il settimanale deve aver infatti dimenticato (oltre al fatto che il primato delle querele ai giornalisti non appartiene certo all'attuale governo, come dimostra, dati alla mano, un interessante articolo di Franco Bechis su Libero; ndnick) quarant'anni di regime democristiano. Ci sono stati tempi - cari colleghi londinesi - in cui in Italia c'era un solo canale e tutto dc, si licenziavano Dario Fo e Franca Rame in tronco da Canzonissima perché si erano permessi una blanda ironia sul governo, tutti i giornali erano filo-governativi, l'opposizione comunista era censurata sistematicamente, ed esisteva letteralmente un solo giornale che si poteva permettere di criticare il governo (si chiamava l'Unità, e io me lo ricordo bene, perché è lì che negli anni 70 ho cominciato a fare il giornalista). Il grado di libertà di informazione che si respira oggi in Italia è incommensurabile con quella lunga epoca - che proprio Berlinguer definì «una cappa di piombo» che gravava sul paese. E un settimanale come l'Economist non può avere amnesie storiche di queste proporzioni".

(...) "È poi vero che la qualità dell'informazione televisiva non si giudica solo dai tg, e che nei programmi pomeridiani sia di Rai sia di Mediaset si assiste a un festival di demagogia sguaiata e brutale, si incita al razzismo, si celebra la fatuità, si educano intere generazioni allo spirito acritico e debosciato tipico dei regimi, contribuendo a fare della nostra democrazia sempre più una democrazia senza cittadini (anche se su questi programmi nessuno protesta, purché Annozero vada in onda).

Ed è infine vero che Silvio Berlusconi passa un numero sconsiderato di ore a studiare sconsiderate azioni contro la libertà di informazione, per ottenerne in genere solo l'effetto opposto, la santificazione dei suoi torturatori. Sia citando per danni i giornali che si occupano della sua vita sessuale, sia mandando avanti il governo a impicciarsi di programmi Rai quando essi sono già sotto la sua vigilanza (visto che in parlamento ha la maggioranza), sia blaterando contro i giornalisti a lui sgraditi ogni volta che si trova in Bulgaria o nei dintorni.

La sua vera e propria ossessione per i media - non per niente è un tycoon che si è fatto fondando una tv - lo rende dunque il bersaglio perfetto dell'opposizione, e trae in inganno perfino rigorosissimi giornali come l'Economist. Non è escluso che Silvio Berlusconi, se potesse, sarebbe un dittatore. Ma l'Italia è un paese troppo grande e troppo libero perché egli possa essere molto di più che un dittatore da operetta. Prova ne sia, cari colleghi dell'Economist, che in quindici anni ha perso due elezioni su tre, e in entrambi i casi controllava la Rai proprio come ora.

I giornalisti italiani che scenderanno domani (oggi;ndnick) in piazza per dar ragione all'Economist non sono in effetti molto liberi, ma lo sono un po' di più di quel collega della Bbc che fu licenziato dopo un processo perché aveva accusato Tony Blair di mentire sull'Iraq (da noi, un giudice ha invece reintegrato Santoro in Rai). E io, giornalista che in piazza non andrà, se permettete mi sento un po' offeso se da Londra mi danno dell'imbavagliato. Se lo fossi mi licenzierei, non chiederei aiuto alla Fnsi per farmi rinnovare il contratto, come ha fatto Travaglio".

./.


Da notare, inoltre, che anche all'estero è possibile trovare opinioni più complete e più corrispondenti al reale stato generale della nostra editoria, come quelle espresse da Stepan Faris sul Time: "While much has been made of Prime Minister Silvio Berlusconi's grip on Italian television — he owns three of the biggest commercial stations and in his role as Premier has influence over state broadcaster RAI — the country's printed press has its own conflicts of interest. The Fiat holding group has controlling stakes in Milan daily Corriere della Sera and Turin-based La Stampa. Daily La Repubblica is owned by Carlo De Benedetti, a business rival of Berlusconi's with interests in energy, automobiles and health care. Il Sole 24 Ore, the country's financial paper, is owned by Italy's main industrial lobby. "Italian entrepreneurs tend to depend largely on Italian politics," says Ricardo Franco Levi, an opposition parliamentarian and the former editor in chief of L'Indipendente, a short-lived 1991 attempt at a truly independent newspaper. "The possibilities of aggressive reporting are very, very limited."

venerdì 2 ottobre 2009

Come ai tempi di annozero


A proposito della puntata di Annozero di ieri, scrive Aldo Grasso: "Inutile negarlo, tutta l’attenzione era per lei, l’escort pugliese che ha raccontato le sue notti a Palazzo Grazioli. A Sumatra si è consumata un’ecatombe, ma è un Paese lontano e nulla pare così interessante come le sue dichiarazioni".(...) "Come ai tempi del Balzac di «Splendori e miserie delle cortigiane», come ai tempi di donne belle e fatali (prostitute?) capaci di imbastire misteriose strategie trasversali fra politici viziosi e corrotti. Tocca a un programma ritenuto di «sinistra» sdoganare il gossip e sublimarlo a discorso politico".(...) "escort non è solo la D’Addario ma - così si insinua - il modo di fare una certa politica: «Il mondo della tv, urla Norma Rangeri, è il mondo di Berlusconi». L’equazione sembrerebbe chiusa".

Ma questa è vera informazione o sensazionalismo pruruginoso? E gli italiani, anche senza annozero, non hanno già perfettamente chiaro ciò di cui si parla? E la vera sede del loro giudizio morale e politico (dato che non risultano elementi di carattere penale nella vicenda) non sono solo e propriamente le prossime elezioni democratiche? O si ritiene giusto processare su questioni di tale genere un presidente del consiglio e pretenderne le dimissioni?


Evidentemente non sono più i tempi di Balzac: sono i tempi
di annozero.

giovedì 1 ottobre 2009

Sigaro e coppola


E' la politica (in Italia), bellezza!

Libertà di share


C'è chi sostiene che in Italia non ci sia libertà di informazione e che alcune notizie e avvenimenti rilevanti vengano subdolamente e colpevolmente nascosti o messi in sordina. Come nel
caso di Patrizia D'Addario, messo a tacere per lo scabroso coinvolgimento del presidente del consiglio.

C'è - per fortuna - chi reagisce a questo grave vulnus dell'informazione - chi se non lui, Michele Santoro - e che ha deciso coraggiosamente di invitare nella puntata di stasera di annozero proprio lei in persona: Patrizia D'Addario (riuscendo peraltro a soffiarla a Lucia Annunziata).

Ma che cosa potrà dire di nuovo la D'Addario che già non si sappia e che non si sia diffusamente riportato sui media e sulla stampa, in Italia e nel mondo (anche con interviste dirette, come
quella fatta per El Pais e già trasmessa da Santoro)? Potrà veramente la partecipazione ad annozero di Patrizia D'Addario (oramai considerata una vera star, come si è visto in occasione della sua apparizione a Venezia durante l'ultima manifestazione cinematografica) dare un contributo nuovo e sostanziale alla vera e corretta Informazione pubblica?

Di questo, sinceramente, dubito fortemente, come sono tuttavia sicuro - come lo sono in molti, compreso certamente Michele Santoro - che sarà un successo.

Dunque un sospetto potrebbe insinuarsi malevolo: per Santoro invitare la D'Addario in trasmissione è più una manifestazione di libera e corretta informazione o più una manifestazione di capacità di share?

Flavia Perina, direttore del Secolo d'Italia e deputato del Pdl, declinando l'invito alla trasmissione di stasera, ha dichiarato: "Avevo dato la mia massima disponibilità a partecipare alla puntata di domani (oggi, ndnick) di Annozero che mi era stata presentata come dedicata al sistema Tarantini e al rapporto tra il potere e le donne. L'annuncio della presenza in studio della signora D'Addario mi ha costretto a declinare l'invito, con la convinzione che una trasmissione così congegnata rischi di risolversi nella ricerca di facili effetti scandalistici. Ho troppo rispetto per la politica, e per il tema della dignità della donna, per affidarla ad un confronto di quel tipo".

Marco Taradash, a mio parere, non è lontano dal vero quando sostiene che "Michele Santoro fa un programma volto esclusivamente alla polemica e al martirio. C'è chi abbocca e lo fa martire". Anche se trovo giusto aggiungere che Michele Santoro ha il merito di saper interpretare il suo ruolo (di martire, santo e eroe dell'informazione) con grande abilità e furbizia, e soprattutto quello di saper costruire le sue trasmissioni con indubbia professionalità e capacità personale.

Viva annozero, dunque, viva Santoro e viva lo share.